mercoledì, Settembre 9, 2026

Violenza, quando il silenzio diventa complicità

PISTOIA – Scrivo come cittadino, non come politico. Scrivo perché il silenzio, davanti a certe scelte e a certe morti, diventa complicità.

Donald Trump ha usato e usa la presidenza degli Stati Uniti per rendere la crudeltà una politica pubblica. Le sue scelte in materia di immigrazione non sono state errori né eccessi: sono state atti deliberati di violenza di Stato. Separare bambini dai genitori, rinchiudere esseri umani in centri di detenzione, negare diritti fondamentali a persone indifese non è sicurezza. È punizione. È disumanizzazione. È una scelta morale precisa.

Non accetto che tutto questo venga giustificato come “applicazione della legge”. Le leggi ingiuste non diventano giuste perché firmate da un presidente. E chi le applica senza opporsi non è neutrale. Le guardie e gli agenti che hanno eseguito ordini disumani non possono nascondersi dietro la divisa o la catena di comando. Nessuna uniforme cancella la coscienza. Nessun “dovere” assolve dalla responsabilità di aver partecipato a un sistema di abuso.

L’uccisione di due cittadini americani si inserisce in questo contesto. Non credo alle coincidenze. Quando un presidente legittima l’odio, criminalizza intere comunità e glorifica l’uso della forza, crea un clima in cui la violenza diventa normale. Quando lo Stato parla il linguaggio della repressione, le morti che seguono non sono incidenti: sono conseguenze.

Accuso Donald Trump di aver degradato la presidenza a strumento di divisione e odio. Accuso chi ha applicato quelle politiche senza opporsi di aver scelto la complicità. Accuso chi ha taciuto o giustificato di aver contribuito a rendere accettabile l’inaccettabile.

Non scrivo per vendetta. Scrivo per rifiuto.

Rifiuto di chiamare “ordine” la brutalità.

Rifiuto di chiamare “sicurezza” la violazione dei diritti umani.

Rifiuto un’idea di Stato che governa attraverso la paura.

Questa non è ideologia. È una linea morale.

Ed è una linea che, da cittadino, sento il dovere di tracciare pubblicamente.

Fabrizio Geri-cittadino del mondo

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