PISTOIA – Dismesse, abbandonate, solitarie, ormai ignorate dai pochi treni che ogni giorno percorrono la linea ferroviaria Porrettana.
Da quasi trent’anni nessun convoglio, salvo che per situazioni d’emergenza o eventi particolari, si ferma più nelle due piccole stazioni di Valdibrana e Piteccio, un tempo protagoniste di un vivace traffico passeggeri tra la città di Pistoia e le località collinari attraversate dalla ferrovia, ma dai primi anni Novanta progressivamente abbandonate e dismesse a causa della diminuzione del volume di traffico sull’intera linea e della concorrenza del trasporto pubblico su gomma, più rapido e conveniente.

Ultimo “sfregio” alla storia secolare e all’onorato servizio delle due stazioni, il loro recente declassamento al rango di “fermate” impresenziate, con l’unica funzione di posti di blocco dei treni in caso di emergenza.
Eppure le due stazioncine, oltre a costituire interessanti esempi di “archeologia ferroviaria”, presentano ancora oggi le tracce visibili – e, in alcuni casi, sottoposte a un corretto processo di recupero e valorizzazione – di un complesso sistema di strutture, costruzioni, opere ingegneristiche al servizio della ferrovia: non si dimentichi mai che la costruzione della Porrettana, avvenuta in più fasi tra il 1853 e il 1864, rappresentò per l’epoca una grande sfida ingegneristica, che richiese non solo l’edificazione di importanti infrastrutture – ponti, viadotti, gallerie – ma anche la creazione lungo l’intero tracciato di una serie di opere ingegneristiche “secondarie” come trincee ferroviarie, pozzi di areazione, gallerie idrauliche e binari di servizio.
Il tutto per permettere ai treni a vapore di percorrere in relativa sicurezza il difficile tratto da Pistoia a Pracchia e viceversa, caratterizzato da un tracciato estremamente tortuoso e a forte pendenza (si arriva fino al 26 per mille), punto nodale di una linea che oggi appare come un ramo secondario, ma che all’epoca costituiva l’asse portante dei trasporti ferroviari tra il nord e il sud del Paese.

Nell’Italia postunitaria – e per almeno cinquant’anni, fino alla costruzione della “direttissima” fra Prato e Bologna negli anni Trenta – gran parte del traffico ferroviario attraverso l’Appennino era convogliato sulla Porrettana, alla quale spetta il piccolo “merito storico” di aver unito il Paese in un periodo in cui il trasporto su rotaia era in una fase di grande sviluppo, ma in cui l’idea stessa di valicare i monti in questo tratto (da Pistoia a Pracchia la ferrovia affronta un dislivello di 550 metri in 25 km) appariva quasi utopistica.
La stazione di Valdibrana sorge in posizione panoramica, su un contrafforte lungo la collina, ben visibile dal fondovalle; per accedervi c’è una stretta stradina a tornanti, che si stacca da via di Valdibrana appena superato l’imbocco della nuova variante. Inaugurata nel 1882, e all’inizio nota come stazione di Vaioni (dal nome della vicina località collinare), presenta oggi un fabbricato viaggiatori, due magazzini, un ufficio di segnalazione e i resti di un piccolo scalo merci, del quale sopravvive un fascio di binari.
Ma l’aspetto più interessante della stazione è la presenza, sul lato in direzione di Pistoia, di due binari particolari, uno “di salvamento” per i treni in discesa, l’altro “di lanciamento” per quelli in procinto di affrontare la salita. Il binario “di salvamento”, in forte pendenza, lungo 550 metri, era utilizzato per arrestare i treni in discesa da Pracchia (proprio nei pressi della stazione la ferrovia presenta il tratto di maggiore pendenza) in caso di guasto ai freni, in una sorta di “via di fuga” in sicurezza.

Il binario “di lanciamento”, al contrario, presentava una pendenza più lieve, era lungo 280 metri e veniva usato per “dare la spinta” ai treni provenienti da Pistoia, di modo che potessero “prendere la rincorsa” per affrontare il difficile tratto di ascesa verso il valico appenninico. Le strutture del binario “di salvamento” sono state quasi del tutto smantellate, e oggi resta solo un paraurti a indicarne l’inizio. Del binario “di lanciamento” sopravvive invece un’importante testimonianza a livello ingegneristico, per fortuna ancora in buono stato di conservazione: una rampa completamente in rilevato sostenuta da otto grandi archi in pietra e mattoni, quasi una sorta di viadotto “mozzato” che si interrompe prima della curva della ferrovia in direzione di Capostrada.
Dalla sommità della rampa si può godere di una bella vista panoramica sulla ferrovia, la vallata e le colline con boschi e oliveti; ma si può anche comprendere la complessità e la particolarità dell’ingegneria ferroviaria a servizio di una linea così esigente.

La stazione di Piteccio, inaugurata nel 1864 contestualmente all’apertura al traffico della Porrettana, si raggiunge anch’essa tramite una stretta stradina all’inizio della salita verso Sammommè: oltre al fabbricato viaggiatori, conserva una caratteristica torre cilindrica per il rifornimento di acqua ai tempi del vapore; vi erano anche qui due binari “di lanciamento” e “di salvamento”, oggi completamente smantellati; a nord della stazione, in parte coperto dalla vegetazione, si intravede il “tronchino” che conduceva al piccolo scalo merci.
La fermata si trova in uno dei punti più suggestivi dell’intera linea, dove la mente degli ingegneri e la mano dei costruttori si è trovata a combattere con una morfologia molto complicata, producendo due infrastrutture notevoli, autentici capolavori di ingegneria: a sud, il maestoso viadotto a sette arcate (il più alto della linea) che “sorvola” il paese; a nord, la cosiddetta “galleria di Fabbiana”, primo esempio in Italia di galleria elicoidale che con il suo andamento a spirale compie una stretta curva e segue la conformazione della montagna, permettendo così ai treni di affrontare meglio la salita e di coprire il notevole dislivello tra Piteccio e la vicina – in linea d’aria – stazione di Sammommè.
Le fermate di Valdibrana e Piteccio, sebbene dismesse e non più utilizzate per il servizio passeggeri, sono state oggetto, soprattutto negli ultimi anni, di interventi di manutenzione e di ristrutturazione, che le hanno salvate dall’incuria e dall’abbandono.

La valorizzazione e il recupero delle loro strutture e delle opere ingegneristiche che le caratterizzano rientra nel più ampio progetto di RFI di sviluppare il carattere turistico della ferrovia Porrettana, attraverso eventi e iniziative per far scoprire le bellezze paesaggistiche, naturalistiche, culturali ed enogastronomiche nei territori e nelle località della Montagna Pistoiese toccati dalla linea.
Non ultima, l’esperienza del “Porrettana Express”, che in treni speciali con carrozze d’epoca e locomotiva a vapore ha condotto i visitatori tra le meraviglie nascoste della linea, compresa la sosta presso queste stazioni “dismesse” ma sempre vive.










