PISTOIA – Un viaggio fotografico alla scoperta dell’identità femminile attraverso i ritratti di donne dalle periferie del mondo e da culture non ancora globalizzate, colte nella loro quotidianità e autenticità.
Presso le Sale Affrescate del Palazzo Comunale di Pistoia è stata inaugurata oggi pomeriggio la mostra “Donne in Bilico” – inclusa nei programmi di Pistoia Capitale italiana del Libro e della Giornata Internazionale della Donna – con l’esposizione di una selezione di quaranta ritratti fotografici realizzati dalla fotografa, africanista e viaggiatrice torinese Anna Alberghina.

Accanto a una lunga esperienza professionale come medico anestesista specializzata in chirurgia d’urgenza e anestesia e rianimazione, Alberghina da oltre quarant’anni affianca alla professione medica una intensa attività di fotoreporter di viaggio, con più di ottanta Paesi extraeuropei visitati e un’attenzione particolare verso le “periferie globali” e le realtà contraddittorie dei Paesi del Sud del mondo, attraverso la visita ad alcune tra le comunità più remote e isolate del continente africano e l’incontro con le loro culture.
Il suo lavoro è incentrato soprattutto sul ritratto e sull’universo femminile, cuori pulsanti di una mostra che si configura come un’affascinante galleria di volti e primi piani di donne che colpiscono a prima vista il visitatore per la loro intensità e autenticità. Sono donne spesso sorridenti, che si mostrano davanti alla macchina fotografica di Alberghina con orgoglio e dignità, ma allo stesso tempo “in bilico” – come suggerisce il titolo della mostra – tra presente e futuro, ancora legate a tradizioni e culture locali in pericolo, che rischiano di scomparire a causa dell’incombere violento e quasi inarrestabile della modernità e del mondo globalizzato, secondo un processo che pare ovunque irreversibile.
Come spiega la stessa autrice nell’introduzione alla mostra, curata da Marta Cugnasca, dai suoi viaggi emerge un’umanità intatta e spesso sconosciuta, ignorata dai media occidentali o menzionata solo in occasione di qualche conflitto, carestia o altro evento catastrofico. È importante e significativo celebrare invece la bellezza e l’originalità di queste comunità legate a tradizioni ancestrali, la cui origine si perde nella notte dei tempi, per sensibilizzare la nostra società a un problema che in molti sembrano ignorare: se continueremo a esportare in modo cieco e protervo i nostri modelli culturali, economici e sociali l’eredità di queste culture scomparirà per sempre.
Già oggi se ne colgono segnali minacciosi, dal momento che, per adeguarsi all’avanzare della modernità, questi popoli dismettono i loro costumi tradizionali, i gioielli, i simboli; rinunciano alle loro pitture corporee, misteriosi messaggi di cui i loro corpi sono depositari; mutano i loro valori di speranza, coraggio, solidarietà e i fortissimi legami sociali di amicizia che invece noi per primi dovremmo riscoprire, in una società come la nostra ormai dominata da rapporti virtuali, egoismo e mancanza di empatia.
Abbandonare questo patrimonio materiale e immateriale di usi, costumi e valori significa per queste comunità lasciarsi lentamente morire e farsi risucchiare da un mondo globale che rischia di fagocitarli e cancellarli dalla faccia della Terra. E con loro rischia di sparire anche una parte di noi stessi.

Sono proprio le donne a rappresentare le più tenaci custodi di queste tradizioni millenarie e a mantenere vive l’identità e l’appartenenza alla propria comunità: con questo progetto Alberghina dà voce a quello che lei stessa definisce un “atlante umano” di culture non globalizzate e situate “ai confini del mondo”, ma non per questo prive di una loro dignità e ricchezza culturale.
Ogni immagine è un invito alla riflessione e alla resilienza di donne che sono testimoni orgogliose delle proprie terre e delle proprie tradizioni, vivendo continuamente “in bilico” tra forza e vulnerabilità; volti femminili colti dalla macchina fotografica dell’autrice in una bellezza che non è quella sancita dai nostri canoni estetici, ma quella della naturalezza e della straordinaria varietà delle migliaia di culture diverse che rendono meraviglioso il nostro pianeta.
Dall’Angola alla Costa d’Avorio, dal Senegal al deserto algerino, dalle foreste del Laos all’altopiano della Dancalia, dal Pakistan alle più remote regioni della Cina, dalle donne monache buddiste del Giappone alle “donne-giraffa” della Thailandia, fino alle giovani ragazze nomadi del Tibet e a quelle dei villaggi del Guatemala: è un viaggio geografico attraverso innumerevoli Paesi di Africa, Asia e America centrale, ma allo stesso tempo un percorso etnografico e antropologico che ci svela il perdurare, in una forma di “resistenza passiva” alla modernità, di usi, tradizioni e stili di vita per certi aspetti incomprensibili per noi occidentali, ma segni distintivi di una precisa identità per queste popolazioni.

Scorrendo rapidamente le tre sale dell’esposizione notiamo volti di bambine, ragazze, donne adulte e anziane ora coperti di cappelli e berretti variopinti, ora con le acconciature più disparate, ora segnati da straordinari gioielli, ora dipinti e tatuati, ora velati secondo i diversi precetti della religione islamica.
Nella quarta sala un video propone in continua rotazione immagini proiettate a parete delle quaranta fotografie esposte, dando al visitatore la possibilità di ammirare in rapida sequenza la straordinaria ricchezza umana che Alberghina ha saputo cogliere nel corso dei suoi viaggi. Una ricchezza e una specificità da proteggere, pena la perdita delle diversità culturali e il crescente appiattimento verso un’umanità omologata.
La mostra alle Sale Affrescate resterà aperta al pubblico fino al prossimo 12 aprile nei seguenti orari: da martedì a venerdì ore 10-12 e 15-18, sabato e domenica ore 10-12 e 15-17, lunedì chiuso.









