di Giacomo Martini
VENEZIA – Negli ultimi anni si era accesa una polemica anche dura sulla presenza e relativi inviti delle serie TV nel programma ufficiale e relativi concorsi dei grandi festival di cinema internazionali, come Cannes, Berlino, Venezia, Toronto, in quanto queste serie erano ritenute da parte della critica e dei produttori estranee al “cinema d’autore” che da sempre avrebbe dovuto caratterizzare il criterio primario nelle scelte dei direttori.
Secondo i critici, le serie erano e sono espressione di un’industria economica che troppo spesso ha penalizzato il cinema d’autore e le relative “nuove tendenze“. Una resistenza crollata e che ha aperto la strada a queste forme di produzione cinematografica, del resto per quanto riguarda l’Italia con la riforma Franceschini questa differenziazione “artistica“ è venuta meno da tempo.
Alberto Barbera, direttore del Festival di Venezia, non vedeva l’ora di adeguarsi a queste nuove modalità di partecipazione inserendo le serie nella sezione Fuori Concorso dove in genere si ospitano i grandi maestri: quest’anno Venezia ospiterà Avati, Bellocchio, Burton, Francesca Comencini, Kitano, Rohrwacher, ma anche film commerciali che sono sempre utili a garantire immagine e fama a qualche star.
Si tratta di quattro serie: “Disclaimer” di Alfonso Quaron, dal romanzo La Vita Perfetta di Renèe Knight con Cate Blanchett; Rodrigo Sorogoyen ne “Los Anos Nuevos“, dieci episodi intorno allo stesso periodo dell’anno; Thomas Vinterberg in “Famiglie come la nostra“, in cui immagina una grande alluvione che costringe una famiglia danese a lasciare il proprio Paese; e per chiudere Joe Wright narra la saga mussoliniana di Scurati in “M. Il Figlio del Secolo”, con Luca Marinelli nel ruolo del Duce.
Non conosciamo ancora il valore “artistico“ di queste opere, ma certamente si tratta di una operazione che intende conquistare la bellezza ed il potere del grande schermo ed allo stesso tempo chiedono una condizione di reciprocità, non solo i film dal grande schermo alla tv, ma anche le serie possono svolgere lo stesso privilegio. Sarà il pubblico il grande giudice ma temo un verdetto già scritto.










