martedì, Settembre 22, 2026

Una band “lynchiana” dal sound internazionale: intervista ai The Elephant Man

SERRAVALLE PISTOIESE – Il richiamo diretto alla narrazione onirica tipica del cinema di David Lynch, l’incontro tra alternative rock, dark wave e post-punk, il respiro internazionale e la voglia di suonare dal vivo.

La serata conclusiva della decima edizione di Serravalle Rock il prossimo 2 agosto vedrà l’atteso ritorno alla Rocca di Castruccio dei The Elephant Man, già ospiti della kermesse nel 2023, che presenteranno al pubblico il loro ultimo progetto discografico.

The Elephant Man, band alternative rock e dark-wave, è un progetto artistico nato e sviluppatosi principalmente durante il periodo della pandemia, formato dall’unione di quattro musicisti di grande esperienza provenienti da alcune delle formazioni più importanti del rock alternativo italiano degli ultimi decenni: Max Zanotti (voce, già frontman di Deasonika e Casablanca), Francesco Tumminelli (chitarre, anche lui ex membro dei Deasonika), Ivan Lodini (basso, storico membro dei Movida) e Alessandro Ducoli (batteria).

Il sound di The Elephant Man è un mix potente, cupo e ipnotico, volutamente orientato verso il mercato e il respiro internazionale. I brani della band sono scritti e cantati interamente in inglese, caratteristica che li distacca dai progetti precedenti dei singoli membri, il loro stile evoca spesso atmosfere dark e gotiche con testi che scavano nei meandri dell’animo umano, esplorando il contrasto tra la purezza interiore e la crudeltà del mondo esterno e dipingendo un quadro di anime tormentate in cerca di riscatto.

La band debutta nel 2022 con l’album d’esordio Sinners (Vrec Music Label/Audioglobe), un vero e proprio concept album in cui ogni traccia rappresenta un “peccatore” o un’anima che nasconde qualcosa. Per questo lavoro la band si avvale della preziosa collaborazione di figure di rilievo internazionale nel settore come il produttore Steve Lyon (noto per i suoi lavori con Depeche Mode e Cure) e il celebre ingegnere del mastering Tom Baker.

L’evoluzione dei The Elephant Man in un alternative rock dai caratteri originali si concretizza nel loro secondo importante capitolo discografico, Redemption (2025, Vrec Music Label), un album di nove brani in cui il sound si fa ancora più maturo, solido e di forte impatto emotivo, confermando la band come una delle realtà alternative più affascinanti e coraggiose del panorama attuale.

In previsione della loro esibizione live al Serravalle Rock abbiamo avuto l’opportunità di intervistarli per scoprire qualcosa di più sulla loro attività musicale, lo stile adottato, il rapporto con Serravalle Rock e i progetti futuri.

The Elephant Man

Il vostro progetto musicale prende il nome dal celebre film The Elephant Man (1980) di David Lynch, considerato un capolavoro intenso e commovente del regista e sceneggiatore statunitense. Perchè avete scelto un richiamo diretto a questa pellicola? E in che modo il cinema lynchiano ha influenzato o continua a influenzare la vostra musica?

Forse l’aspetto più interessante che ci affascina e ci influenza del cinema di Lynch è la narrazione onirica. Spesso in Lynch lo sviluppo della narrazione non è lineare, la classica storia, ma è un fluire di sogni, incubi, paure. La narrazione è sempre in bilico tra realtà e allucinazione. Poco lineare, come la vita. Per non parlare del livello di poesia e sensibilità toccate in The Elephant Man, film in cui un uomo dalle sembianze mostruose, vittima della crudeltà degli uomini, si rivela invece come una creatura dotata di rara sensibilità.

Qual è stata l’idea di fondo che vi ha spinti a dare vita a questo nuovo progetto artistico? Come siete riusciti a trovare un equilibrio e una sintesi rispetto alle vostre precedenti esperienze in altre band?

Avevamo tutti bisogno di un progetto artistico che ci portasse in una direzione diversa da quelle che avevamo battute finora, ci siamo trovati ed è stato molto naturale. Le canzoni arrivavano, gli arrangiamenti fluivano. Si è ricreata quella situazione di entusiasmo che si prova quando si ha un coinvolgimento totale con l’attività che si sta facendo, quasi una esperienza mistica. Si dice che in un quartetto ognuno sia il 25% ma quando suoniamo insieme il risultato è il 110%! È nata un’alchimia difficilmente descrivibile.

Il vostro stile musicale fonde diverse sfumature, dall’alternative rock al post-punk e alla dark wave: quali sono gli artisti che vi hanno maggiormente influenzati o che per voi sono stati fonte di ispirazione?

È vero, in maniera naturale emergono influenze che ormai fanno parte dell’identità artistica di ognuno di noi quattro. Abbiamo influenze diverse ma con alcuni tratti in comune: per citare qualche nome i Nine Inch Nails, The Cure, David Bowie, Jeff Buckley, Faith No More, Soundgarden, Queens of the Stone Age, Led Zeppelin.

Fin dal vostro debutto avete puntato su testi in inglese e un sound molto internazionale: è stata una precisa scelta maturata dal momento in cui avete dato vita alla band? Questa impostazione è dovuta più a ragioni artistiche o commerciali nell’ambito dell’alternative rock?

Ci siamo resi subito conto che il materiale che stavamo scrivendo si sarebbe prestato in maniera molto naturale alla lingua inglese e ad una scena musicale internazionale. Ed effettivamente anche all’estero abbiamo raccolto grandi soddisfazioni, tra le altre cose abbiamo vinto un festival internazionale a Los Angeles con il video del primo singolo Valerine: nella giuria c’era anche Serj Tankian, cofondatore e frontman dei System of a Down.

La copertina di “Redemption”, ultimo album pubblicato dai The Elephant Man

Anche se The Elephant Man è un progetto molto “giovane” come anni di attività, che cosa secondo voi è cambiato e si è evoluto tra l’album di debutto Sinners e il secondo disco Redemption, sia a livello di scrittura che di composizione musicale?

Intanto, il primo disco di solito è il risultato di anni di composizione e di canzoni “parcheggiate” in attesa del “momento giusto”, mentre il secondo viene scritto spesso in un periodo di tempo più breve. Dal punto di vista stilistico Redemption è un disco più asciutto, meno “prodotto” rispetto a Sinners. Il sound si fa ancora più dark in alcuni punti e più furioso in altri. L’arte è lo specchio dei tempi in cui viviamo e la follia di questa era, la si ritrova tra le tracce di Redemption.

A tre anni di distanza tornate sul palco del Serravalle Rock: che esperienza è stata per voi quella di prendere parte a questo festival in costante crescita? E potete dare al pubblico una piccola anticipazione del vostro live di quest’anno alla Rocca di Castruccio?

Ricordiamo bene la prima esibizione, ci eravamo trovati a nostro agio e avevamo suonato tutto il primo disco Sinners, quest’anno ci concentriamo sui brani del nuovo Redemption senza dimenticare però qualche brano più “vecchio”. La location alla Rocca è davvero suggestiva, la selezione delle band molto attenta e professionale, l’atmosfera è davvero unica. Inoltre, cosa rara di questi tempi, l’ingresso al festival è gratuito, e ci piace l’idea di partecipare ad un evento che non ha come primo obbiettivo quello di spremere i portafogli degli spettatori ma di “regalare” esperienze artistiche che oramai purtroppo sembrano sempre più marginali.

Quali sono i vostri progetti in cantiere nel prossimo futuro? C’è un tour internazionale all’orizzonte o state già seminando le idee per il prossimo capitolo discografico? E qual è il vostro “sogno nel cassetto”?

Ci piacerebbe molto portare la nostra musica al maggior numero di orecchie possibile, e questo, per band come la nostra, vuol dire suonare dal vivo e fare concerti. Sebbene singolarmente calchiamo importanti palchi da molti anni, il progetto The Elephant Man è relativamente “nuovo” e non è facile guadagnarsi lo spazio negli eventi senza una fanbase già consolidata. Ci stiamo provando e siamo grati a Serravalle Rock Festival per averci invitati. Stiamo cominciando a scrivere le canzoni nuove, il nostro sogno nel cassetto è quello di continuare a suonare molto dal vivo.

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