PRATO – Il rogo dei libri e in generale la distruzione delle arti e della cultura come unico strumento per assicurare agli uomini un presente e un futuro di libertà e felicità, per togliere di mezzo fastidiose complessità e intollerabili contraddizioni, per rendere la vita più facile e sanare ogni conflitto.
Al Teatro Fabbricone di Prato – in sette repliche tutte sold out – il collettivo Sotterraneo presenta in prima assoluta il suo ultimo spettacolo “Il fuoco era la cura”, liberamente ispirato a “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury: un capolavoro del genere distopico che immagina un futuro in cui è vietato leggere, schermi costantemente accesi alienano il tempo libero delle persone e il solo tentativo di pensare causa malessere fisico.
Un testo visionario e per certi aspetti profetico, che settant’anni fa metteva in guardia un’umanità appena uscita dalla tragedia della guerra, da un lato impaurita dalla costante minaccia atomica, dall’altro confortata dalla visione illusoria di un futuro di progresso tecnologico e scientifico, sulla scia della definitiva affermazione, almeno in Occidente, della società di massa e della civiltà dei consumi.

Nell’immaginario di Bradbury questa errata convinzione porta però all’affermazione di un nuovo totalitarismo, molto più terribile e subdolo non tanto perché basato sulla forza della violenza e delle armi, ma perché esercitato attraverso le macchine e gli strumenti del potere.
In questo futuro distopico l’aspetto più noto è dato dalla trasformazione del corpo dei vigili del fuoco, non più incaricati di spegnere gli incendi, ma, come una sorta di polizia politica e morale, di scovare i libri e appiccare fuoco ad essi, allo scopo di “purificare” la società e rendere gli uomini incapaci di pensare e riflettere al di fuori dei comandi e della martellante propaganda del potere.
Bisogna “bruciare tutto”, come viene ripetuto più volte nel libro, per distruggere ogni forma di cultura e di libero pensiero e rendere così i cittadini dei sudditi inoffensivi, ogni giorno che passa sempre più privi di una propria individualità, una propria identità e una propria coscienza. I libri sono accusati di corrompere, distrarre, confondere, creare conflitti e dibattiti con le loro mille opinioni diverse e contraddittorie: sono pertanto visti solamente come un danno e un male per la società, come relitti del passato che devono essere cancellati e bruciati affinchè dei loro “perversi” insegnamenti non rimanga più traccia.
Ma che cosa resta oggi, nel 2024, della “profezia” dello scrittore statunitense? Anche se per fortuna il tremendo futuro immaginato da Bradbury non si è realizzato, è innegabile che questo capolavoro nel suo genere, che con il passare degli anni ha registrato anche fortunate trasposizioni cinematografiche nei film di Truffaut e Bahrani, contenga una lezione ancora valida e abbia molto da insegnarci. Non c’è infatti bisogno di spettacolari roghi di libri nelle piazze, come quelli avvenuti realmente in passato in vari momenti della storia umana (come nella Germania nazista contro gli autori ritenuti “pericolosi” o “degenerati”), per distruggere una cultura e privare gli uomini della loro libertà di pensiero: basta convincere la gente a smettere di leggerli, o perché dannosi o perché semplicemente inutili.
È da queste riflessioni che il collettivo Sotterraneo è partito per la propria ricerca artistica e teatrale, dando vita a uno spettacolo intenso e potente, in cui i cinque attori in scena – Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu e Cristiana Tramparulo – si destreggiano con abilità e rapidità tra diversi linguaggi, rendendo partecipe lo spettatore attraverso il ricorso a testi che scorrono su schermi video e voci fuori campo. Lo spettacolo si compone di un “prologo”, tre capitoli e un “epilogo”, che cercare di sintetizzare sarebbe riduttivo e ingiusto della complessità e della varietà di temi e spunti di riflessione che Sotterraneo è riuscito a inserire nella drammaturgia, sempre in bilico tra realtà e romanzo e con continui “salti temporali” tra il passato in cui Bradbury ha scritto l’opera, il nostro presente e il prossimo futuro immaginato nella finzione teatrale.

La narrazione segue infatti con una certa fedeltà la trama del romanzo, riprendendo gli stessi personaggi e focalizzandosi sugli episodi più significativi ed emblematici, nei quali appare chiaro il contrasto tra la crisi di coscienza del protagonista, Guy Montag, pompiere incaricato di dare fuoco ai libri dopo averli cosparsi di cherosene, e il mondo distopico e fondamentalmente infelice che lo circonda, dove la creatività, la cultura, il pensiero, le opinioni spesso contrastanti sono stati sostituiti da una realtà illusoria e virtuale, che inganna gli uomini mentre fuori impazza la guerra atomica.
Ci si muove tra citazioni del romanzo alternate a scene riprese dall’omonimo film di Truffaut del 1966, più alcuni “quadri” tra musica e danza in cui gli attori realizzano una “scena” ispirata a un brano musicale al quale è associato un libro. Ma le “trovate” di Sotterraneo non si fermano qui: come in un raffinato gioco metateatrale, non si vuole solo raccontare la storia del romanzo, ma renderla attuale e far comprendere al pubblico i meccanismi e le dinamiche che, se portate alle estreme conseguenze, possono rendere tragicamente reale il futuro immaginato da Bradbury.
Ecco allora che, tra un capitolo e l’altro, nascono tre “intervalli” in cui gli attori simulano un dialogo con il pubblico (come avviene spesso agli incontri a teatro con le compagnie) ma fingendo di trovarsi nel 2051, in un futuro dove le previsioni di Bradbury si sono avverate e dove non esistono più libri nè cinema nè teatro nè musica.
In una parola, tutta la nostra cultura è stata eliminata, distrutta, ridotta in cenere: all’inizio a causa di un potere falsamente democratico che ci ha convinti della sua inutilità e della pericolosità degli intellettuali, e ci ha illuso di agire per la nostra felicità e tranquillità; poi a causa di noi stessi che abbiamo cominciato a innalzare roghi perché la complessità ci spaventa, le idee diverse ci fanno paura, pensare è faticoso e apparentemente porta molti meno vantaggi del “silenzio”.
Ci si muove tra claustrofobici esperimenti di isolamento sociale, tragicomici test di cultura istituzionale, evocazioni distopiche di fatti ed eventi che potrebbero realmente accadere da qui al 2051, amare riflessioni sul ruolo culturale e sociale dell’attore e sul destino degli artisti in un mondo senza più arte, un mondo in cui essi sono ridotti a innocui “clown bianchi” che ripetono di continuo il loro show di puro intrattenimento. Che fine ha fatto il pensiero critico? Che cosa è successo ai libri, testimoni tangibili della complessità e delle contraddizioni del pensiero umano, della circolazione e del dibattito delle idee?

Il futuro di “Fahrenheit 451” è lontano, però alcune pericolose avvisaglie si possono vedere ancora oggi, in un’epoca sempre più veloce, iperconnessa, tecnologica, digitale, in cui ogni giorno siamo sommersi da migliaia di informazioni ma paradossalmente non siamo più capaci di distinguere e di discernere in base alla nostra riflessione critica.
Ci vantiamo di possedere una cultura di gran lunga superiore a quella degli uomini di tutte le epoche precedenti, eppure sono sempre più gli analfabeti funzionali che non sono in grado di comprendere un testo e hanno abdicato al pensiero critico, disprezzando chi si sforza di riflettere e capire e finendo così nella “trappola” di fake news, cancel culture, negazionismi e cospirazionismi vari, teorie del complotto. Ecco allora che anche noi, piano piano e quasi senza accorgercene, stiamo silenziosamente “bruciando” i nostri libri.
Uno spettacolo che segna l’atteso ritorno di Sotterraneo con un lavoro teatrale senza dubbio impegnativo e complesso, ma in cui il collettivo ha messo in mostra ancora una volta le proprie indubbie qualità e la capacità di rileggere Il romanzo e il film in maniera comprensibile ma allo stesso tempo con spunti originali e creativi e attraverso la sovrapposizione di più linguaggi: un successo sottolineato dal lungo applauso del pubblico a conclusione della prima replica.
Uno spettacolo a tratti drammatico, a tratti ironico e grottesco, in cui teatro narrativo e teatro civile si mescolano per offrire allo spettatore numerosi spunti di riflessione su aspetti e temi di strettissima attualità. Uno spettacolo per “scuotere” le coscienze, per avvertire che sì, Bradbury esagerava, ma bisogna sempre stare in guardia da certe dinamiche che possono ripresentarsi quando meno ce lo aspettiamo in ogni momento della storia umana.
Uno spettacolo per dire che il fuoco non è mai la cura, non rende gli uomini né uguali né liberi.









