di Rachele Barghini
PISTOIA – Grossman, Soyinka, Shiva, Magris e Maraini. Sono questi i precedenti vincitori del Premio Internazionale Dialoghi di Pistoia, un riconoscimento a figure intellettuali di spicco sul panorama culturale contemporaneo.
Vincitore della sesta edizione è, invece, Amitav Ghosh, scrittore ed antropologo di fama mondiale, autore di maggior rilievo sul panorama della letteratura indiana contemporanea. I suoi saggi e romanzi indagano le urgenze della modernità, partendo dalle grandi questioni poste dal colonialismo, dall’antropocentrismo, all’ecologia e all’emergenza ambientale.

Nel 2018, Gosh è stato il primo scrittore indiano di lingua inglese a vincere il Jnanpith Award – il riconoscimento letterario più prestigioso in India. E da sempre attento alle tematiche legate alla giustizia climatica ed alla difesa dell’ambiente, il suo universo narrativo è animato da viaggiatori, esuli, e rifugiati; intreccia epoche e luoghi distanti fra loro, in continua sovrapposizione di confini fisici e temporali.
Fra le pubblicazioni più recenti, edite in Italia da Neri Pozza: La maledizione della noce moscata. Parabole per un pianeta in crisi (2022); Jungle Nama (2019); L’isola dei fucili (2017); La grande cecità e Diluvio di fuoco (2015).
Il premio, promosso dalla Fondazione Caripit, viene conferito dalla giuria composta da Lorenzo Zogheri e Cristina Pantera – presidente e vicepresidentessa della Fondazione –, dalla direttrice del Festival, Giulia Cogoli, e dagli antropologi Aime e Favole.

In occasione della cerimonia di consegna, Amitav Ghosh dialoga con Paolo Di Paolo, proponendo una riflessione sull’intreccio ed interdipendenza degli organismi viventi, partendo dalla storia esemplare dell’albero della noce moscata e dalla parabola del colonialismo, considerato, con la sua furia devastatrice, alla base delle conseguenze irreversibili che vediamo oggi sul pianeta rispetto al clima.
In La Maledizione della Noce Moscata viene nominato, di fatti, un evento. L’atroce sterminio della comunità nativa presso l’arcipelago della Isole Banda, nell’Oceano Indiano. Tale è emblematico di quella che qualcuno chiama “la maledizione delle risorse”. L’arcipelago ospita un’isola in cui unicamente cresce l’albero della noce moscata, per cui l’oppressore coloniale giunge qui e si appropria di una pianta che, fino a tempo prima, significava vita.
L’episodio citato è emblematico di come questa eredità silenziosa del colonialismo – ormai mentale, una supremazia del potere e delle idee europee – sia stata fatta propria dall’uomo della globalizzazione, che si arroga con prepotenza l’arbitrio di poter sfruttare a nostro piacimento il pianeta.










