PRATO – Ieri lunedì 2 Marzo, il doppio concerto al Teatro Metastasio ha restituito l’essenza più viva di MetJazz 2026: due visioni del presente che non si escludono, ma si illuminano a vicenda.
Da un lato la visione artistica in continua crescita del Francesco Zampini TRIO, che con Somewhere, Everywhere firma il suo lavoro più personale; dall’altro la ricerca emotiva e formale di Emem, trio che fa della sottrazione un linguaggio e dell’ascolto un atto condiviso.
Quella di ieri è stata una serata che ha mostrato come il jazz italiano, quando dialoga con il mondo senza restrizioni, riesca a generare una densità narrativa rara.

La serata si apre con Francesco Zampini TRIO, un set che parte con un’atmosfera sospesa. Una sequenza intima, un invito a entrare in punta di piedi dentro un paesaggio sonoro che si costruiva per strati. La chitarra, mai esibita e sempre necessaria, ha guidato il trio con una chiarezza di intenzione che rivelava la lunga gestazione del nuovo album. Michelangelo Scandroglio ha dato al contrabbasso un ruolo mobile, ora pulsante ora melodico, mentre Jeff Ballard ha trasformato la batteria in un organismo vivo, capace di respirare con la musica più che di scandirla.
La presenza di Ballard non è stata un semplice “feat.”, ma un dialogo continuo, un modo di spingere il trio verso una dimensione più ampia, quasi cinematografica. Nei momenti più lirici si percepiva la volontà di Zampini di raccontare luoghi interiori, mentre nelle improvvisazioni più aperte emergeva la sua naturalezza nel muoversi tra tradizione e contemporaneità.

Il pubblico ha accolto questa anteprima come si accoglie un viaggio: con curiosità, con silenzi attenti, con la sensazione di assistere a un passaggio di crescita.
Emem non ha spezzato il filo della serata, ma ne ha mostrato i differenti dettagli, come un riflesso nello specchio che diventa più vivido quando ci si sofferma a fissarlo. Simone Graziano al pianoforte ha costruito architetture leggere, quasi dei corridoi emotivi dentro cui Ponticelli e Frattini si muovevano con una naturalezza che nasce solo da una forte affinità.

Il trio ha lavorato sulla forma come su un materiale malleabile: brani che sembravano canzoni, ma che si aprivano a deviazioni improvvise; cellule ripetute che diventavano mantra; dinamiche che si dilatavano fino a inglobare lo spettatore. La loro musica non cercava il virtuosismo, ma la verità di un gesto, la sincerità di un suono che si offre senza sovrastrutture. In alcuni passaggi il minimalismo diventava quasi ipnotico, in altri la scrittura si faceva più narrativa, ma sempre con un’intensità che non aveva bisogno di alzare la voce.
Il cambio di scena a metà serata non ha messo a confronto le due formazioni, ha invece dato un valore ben delineato a questo doppio concerto. Ha mostrato due modi diversi di vivere ed esplorare il jazz contemporaneo: la sonorità internazionale e la ricerca identitaria, la spinta creativa verso il piegare le regole standard e il ritorno all’essenziale.

Zampini TRIO e Emem hanno condiviso la stessa serata senza sovrapporsi, come due capitoli di un unico racconto sul presente. E il pubblico del Teatro Metastasio, immerso in un ascolto raro, ha potuto attraversare entrambe le traiettorie sentendole parte di un’unica, coerente visione.









