mercoledì, Settembre 9, 2026

Untouchables: un caso di scuola per la cattiva amministrazione

di Daniela Belliti

PISTOIA Daniele Rovai ha il merito di aver raccolto e letto gli atti processuali e le sentenze, di aver estrapolato tra migliaia e migliaia di carte le parti più significative e di averle riordinate in una ricostruzione della vicenda di Untouchables che offre innumerevoli spunti di riflessione.

Gli Intoccabili. La tangentopoli pistoiese (Porto Seguro 2022) non ha suscitato particolare interesse mediatico alla sua uscita; il libro non è in vendita nelle librerie, ma si trova in alcuni locali cittadini recapitati lì dall’autore stesso.

Da sinistra, Giuliano Palagi, Giulia Melani, Daniele Rovai e Alberto Vivarelli

E’ stata l’associazione Palomar a presentarlo, a diversi mesi dalla sua pubblicazione, al circolo Garibaldi, in un incontro molto partecipato, dove, assieme all’autore, interloquivano Alberto Vivarelli, profondo conoscitore della città, Giuliano Palagi, già amministratore a Pistoia nell’ultima parte dell’amministrazione Bertinelli ed esperto nazionale di pubblica amministrazione, e Giulia Melani, sociologa del diritto e componente dell’associazione.

Questo libro dovrebbe essere letto da tutti coloro che fanno o intendono fare politica a Pistoia, e in particolare dai consiglieri comunali. Non si può pensare di impegnarsi per la propria città, se non si conosce la sua storia, anche quella più negativa – anzi, quella in particolare, e in questo caso una storia che dovrebbe servire da lezione per prevenire e contrastare fenomeni di corruzione nella pubblica amministrazione. Invece, da quello che si è visto fino a qui, pare che la politica cittadina voglia rimuovere e dimenticare la vicenda Untouchables, come se la conclusione dei processi bastasse a redimere e cancellare anni e anni di cattivi comportamenti, di cattiva amministrazione e – per essere blandi – di politica debole.

Ma quella penale e giudiziaria è solo una parte, e forse nemmeno la più rilevante, di una storia che ha fatto emergere intrecci malati tra economia, politica e amministrazione. E quindi, il messaggio che scaturisce dal libro e dalla discussione sviluppata su di esso è che tutto questo può tornare ad accadere.

Un’immagine della serata al circolo Garibaldi

La domanda iniziale di Giulia è stata: chi comanda a Pistoia? Dalla lettura delle intercettazioni puntualmente trascritte nel libro emerge una realtà cittadina nella quale a decidere quali investimenti fare e quali no, chi far lavorare e chi promuovere nelle diverse posizioni della filiera decisionale, non fosse la politica – quella democraticamente scelta con il voto dei cittadini – ma una rete di figure apicali dell’amministrazione e dell’economia pistoiese, che, strette da anni in rapporti fin troppo familiari, agivano come un sistema perfettamente funzionante: alla politica che non faceva troppe domande si garantiva visibilità con imponenti lavori pubblici (e a questa visibilità corrisponde sempre consenso e quindi voti alle elezioni), alle imprese che collaboravano si garantiva lavoro (per i titolari e per i dipendenti, e anche questo produce consenso), ai dirigenti e funzionari che facevano girare il meccanismo si garantiva un bel tenore di vita. Finché regge, il sistema della corruzione è un mondo perfetto: tutti gli attori in gioco ci guadagnano. C’è un attore, però, che ci perde rovinosamente, che pare inesistente tanto è astratto da questa bruta realtà materiale, ma che invece dovrebbe essere il soggetto di cui tutti siamo responsabili e a cui dovremmo rendere conto: l’intera comunità locale, defraudata di risorse pubbliche (ricordiamo l’enorme debito consolidato e il buco di bilancio, non dovuto soltanto ai tagli del perfido Governo Monti), di virtuosa concorrenza tra imprese (anche di quelle fuori del territorio) e di competenza nella gestione della cosa pubblica.

Nonostante l’inchiesta non l’abbia coinvolta, è la politica che ne esce distrutta. Forse è proprio per questo che la politica non ne vuole più parlare, delegando ai magistrati il compito di punire chi ha commesso reati. Ma quella politica che per anni non si è accorta di nulla di quanto accadeva non dovrebbe interrogarsi sulla sua funzione e sui poteri che può e deve esercitare per estirpare la mala pianta della corruzione dall’amministrazione pubblica?

Rispondere a questa domanda significa però aprire un altro capitolo di riflessione su questa vicenda. Come Alberto Vivarelli ha ben spiegato, quel sistema di rapporti tra amministrazione ed economia non nasce nel 2011, anno di inizio dell’inchiesta, ma ha le sue radici molto lontane nel tempo, addirittura – ha ricordato – tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. In tutto questo tempo, sono sempre le ditte di cui si parla in Untouchables ad acquisire gli appalti pubblici; e in tutto questo tempo, nell’amministrazione si forma un ufficio tecnico il cui dirigente, dopo essere stato a lungo funzionario, rimane lì per quindici anni. Alle cene organizzate per varie occasioni spesso partecipano anche amministratori, gli stessi amministratori che, una volta cessato l’incarico pubblico, vanno poi a dirigere aziende concessionarie di servizi pubblici o a fare da consulenti per altre imprese per vari versi attigue al governo comunale (pensiamo alle squadre di basket e calcio). Non c’è bisogno del penale per capire – per chi ha un’alta concezione della politica e dell’etica pubblica – che tutto questo è riprovevole e moralmente deprecabile.

C’è stato un solo momento in cui il sistema si è inceppato. Certo, l’indagine era già partita mesi prima, ma quando a maggio 2012 Samuele Bertinelli si insedia a Palazzo di Giano e legge la Relazione redatta dal Direttore generale, nella quale si sottolineano alcune anomalie nei procedimenti di gare e appalti, non ci pensa due volte a consegnare tutto alla Procura, invitando a svolgere tutti gli approfondimenti necessari. Fu un segnale chiaro, il segnale che la nuova amministrazione avrebbe pienamente collaborato con le indagini. Un mese dopo scattarono gli arresti e a ottobre dello stesso anno iniziò il processo.

Ma quello non fu il solo atto di rottura. La nuova macrostruttura del Comune fu completamente rivoluzionata; il principio di rotazione degli incarichi dirigenziali fu finalmente messo in pratica; nuove energie, dell’ufficio tecnico e non solo, furono liberate (perché a Pistoia c’erano anche competenze importanti di funzionari spesso messi ai margini da metodi cooptativi di promozione). Certo, questo ha comportato contrasti profondi con la macchina comunale, che ha reagito con ricorsi e addirittura esposti contro un’amministrazione che – per la prima volta? – intendeva affermare il primato della politica nel governo della cosa pubblica.

E ancora: quando in campagna elettorale Samuele Bertinelli si impegnava a interpretare una politica “amica di tutti e parente di nessuno”, intendeva quello che nei cinque anni è stato fatto, respingendo ogni richiesta di favore e affermando il principio del diritto per tutti. Molti – elettori del centrosinistra – ne sono rimasti “delusi”; troppi erano quelli che fino ad allora avevano avuto rapporti privilegiati con l’ufficio del Sindaco, ricevuti e accolti sempre al bisogno, senza attendere come i normali cittadini; tanti i rappresentanti di settori economici – quelli che poi anche apertamente hanno sostenuto la destra e Tomasi – che si sono sentiti offesi dal comportamento di un Sindaco che non era indulgente con nessuno se le regole non erano rispettate. Meriterebbe un capitolo intero il rapporto tra amministrazione e mondo dello sport, anche messo a confronto con la situazione attuale, per chiederci come mai – pur in un sostanziale “tradimento” da parte dell’amministrazione Tomasi delle promesse fatte in campagna elettorale nel 2017 – lo sport non si mobilita più e resta silente anche davanti a palesi inadempienze.

Infine, occorre approfondire il tema non solo della politica, ma di quale politica.

Ricordo un incontro svolto tra i “sostenitori” della candidatura di Samuele alle primarie per la carica di Sindaco del 2012; il fronte del Partito Democratico era ampio, e comprendeva – oltre alla sinistra del partito – anche rappresentanti della maggioranza più moderata. In quella occasione, diversi di questi ultimi rappresentanti invitarono Samuele a moderare i toni verso quelle imprese che si aggiudicavano gli appalti pubblici; alla fine, perché infierire verso chi rappresentava gran parte dell’economia cittadina, e con essa, quindi, anche gran parte di elettorato “nostro”? Perché insistere su un punto che, alla fine, non c’entrava con la politica, essendo materia tecnica di procedure di affidamento gestite dagli uffici? Nessuno poteva sapere che già era in corso l’indagine, e nessuno certamente ragionava così per difendere corruttori; ragionava così per difendere il consenso, e per assicurare che la propria quota di voti potesse arrivare nelle urne a sostegno di Samuele, che era il candidato che avevano deciso di appoggiare. Tutto questo è perfettamente legittimo; ma alla luce di quello che è successo, con l’inchiesta prima e con la sconfitta del 2017 poi, non sarebbe stato necessario, come minimo, iniziare una riflessione sul consenso del centrosinistra e sulle modalità con le quali questo consenso si era negli ultimi anni organizzato?

Non solo questa riflessione non è avvenuta, ma il Partito Democratico nemmeno ha pensato di rivendicare il fatto che il “suo” Sindaco aveva svolto un ruolo fondamentale nel portare alla luce il sistema di corruzione che – fino a prova contraria, dopo dieci anni e sentenze acclarate – soffocava l’amministrazione e la città. Anzi, il Partito Democratico, dopo la sconfitta del 2017, scaricando interamente le responsabilità su Bertinelli, gli ha imputato come errori proprio quei tentativi di risanamento dei rapporti con la macchina comunale e con il mondo delle imprese.

Il problema continua a non essere posto nemmeno dopo la sconfitta del 2022, figlia anch’essa – ne sono convinta – di quelle stesse contraddizioni irrisolte di un sistema di potere, che ha subito una scossa, ma non è stato ancora smantellato. Perché non basta una persona, o un gruppo di persone, per farlo; ma occorre una politica unita – di un intero partito o di una intera coalizione – a cambiare per davvero e a ricostruire su basi nuove e trasparenti un vero consenso democratico.

Questo tema interroga non soltanto Pistoia, ma interroga soprattutto la sinistra. Che si è sbarazzata frettolosamente della questione morale, respingendo come insostenibile l’argomento berlingueriano della “diversità”. Certo, la diversità non doveva essere intesa come un dato antropologico, ma come un ethos, una forma di vita pubblica che non si limita ad agire nell’ambito della legalità. Questa è la condizione minima richiesta a tutti i cittadini; ma chi ricopre incarichi pubblici ha un onere della prova più forte, perché in quel ruolo agisce non per sé ma per conto di tutti. E’ diventato troppo difficile da capire? E allora ci saranno Untouchables, l’indagine “Keu”, fino al Qatargate e chissà quanto altro ancora.

E allora, il consiglio ai partiti: leggete il libro. Studiate. Imparate a distinguere tra pubblico e privato, tra diritto e favore, tra interessi generali e quelli particolari. Formate e selezionate la classe dirigente su questi principi. La prevenzione e il contrasto alla corruzione si fa così.

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