mercoledì, Settembre 9, 2026

Torrente Ombrone, negli alvei antropizzati non ci deve essere vegetazione

di Francesco Rauty

PISTOIA – Anche quest’anno, come negli anni scorsi, l’alveo del torrente Ombrone è stato ripulito dall’erba come si può vedere dal ponte di via di Gora e Barbatole.

Siamo di fronte a un parco fluviale molto bello alla vista, ma anche molto pericoloso sotto l’aspetto del rischio idraulico.

Bisogna rendersi conto che quando si parla di manutenzione degli alvei è fondamentale distinguere tra alvei naturali ed alvei antropizzati.

Per gli alvei naturali condivido pienamente la necessità della presenza di vegetazione arbustiva ed arborea che senza dubbio svolge una fondamentale azione naturale di difesa del suolo, come confermato anche da numerosi studi sull’argomento.

Negli alvei dove l’uomo, per poter bonificare i terreni di pianura, è intervenuto modificando il corso naturale con argini, ponti e manufatti vari, interventi che hanno trasformato l’ambiente fluviale in modo purtroppo irreversibile trasformandolo di fatto in un canale artificiale (come avvenuto per il torrente Ombrone nel punto preso in considerazione), la priorità delle manutenzioni finalizzate alla prevenzione del rischio idraulico si deve concentrare bene o male sulle opere che hanno modificato l’ecosistema in modo permanente.

E’ del tutto evidente che il cedimento di tali opere può essere drammatico, come nel caso dell’argine del torrente Agna che ha distrutto la zona industriale di Montale. In questi tipi di alvei, come già documentato da me precedentemente, la vegetazione purtroppo deve essere completamente assente perché oltre a creare enormi problemi a valle in occasione di intense precipitazioni, può mettere in pericolo i manufatti realizzati dall’uomo con grave rischio per le aree circostanti. Gli argini in muratura infatti, in caso di piena, non permettono al fiume di dilagare nei terreni adiacenti come avviene in un alveo naturale (cassa di espansione naturale), ma costituiscono un forzato restringimento della sezione del fume che determina un elevato aumento della velocità dell’acqua (effetto Venturi) che contribuisce a spazzare via tutto quello che si trova al suo interno.

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2 COMMENTI

  1. Il tempo di ritorno per un’alluvione di dimensioni catastrofiche tra il ponte a Calcaiola e l’ex guado si via gira e Barbatole è di circa 500 anni. Non vedo la necessità di operare in modo troppo invasivo in questa zona. Piuttosto a valle andrebbe abbassato il gerto del torrente con un dragaggio di notevole entità. Cosa che non viene fatta perché comporterebbe un indebolimento degli argini che necessiterebbero di un totale restauro (sono argine che risalgono a inizio 800). La zona a nord è bene che sia vegetata perché rappresenta non solo un luogo dove vi è una buona biodiversità ma pure un filtro per ciò che viene dagli appennini. Pulire eccessivamente i torrenti a monte significa far scorrere velocemente acqua a valle e con la situazione in cui si trovano gli alvei antropizzati in pianura altro che tempi di ritorno di 500 anni….

  2. Mi stupisco di come Rauty sia ancora legato ad una visione meccanicistica che riduce un fiume ad un canale. Evidentemente non tiene conto degli studi condotti in autonomia dalle università di Bologna, Pisa e Firenze negli ultimi 30 anni. Studi che concordano, specie nel tratto dell’Ombrone fra Ponte Calcaiola e Pontelungo, in funzione delle sezioni attuali rilevate, della stima della portata di piena, del quantitativo di depositi stagionali, nel rilevare non solo l’opportunità, ma anzi la necessità della presenza di erbacee tappezzanti permanenti e di contenuti elementi arborei selezionati per stabilizzare le sponde, ridurre la velocità del deflusso (e quindi l’energia dell’onda di piena) migliorare la permeabilità verso la falda e per un moderato effetto fitodepurativo.
    Anzi, nei casi come l’Agna è proprio l’assenza di idonee apparati radicali vegetali ad aver favorito l’erosione degli argini in terra ed il loro collasso.

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