venerdì, Giugno 19, 2026

Voti, sondaggi e l’urgenza della politica

di Daniela Belliti*

I sondaggi servono a comprendere le tendenze di voto, per reimpostare – se necessario – le politiche dei partiti, oppure sono strumenti di orientamento, di propaganda e manipolazione del consenso? O sono del tutto inutili, vista l’aleatorietà dei dati e una presunta scarsa attendibilità delle risposte?

Daniela Belliti

La domanda introduce la riflessione sul tema proposto da SoloRiformisti, in un momento che segna il passaggio verso le elezioni politiche del 2027. Si tratta di un momento che, stando a tutti i sondaggi realizzati dalle principali agenzie nazionali, IPSOS e SWG in primo luogo, vede il centro-sinistra tornare a prevalere sul centro-destra dopo anni in cui la coalizione di governo ha tenuto saldamente il comando. Dunque la domanda riguarda la veridicità di questa tendenza politica, a fronte di una situazione ancora immatura sul piano dei progetti di governo che si confronteranno alle elezioni. 

Circa la validità dello strumento, personalmente non ho pregiudiziali né negative né positive. Il problema riguarda, come al solito, l’uso che dello strumento si fa e la metodologia adottata a questo fine. Esiste una letteratura al riguardo che analizza questi diversi utilizzi, ivi compreso l’utilizzo propagandistico, ovvero l’obiettivo di influenzare gli elettori enfatizzando certe tendenze piuttosto che altre, e contando sulla tendenza degli elettori al conformismo, secondo la ben nota metafora del soccorso al vincitore (o presunto tale).

Qualche anno fa il programma RAI Report aveva realizzato un’inchiesta sul mercato dei sondaggi in Italia, analizzando i proprietari delle agenzie, i loro rapporti con i partiti, i conflitti d’interesse tra politica e comunicazione, per dimostrare come spesso i sondaggi aiutino la manipolazione dell’opinione pubblica, facendo anche alcuni esempi di voto regionale, locale ed europeo. Possiamo legittimamente ipotizzare di aver sperimentato qualcosa di simile anche a Pistoia, prima delle primarie per la scelta del candidato a Sindaco del centro-sinistra, quando uscì un sondaggio con un netto favore per uno dei due candidati, quello che poi ha effettivamente vinto primarie ed elezioni.

Sempre la letteratura fornisce gli strumenti per comprendere se un sondaggio sia serio, sia sotto il profilo del committente e dell’agenzia incaricata, sia per quel che riguarda la costruzione del campione e la formulazione delle domande.

Confesso di avere pochissime competenze al riguardo, essendo diventata, quella della comunicazione politica, una vera e propria tecnica, o addirittura scienza, molto specializzata; e l’uso dei sondaggi fa parte di questa strategia della comunicazione, che spesso supera per importanza il valore del progetto e della proposta. Come diceva Marshall McLuhan, nell’era dei media “il mezzo è il messaggio”.

Da questo punto di vista, allora, anche nel caso di sondaggi rigorosi, realizzati con i più alti crismi della professionalità e dell’obiettività, tesi a misurare le reali intenzioni di voto e non a condizionarle, il tema investe direttamente l’uso che ne fa la politica. Un conto è se il sondaggio è acquisito come un indicatore su cui ulteriormente lavorare per affinare il progetto politico, un conto è se è assunto come sostituto dell’iniziativa politica. La maggioranza si esprime per i rimpatri di massa dei migranti? Allora si propongono centri di detenzione ovunque – anche all’esterno, come in Albania. La maggioranza pensa alla sicurezza come il problema principale della città? Allora si invocano più forze dell’ordine, sino allo spiegamento dell’esercito, per le strade. E così via.

Detto questo, penso che i sondaggi fatti settimanalmente sulle intenzioni di voto qualche indicazione possano darcela. Forse si tratta di commentarli non nell’immediatezza, bensì in un periodo più lungo. Perché se gli scostamenti appaiono impercettibili da una settimana all’altra, con lo zero virgola in più o in meno attribuito a ogni partito, nell’arco di qualche mese possono emergere linee di tendenza più o meno consolidate.

E’ quello che sta accadendo alla coalizione di governo, che da ottobre 2025 ad oggi ha iniziato una parabola discendente. Dall’altra parte il cosiddetto “campo largo” è cresciuto fino a superare il centro-destra.

Si tratta di una sentenza scritta per le elezioni politiche? Assolutamente no.

Con le scarse risorse di analisi politica che possiedo, penso che questi dati debbano prima di tutto essere contestualizzati. Dallo scorso autunno si sono verificati eventi che hanno minato la credibilità del governo, in primo luogo per la situazione internazionale creata con la Presidenza Trump negli Stati Uniti. L’incertezza sui dazi, l’oscillazione del governo Meloni che non è stata in grado di tutelare l’interesse nazionale, l’esplosione della crisi internazionale con l’epicentro a Gaza, e la missione della Global Sumud Flotilla su cui sempre il governo Meloni non ha saputo prendere posizione, infine il referendum costituzionale sulla giustizia, hanno inferto duri colpi all’autorevolezza del(la) Presidente del Consiglio e del suo governo.

Governo che è stato indebolito anche da vicende tutte interne, come l’affaire Del Mastro, l’estromissione di Pozzolo da Fratelli d’Italia, le dimissioni sofferte della Santanché, l’incapacità gestionale del Ministro della Cultura Giuli … e altri fatti minori, che hanno dato l’immagine di un governo quantomeno disorientato e incapace di prendere decisioni.

Il tema politico che, anche alla luce di questi stessi sondaggi, appassiona di più il dibattito riguarda Futuro Nazionale di Roberto Vannacci: come si collocherà, se dentro o fuori il centro-destra, e come ridefinirà il perimetro della coalizione nel primo e nel secondo caso. C’è addirittura chi sostiene che Vannacci aiuti il centro-sinistra, perché, sia dentro che fuori, il centro-destra perderà pezzi. Io penso che il problema sia Vannacci in quanto tale, e il fatto che esista una cospicua fetta di elettorato disposta a votarlo per le posizioni chiaramente fasciste che esprime. Sul piano dei contenuti programmatici, le proposte non sono così diverse da quelle che hanno permesso prima alla Lega di Salvini e poi a Fratelli d’Italia di Meloni di arrivare al 30% dei voti (voti, non sondaggi!); la differenza sta nel maggior carico ideologico che sta alla base. Per questo, non vedo da cosa la sinistra dovrebbe avvantaggiarsi. Semmai, il rischio è che si debba sperimentare la forza di un nuovo movimento populista e sovranista, dopo la delusione generata dalla istituzionalizzazione di Salvini e Meloni. Questa fascia consistente di elettorato neofascista mi pare rappresenti il classico elefante nella stanza, che tutti si ostinano a non vedere.

Certo è comunque che con la sconfitta referendaria è caduto il mito dell’invincibilità della Meloni, e mi auguro, definitivamente, anche la fola circa la sua bravura, che secondo la narrazione prevalente della stampa cosiddetta progressista, che ne ha sempre lodato la posizione ferma di difesa dell’Ucraina (ma ci sarebbe da chiedersi se avesse potuto fare diversamente) sarebbe stata compromessa solo dall’incapacità dei suoi collaboratori. Nel ripercorrere i quasi quattro anni di governo, non so come si possa continuare a negare l’assoluta mancanza di visione rispetto alle sfide sociali ed economiche del Paese, che sono sì ataviche, ma che si sono aggravate durante questa legislatura; conseguente a questo, il sostanziale spreco di risorse del PNRR, che non ha risolto nessuno degli obiettivi di partenza (il superamento dei gap di genere, generazioni e territori); l’errore di scelte per contrastare la crisi energetica solo con la ricerca ancora di gas e petrolio, per non parlare del fumo negli occhi della legge delega sul nucleare. Nel frattempo, famiglie e imprese soffrono il caro vita come non mai, e le misure tampone sono finanziate dall’aumento di tasse e accise, arrivate con questo governo ai livelli più alti della storia.

Mettendo insieme tutti questi dati, c’è davvero da chiedersi come sia possibile che il paese non si mobiliti. Le grandi manifestazioni per Gaza – milioni di persone in piazza il 3 ottobre 2025 – non si ripetono per la crisi economica, energetica e sociale. E questo dovrebbe interrogare non solo le opposizioni, ma soprattutto le forze sociali a partire dai sindacati. Lo sciopero generale, che oramai la CGIL, da sola, indice ogni anno, nei pressi della legge di Bilancio, è diventato un rito stanco e ininfluente sulle politiche economiche; mentre altri soggetti appaiono più incisivi nelle forme di protesta e nei tavoli negoziali. Penso ai sindacati di base forti nei trasporti, e nel lavoro precario; penso ai sindacati di categorie come quelle delle professioni mediche e infermieristiche.

Questo rivela un progressivo processo di corporativizzazione della lotta sociale, che naturalmente penalizza i soggetti più deboli contrattualmente parlando.

Se la società civile non si organizza, anche le forze politiche di opposizione soffrono.

Non è più il tempo di parlare di blocchi sociali di riferimento, perché i blocchi in quanto tali non esistono più. Eppure siamo in presenza di un ritorno forte a una società classista, che discrimina e marginalizza i lavoratori e le lavoratrici, gli studenti di famiglie anche di (ex) ceto medio, i precari della ricerca e di altre professioni svalorizzate.

E’ per questo motivo – a mio modestissimo parere – che l’opposizione non riesce a capitalizzare fino in fondo le prime sconfitte meloniane. Lo si vede non soltanto dai sondaggi, che premiano il “campo largo”, ma non abbastanza da dare segnali chiari in questa direzione; lo si vede anche dai voti veri e propri delle più recenti elezioni amministrative, dove la conta dei Comuni può essere a favore del centro-sinistra, ma senza dimenticare che le aspettative erano più rosee (basti pensare ai ballottaggi in Toscana). Dunque, la tornata amministrativa dovrebbe insegnare una lezione: non servono i sondaggi, se non si fa politica vera, di ascolto, di alleanze e di accordi chiari.

Molti analisti hanno sottolineato come il “campo largo” non abbia saputo raccogliere, prima la grande mobilitazione per la Palestina, e poi il voto referendario. Ma un primo motivo c’è: né l’una né l’altro nascono geneticamente in senso all’opposizione politica. Entrambi sono stati caratterizzati da una vasta trasversalità di posizioni, non traducibili in schieramento partitico. Sulla Palestina c’è una questione gigantesca di rispetto dei diritti umani e di un diritto internazionale che non può valere a fasi alterne, e c’è una storica vicinanza al popolo palestinese che fa parte dell’identità politica dell’Italia (se possiamo parlare ancora in questi termini, ma penso di sì). Sul referendum, c’è stata prima di tutto una campagna governativa totalmente sbagliata, e poi un “patriottismo costituzionale” che torna sempre fuori e potrebbe essere sempre parte di quell’identità politica citata prima. L’opposizione, insomma, non può intestarsi queste battaglie.

La sensazione è che il “campo largo” sia ancora lontano dal rappresentare un’alternativa. Permane molta frammentarietà tra i soggetti politici e le loro posizioni su temi rilevanti, a partire dalla politica internazionale. Ci sono incertezze che riguardano il perimetro del “campo largo”, per non parlare della leadership. C’è poi un approccio trainato dall’opposizione a Meloni, piuttosto che da un’altra idea di Paese.

Ma quello che più mi sembra mancare è una visione strategica dell’azione. La coalizione non è una somma di voti di partiti, ma ha, deve avere, una sua soggettività riconoscibile nella sua interezza: plurale, sì, ma unita. In un sistema maggioritario, ci vuole la coalizione come soggetto. Lo era stato l’Ulivo, nel quale ogni forza politica aveva un ruolo, ma il contenitore ne definiva la prospettiva, aperta alla società, organizzata con i Comitati e nei partiti.

Ora assistiamo invece alla competizione sulla leadership, con primarie o senza, e a un lento ma sostanziale modificarsi dei diversi partiti: il Movimento 5stelle sta cambiando pelle, e non sappiamo se nella nuova forma potrà ancora contare su tutti i voti previsti (anche considerato il fatto che nel 2027 sarà la prima volta che si presenta in coalizione); i cosiddetti riformisti sono frammentati, e ancora è incerta la collocazione di Azione; il PD, infine, sta vedendo l’uscita graduale dei riformisti interni, con la silenziosa accondiscendenza dell’attuale segreteria. Quest’ultimo fatto potrebbe anche essere letto come un atto di chiarezza, che aiuta a definire una volta per tutte il profilo del Partito Democratico. Ma anche qui: se tutto avvenisse in un complessivo riordino del campo largo, guidato (che parola impegnativa!) da un progetto politico che ricostruisce spazi, forme e contenuti in maniera organica, potrebbe essere quella strategia che sopra invocavo. Ma se invece avviene in modo scomposto, finalizzato a ritrovare collocazioni individuali utili alla ricandidatura, e dunque solo in polemica con l’ex partito, vedo solo aumentare la confusione e la frammentazione.

Il tempo è ormai poco. E, come spero aver argomentato in maniera chiara, i sondaggi non bastano.

Serve la politica, questa sconosciuta.

* É stata vice Sindaca di Pistoia dal 2012 al 2017 e poi presidente dell’Associazione Palomar. Lasciato il PD, nel 2022 sostenne la coalizione progressista con una lista civica di sinistra. Ora si dedica solo all’attività di ricerca di filosofia politica che svolge presso il Centro ADV – Against Domestic Violence dell’Università di Milano-Bicocca ed è coordinatrice della rete accademica nazionale UNIRE – Università in rete contro la violenza di genere.

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