PRATO – Un emozionante viaggio nella nostalgia, attraverso la vita e le imprese di un grande campione oggi scomparso, ma capace di lasciare una traccia indelebile nella storia e nella leggenda del ciclismo.
Sul campo di gioco dello Zenith Prato, nell’ambito della rassegna “Sport e Teatro” organizzata da Factory TAC, STA e Zenith SSD, l’attore Massimo Bonechi ha portato in scena il reading teatrale “Un pirata di nome Marco”, su testo di Riccardo Goretti, ispirato a una delle figure più iconiche, più controverse e nello stesso tempo più radicate nella memoria popolare.

Insieme forse a Roberto Baggio, Marco Pantani è stato lo sportivo Italiano che più ha segnato gli anni Novanta, raggiungendo la fama mondiale e diventando l’idolo e il punto di riferimento di una generazione che è cresciuta guardando incollata alla televisione le sue imprese al Giro d’Italia e al Tour de France. Se Marco buttava via la borraccia, gettava a terra quella sua famosa bandana che lo faceva sembrare un vero pirata, si tendeva in avanti sul manubrio e si alzava sui pedali, allora potevi esser sicuro che il suo scatto avrebbe piantato lì in asso tutti gli avversari, perché quando Marco scattava in salita non ce n’era per nessuno.
Pantani è diventato un mito non solo per le sue vittorie sportive: guardando al solo palmares, sono molti i campioni, anche attuali, che hanno vinto molto più di lui in meno anni di carriera, replicando anche quella leggendaria “accoppiata Giro Tour” che Marco realizzò nel 1998, il suo anno di grazia (e tornata pochi mesi fa dopo 26 anni per merito di un dominante Pogacar). Però la breve parabola di Marco, che ha illuminato il ciclismo come una cometa, vive ancora oggi nei cuori e nei ricordi di tutti gli appassionati e i tifosi che a ogni passaggio del Giro o del Tour scrivono sull’asfalto il suo nome.
Ma cosa ha reso Marco così speciale, al di là delle sue vittorie? Forse è proprio la sua vicenda umana così irripetibile, un vero e proprio “ottovolante” tra salite e discese, trionfi e cadute, successi e fallimenti, sfortune e incidenti che in più occasioni hanno rischiato di minare il proseguo della sua carriera ma che lo hanno in realtà reso più forte e determinato; e poi la celebrità a livello internazionale e l’esposizione mediatica, gli errori e le cattive amicizie, la depressione e le dipendenze, il processo mediatico scatenato ai suoi danni dopo i fatti di Madonna di Campiglio del 1999 che di fatto lo hanno “ucciso”.
Perché Marco non ha mai vestito i panni del supereroe, dietro il suo aspetto “piratesco” c’era un ragazzo timido e pieno di fragilità a cui un “sistema” perverso, abituato a giudicare in maniera superficiale e sommaria, non ha voluto perdonare nulla.

Una vicenda umana e sportiva dai mille risvolti che Massimo Bonechi ha voluto portare in scena partendo proprio da un viaggio nella “nostalgia” dei primi anni Novanta, conducendo per mano il pubblico nella Romagna della movida e degli anni d’oro dei locali della riviera. In un continuo alternarsi tra ricordi personali di adolescenza e riferimenti alla biografia del “Pirata”, si sviluppa uno storytelling che non è e non può essere solo cronaca sportiva, ma che assume i caratteri di un percorso a tratti intimo e introspettivo nella vita di Marco, in una sorta di dialogo a distanza con il campione.
Un mito nato al Giro d’Italia del 1994 quando il semisconosciuto Pantani, all’epoca giovane gregario di Chiappucci alla Carrera, si rende protagonista di due coraggiosi attacchi da lontano nei tapponi alpini, staccando di forza campioni affermati come Berzin e Indurain e cogliendo due straordinarie vittorie di tappa. E Massimo è lì, ai piedi del divano di casa insieme a suo padre, entrambi incollati davanti allo schermo come milioni di altri italiani, che subito si innamorano di quel “pelatino” dalle orecchie a sventola e dal fisico esile da scalatore puro, capace di mettere in crisi i “grandi” del ciclismo contemporaneo.
È un viaggio sentimentale che Massimo intreccia con i ricordi dei suoi pomeriggi passati con il padre a guardare le tappe di Giro e Tour, due corse in cui il giovane Pantani avrebbe potuto cogliere maggiori risultati e soddisfazioni se la sfortuna non lo avesse perseguitato in quegli anni: nell’ottobre 1995 un grave incidente alla Milano-Torino lo costringe a saltare l’intera stagione successiva; nel maggio 1997, durante una delle prime tappe del Giro, cade per colpa di un gatto che gli taglia la strada ed è costretto al ritiro.
Sono “colpi” di un destino avverso che avrebbero forse portato altri atleti a non potersi esprimere più ad alti livelli o addirittura a decidere di appendere la bicicletta al chiodo; ma non per Marco, che ad ogni caduta si rialza e riprende a pedalare, supportato anche dall’affetto incrollabile dei suoi tifosi che lo aspettano per anni e che non smettono mai di sostenerlo, convinti di una sua “rinascita”.
Questa avviene nel magico 1998 con i due grandi giri vinti a poche settimane di distanza con due epiche rimonte su Zulle e Ullrich, entrambi in vantaggio di minuti sul “Pirata” a poche tappe dal termine. La mitica cavalcata sul Galibier che apre la strada al trionfo di Parigi consacra Pantani come l’astro più scintillante del ciclismo mondiale e come lo sportivo italiano che proprio in quell’estate raggiunge l’apice della notorietà, diventando anche un volto “mediatico” con ospitate in programmi televisivi e partecipazioni a spot pubblicitari.
Tuttavia, come ricorda Massimo in più occasioni nel corso dello spettacolo, più alto è il punto da cui si precipita, maggiore è il rumore del tonfo quando si cade a terra: i drammatici fatti del 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, quando Marco Pantani viene estromesso da un Giro d’Italia praticamente vinto per un valore di ematocrito superiore alla soglia massima consentita (e con analisi svolte tra mille dubbi e sospetti), consegnano il “Pirata” alla gogna mediatica, alle insinuazioni della stampa, alle calunnie di falsi amici e di figure in cerca di notorietà, in un’epoca in cui passare da eroi a “dopati” è fin troppo facile e rapido.
Di fatto Marco muore quel giorno: i successivi cinque anni saranno una lunga agonia (come quella che combatteva tutte le volte che in salita si alzava sui pedali, come confessò a Gianni Mura in una celebre intervista) fatta di accuse, processi, cocaina, depressione, solitudine, risultati sportivi lontanissimi dai fasti di qualche anno prima che rendono Pantani l’ombra di se stesso.

È una caduta dal paradiso all’inferno che si conclude tragicamente, e che porta Massimo ma anche tutti gli spettatori a riflettere su quanto siano drammaticamente attuali certi spunti di riflessione che la vicenda umana e sportiva di Marco ci presenta. La sua è la storia di un campione che ha lottato con forza di volontà e determinazione fin da quando, abbandonato il calcio, ha iniziato a correre su una bicicletta; più volte gettato a terra e sbattuto sull’asfalto dalla sfortuna, si è rialzato ed è tornato più forte di prima; dove non sono riusciti il destino e gli avversari, sono state le false accuse e la ricerca del “mostro da sbattere in prima pagina” a farlo crollare del tutto e abbandonarlo alle sue fragilità.
Un reading emozionante e coinvolgente, in cui Massimo intreccia sapientemente ricordi personali, riferimenti alla vicenda umana e sportiva di Marco e richiami alla “grande storia” di quegli anni, che Pantani ha attraversato troppo in fretta.










