PISTOIA – Una piccola meraviglia d’arte “nascosta” in una cappella laterale della Cattedrale di Pistoia, con un interessante esempio di parete affrescata risalente alla prima metà del Quattrocento.
Il Duomo pistoiese custodisce al suo interno notevoli tesori, primo fra tutti il famoso Altare argenteo di San Jacopo, capolavoro dell’arte orafa tardomedievale che negli ultimi anni, grazie a eventi e ricorrenze come Pistoia Capitale italiana della Cultura e l’Anno Santo jacopeo, è stato oggetto di valorizzazione e di un progetto fotografico – allestito nella vicina chiesa di San Leone – che ha attratto in città migliaia di visitatori e ha rafforzato i legami storici e religiosi tra Pistoia e Santiago di Compostela nel segno del comune culto jacopeo.

Ma all’interno della Cattedrale sono presenti anche opere “minori” e meno note, spesso ignorate dal turista frettoloso e poco conosciute agli stessi pistoiesi, ma non per questo non meritevoli almeno di un accenno. Percorrendo la navata destra della chiesa, poco oltre il monumento sepolcrale di Cino da Pistoia, un piccolo ingresso lungo la parete immette in un andito che collega il corpo centrale dell’edificio sacro con una cappella interna, la cosiddetta Cappella del Giudizio o di San Mattia.
Edificata nei primissimi anni del Quattrocento forse su una struttura più antica, nel 1417 venne ceduta dai canonici del Capitolo della Cattedrale pistoiese al notaio Paolo di Bartolomeo Tuci, con la promessa e l’obbligo di dotare la cappella di nuovi arredi e realizzare diversi lavori di abbellimento, tra cui un dipinto del valore stimato di non meno di cento fiorini.
Paolo Tuci provvide quanto prima a far affrescare le pareti e la volta della cappella affidando l’incarico a un artista a noi ignoto, da alcuni studiosi identificato nel pittore fiorentino Giovanni Dal Ponte (1385-1457), importante esponente della stagione della pittura tardogotica toscana: un’ipotesi suggestiva che tuttavia gli studi più recenti hanno confutato, dal momento che l’affresco pistoiese si discosta dai suoi modelli per l’espressionismo più esasperato e diffusi scadimenti qualitativi.
Nonostante questi limiti pittorici e il carattere lacunoso dell’affresco odierno rispetto a quello originario, entrando nella cappella non si può non rimanere affascinati dalla vista del Giudizio Universale che campeggia sul muro di fondo, mentre sulla parete destra restano frammenti dell’Inferno che era speculare alla raffigurazione del Paradiso (affresco oggi scomparso), secondo un modello compositivo analogo a quello presente nella cappella Strozzi nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze.

L’affresco del Giudizio Universale, realizzato verosimilmente tra il 1417 e il 1420, colpisce il visitatore per la drammaticità delle figure umane qui raffigurate, in uno stile “espressionista” che viene sottolineato dalla vivace e intensa gestualità, dagli sguardi rivolti in più direzioni, dai volti che esprimono in tutta la loro tensione l’attesa del giudizio divino o la disperazione per la condanna al supplizio eterno.
La composizione, tripartita, presenta in alto santi e profeti (tra i quali si riconoscono il profeta Elia e Giovanni il Battista), due angeli che reggono rispettivamente i flagelli e la colonna, un terzo che suona la tromba e un quarto che sospinge i dannati mentre dalla sua bocca escono le parole “Surgite maleditti!” secondo il Vangelo di Matteo; sotto, alcune figure ben riconoscibili di grandi peccatori, destinati alle punizioni infernali, come Erode, Pilato, Nerone, i sommi sacerdoti Anna e Caifa; più in basso, nel registro inferiore, una schiera di personaggi di diversa estrazione e condizione sociale, come nobili, mercanti e alti prelati, che pregano e discutono tra loro in attesa di essere giudicati.
Al vertice della composizione si intravede una piccola parte della mandorla al cui centro si trovava Cristo giudice, ma l’affresco, che continuava sulla parete sinistra, è stato rimosso e cancellato, così come gran parte di quello sulla parete destra, interno al 1764, quando la cappella fu interessata da radicali modifiche architettoniche, con riduzioni in forme neoclassiche che si andarono a sovrapporre all’originario impianto quattrocentesco.

Importanti lavori di restauro condotti nel 1985 da Giuseppe Gavazzi per conto della Soprintendenza dei Beni artistici e storici per le province di Firenze e Pistoia (oggi Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato) hanno portato alla “riscoperta” e alla successiva valorizzazione di questo piccolo patrimonio d’arte, restituendo alla Cattedrale di Pistoia una testimonianza significativa della pittura tardogotica in città.
Ma le “sorprese” della Cappella del Giudizio non finiscono qui: sul pavimento una lastra tombale con relativa epigrafe ricorda Niccolò Sozzifanti (1739-1812), prelato pistoiese membro della Legazione papale, nunzio in Francia nel 1766 presso la corte di Luigi XV per conto del pontefice Clemente XIII.










