di Giovanni Romiti
PISTOIA – Ho conosciuto Umberto Guidotti nel 1968 a Limestre.
Erano i primi tempi della nostra esperienza di presidenza della Giac (gioventù cattolica) Diocesana.
Erano i tempi, rievocati proprio ieri nella marcia della pace Perugia-Assisi, dello slogan “I CARE” scritto sulla porta della scuola di Barbiana, mentre l’allora Assistente Diocesano della Azione Cattolica (chissà perché nella chiesa ci deve essere sempre un prete che “assiste”…) ci strappava dai quadri murali dell’Associazione le foto di Don Milani in quanto presunto eretico.
Umberto, al contrario, mi disse subito che stimava molto Don Lorenzo.
Da qui è iniziato un percorso importante per molti di noi: un percorso di fede in un contesto di cultura laica e tollerante, rispettosa delle differenze, anzi valorizzando le stesse.
Umberto, per molti amici della mia generazione, è stato un punto di riferimento importante: un cristiano vero, un intellettuale di grandissimo spessore, un uomo capace di analisi sociologica e politica assolutamente lucida, un oppositore di ogni potere, un testimone di non violenza, un precursore, in sintesi.
Professore di Teologia, non è mai stato un “sapiente” perché ricordava sempre che a questi sono nascoste le cose rivelate agli umili.
E Dio sa se è stato umile.
Dalla comoda posizione di vice rettore del Seminario, con una carriera davanti dopo le “grandi” Scuole romane di Teologia, alla vita con i lebbrosi (guai a chiamarli così: lui li chiamava Hanseniani…) nella foresta dell’Amazzonia; dall’impegno politico a Manaus (non compreso perfino da molti suoi vecchi amici!) alla persecuzione, col rischio di essere ammazzato, da parte di quel potere che contestava: fu praticamente salvato dall’allora governo Dini.
Dalle dure testimonianze sociali, teologiche e politiche, alla dimensione, certamente poetica, del personaggio: “la Croce del Sud esiste davvero ed è la più bella di tutte…” ricordava a me e a mia moglie davanti alla chiesetta sopra il Lago di Limao, in piena foresta amazzonica, forse uno dei luoghi più belli che abbia mai visto.
Poi trovò perfino il tempo di passare due anni in Mozambico con una motivazione che ha dell’incredibile: “Vado in Africa per ripagare il fatto che il babbo, in Africa, c’è andato per fare la guerra. Io vorrei portare aiuto e pace”.
Che lezioni!
Appena la malattia iniziò ad impedirgli di continuare il percorso che aveva iniziato (soleva dire: “con i piedi pesticcio, con le mani cincischio, con la bocca farfuglio, con la testa…”) ci propose, senza alcuna presunzione, di rimettere insieme un po’ di cose della sua vita e venne fuori quel libretto dove lui stesso si definiva “ancora un sognatore che pensa”: ritengo questa, la fotografia più autentica dell’uomo e del prete.
Credo si possa davvero dire di lui, parafrasando Paolo, che “ha combattuto il buon combattimento, ha terminato la corsa, ha custodito la fede”.
“Chi vi parla è un uomo felice”… ci disse dopo 40 anni di missione lasciando il suo amato Brasile, facendo (ed è questo, almeno io credo, il suo testamento) una delle sue ultime affermazioni di quel periodo: “Meno in chiesa e più in strada, meno culto e più carità, meno conversione per gli altri e più conversione propria, meno clericali e più laici, meno attenzione alle anime e più per i corpi, meno attenzione al cielo e più alla terra”.
Era il marzo del 2015.
Poi, sostanzialmente abbandonato dalla “sua” chiesa, rimasto con pochi amici che ogni tanto lo andavano a trovare, l’inizio della fine.
Ma Umberto ha certamente segnato un po’ di storia.
Non credo quella del mondo, ma certamente quella di alcuni di noi: la mia di sicuro.
Ciao Umberto










