di Marco Cei
In Italia la pianificazione del verde urbano ha sempre avuto un ruolo marginale, a differenza di buona parte del mondo occidentale, prima anglosassone e poi via via quasi tutti gli altri. Una sua piccola storia ci può aiutare nella comprensione della realtà attuale, in un momento importante anche per la città di Pistoia, che ha il nuovo Piano Strutturale nella fase delle osservazioni, a seguito della sua adozione (deliberazione Consiglio comunale n. 76 del 11 novembre 2024).

Il pioniere dell’ecologia urbana fu lo scozzese Patrick Geddes (1854-1932), che introdusse concetti quali biodiversità, bio-regionalismo per la produzione di cibo locale, conurbazione, rafforzamento della coesione sociale attraverso consapevolezza ambientale e impegno collettivo, giardino pedagogico. Fu anche il primo ad evidenziare la necessità di curare il verde urbano, influenzando il movimento delle Garden Cities a cui si deve la creazione dello strumento di contenimento urbano grazie alle cinture verdi (green belt). Lo stesso Geddes fu il primo a definirsi “architetto di paesaggio”, titolo poi ripreso sull’altra sponda dell’Atlantico da Friederick Law Olmsted, progettista del Central Park di New York e di molti altri parchi urbani americani.
Il green belt fu l’elemento centrale della “città-giardino” di Ebenezer Howard, modello secondo il quale furono poi realizzate due piccole cittadine operaie, Letchworth (oggi 60.000 abitanti) e Welwyn (40.500).
Lo scopo della città-giardino di Howard era limitare la crescita delle città per ridurre il loro affollamento e migliorarne le condizioni edilizie, ambientali e sanitarie. L’obiettivo era perseguito sia bloccando lo sviluppo periferico delle città maggiori e trasferendo l’abitazione in una corona di città giardino di dimensione limitata che teneva le città separate tra di loro e dalla città centrale grazie a cinture verdi di terreno agricolo. Pensato per Londra, la più importante città dell’inizio del Novecento, buona parte del modello sfociò nel “Greater London Plan” (1944) di Patrick Abercrombie che aveva come obiettivo principale il contenimento dello sviluppo fisico e spaziale dell’area urbana, realizzato sia con il ridimensionamento delle densità sia con la salvaguardia degli spazi liberi che circondavano l’area urbana. Questo piano ha rappresentato uno dei grandi modelli riformatori delle città, vero e proprio manifesto della pianificazione territoriale e urbanistica del Novecento.
In parte diverse dalle Green Belts sono state le soluzioni proposte nel piano di Amsterdam del 1935 e in quello di Copenaghen del 1947. A differenza dell’idea inglese, che racchiude la città in una cintura verde, Amsterdam salvaguarda il centro storico e organizza la crescita urbana lungo alcuni assi principali che dalla città si inoltrano nel territorio circostante verso sud e sud-est. Tra un asse urbano e l’altro penetra la campagna, in modo che la città nuova sia costituita da un alternarsi di fasce edificate e cunei verdi. Nel caso di Copenaghen gli assi sono più numerosi: non a caso il piano è conosciuto come il «piano delle cinque dita».
Come è chiaro, i modelli della “green belt” e dei “cunei verdi” non sono necessariamente alternativi, ma si possono anzi combinare molto efficacemente.
Esperienze italiane
Un piano urbanistico romano, la Città-Giardino Aniene, fu affidato nel 1920 a Gustavo Giovannoni, che seguì i dettami di Ebenezer Howard, prevedendo che i tracciati stradali seguissero l’orografia del territorio collinare, in particolare un’altura sulla via Nomentana al di là del fiume Aniene, conosciuta come Monte Sacro. Doveva essere un grande quartiere destinato alla borghesia composta dai dipendenti dei Ministeri e delle Ferrovie dello Stato.

La distribuzione di spazi a “città-giardino” purtroppo durò poco, perché all’inizio degli anni Cinquanta la speculazione edilizia portò ad abbattere molti villini con pertinenze a verde, sostituiti con dense palazzine. Si decise anche di cambiare nome al quartiere, ormai snaturato dal suo progetto originale, e si scelse di richiamare alla memoria la storia romana, ribattezzandolo Montesacro.

Più fortunata è stata la sperimentazione urbanistica della Garbatella, situata sui colli che sovrastano la piana fluviale dove sorge la Basilica di S. Paolo “extra moenia”. Il nuovo quartiere non possiede un asse vero e proprio, ma si adatta alla Via delle Sette Chiese, che collega S. Paolo all’Ardeatina ed alla via Appia; al suo interno si ritrovano spazi dedicati alla coltivazione, al gioco per i bambini ed alla vita sociale: la caratteristica fondamentale di questo quartiere è ancora oggi lo spirito di comunità, aiutato dalla sua particolare progettazione.
Nell’alta Maremma si trova un altro dei non moltissimi esempi di città-giardino in Italia, Rosignano Solvay. Un industriale di Bruxelles, Ernest Solvay, ideò e realizzò una città che solo in parte è simile alle “utopie” di fine ottocento su ideali rapporti uomo-fabbrica-città. Per capire la distanza che la separa dalle astratte città giardino, basta pensare alla fortuna fondiaria che ha avuto l’insediamento di Rosignano nel tempo, risultato di una redditizia operazione economica, affare privato tra una grande Società belga ed un gruppo di proprietari terrieri, interessati alla vendita dei loro possedimenti. Lontano dalla ideologia paritaria di Howard, qui viene edificata una rigida gerarchia sociale: dalla palazzina – casa tipo 1 del direttore – attraverso le case tipo 7 con un modulo bifamiliare per gli impiegati, si arrivava alle case tipo 9 a quattro appartamenti articolati su due piani e destinate agli operai. Però tutte venivano dotate di spazi più o meno ampi per orto e giardino. Inoltre, venne messa molta cura nella realizzazione degli spazi comuni, con ampi e curati spazi verdi, viali alberati che valorizzavano prospetticamente gli edifici pubblici intesi come punti di fuga, strade residenziali che garantissero riservatezza e tranquillità agli abitanti delle case che vi si affacciavano. Dopo un iniziale periodo, caratterizzato da un linguaggio architettonico molto “nordico”, proprio del centro Europa, a metà degli anni Trenta la Solvay cercò e ottenne l’efficace contributo dell’architetto Italo Gamberini con la precisa intenzione di “ammodernare” numerosi edifici pubblici e di realizzarne di nuovi secondo un linguaggio stilistico più vicino alla realtà italiana e locale.

Un piccolo, ma significativo esempio pistoiese lo possiamo trovare sulla nostra montagna, fra Campotizzoro e Limestre, dove nella prima metà del Novecento una intensa industrializzazione si portò dietro un ambizioso progetto urbanistico-sociale: “Il 1 novembre 1933, alla morte di Luigi Orlando (colui che aveva costruito lo stabilimento della S.M.I) divenne presidente il figlio Salvatore che in sette anni, dal 1935 al 1942, dette forma urbanistica definitiva al paese con la creazione del villaggio operaio e di tutti i servizi necessari alla vita dell’intera comunità che ruotava intorno alla fabbrica. L’intervento iniziò nel 1935 con la costruzione in località Vallino di un fabbricato di appartamenti per impiegati e di un altro edificio vicino alle case operaie da adibirsi a farmacia e alloggi e continuò senza interruzioni nel pianoro e sulla collina ad est con la realizzazione dell’asilo infantile, delle scuole elementari dotate di palestra, refettorio, teatro e abitazione del custode, del complesso ricreativo con campi da tennis, bocce e chalet e con il nuovo villaggio costituito da 11 abitazioni quadrifamiliari per operai e dirigenti, 28 bifamiliari e 22 monofamiliari, quest’ultime inaugurate il 29 agosto 1942, tutte con giardino e rimessa. In ultimo, a completamento dell’enorme opera sociale, la Chiesa” (Sauro Romagnani, Il racconto di un villaggio operaio ideale, Naturart 2020). Un altro nucleo del piano urbanistico, molto più sparso e integrato nell’ambiente montano, si trova sul versante nord del monte Oppio, nella valle del Limestre, dove nei soliti anni furono costruiti “villini”, destinati agli impiegati di più alto livello e ai dirigenti della Società Metallurgica Italiana, in parte ricompresi oggi nella grande tenuta della Dynamo Camp.

In Italia, a parte questi e pochi altri esempi di pianificazione novecentesca ormai antica, l’utilizzo del verde urbano all’interno di soluzioni strutturali quali cunei verdi o green belt risulta poco presente nella pianificazione urbanistica recente (la Cintura verde di Torino, la cintura verde di Ravenna, l’anello verde di Mirandola), esperienze datate anni ’90. I motivi di questa difficoltà italiana risiede probabilmente nelle caratteristiche urbane di introversione, densità e storicità delle nostre città, ma ancora più in una profonda contrapposizione fra natura e cultura, che di fatto ha relegato il verde a una dimensione ancillare di puro decoro urbano. Si deve così aspettare il nuovo Millennio per assistere a nuove e moderne declinazioni degli aspetti ambientali nella pianificazione urbana. (Fine prima parte)










