domenica, Ottobre 4, 2026

Liliana Cavani, una regista in cerca di pace e la sua esperienza a Pistoia

di Stefano Di Cecio

Lucca – Un premio alla carriera per una regista anticonformista, da molti definita scomoda per i temi da lei affrontati nella sua lunga carriera cinematografica. Al Lucca Film Festival sono stati riproposti due dei suoi lavori dedicati a San Francesco, il primo del 1966 con Lou Castel e il secondo del 1989 con Mickey Rourke. La Cavani, dopo aver letto per caso il libro sulla vita di San Francesco d’Assisi di Paul Sabatier, trovato in una bancarella  a Bologna, scoprì questa figura straordinaria e moderna, quindi propose ad Angelo Guglielmi della RAI di farci un film. 

Liliana Cavani – foto di Stefano Di Cecio

Si sarebbe trattato del primo film di finzione e lungometraggio prodotto direttamente dalla Rai, ma nonostante le perplessità di Ettore Bernabei, allora direttore generale dell’ente, il film si realizzò ed ebbe un notevole successo alla Mostra del cinema di Venezia del 1966, dove fu presentato fuori concorso. Nell’incontro con il pubblico prima della visione del film, il giornalista Fabio Ferzetti ripercorre non solo la genesi del film, ma anche gli anni in cui fu realizzato, quelli che anticipavano quel 1968 che avrebbe rivoluzionato molte cose in Italia. Prima del film, infatti, la regista, laureata in lettere antiche, aveva già realizzato documentari sulla seconda guerra mondiale, rimanendo colpita dalla violenza e dalla cattiveria del conflitto. Aveva lavorato molto sui filmati degli americani: “Gli alleati hanno filmato tutta la guerra, i lager, i bombardamenti Mi meraviglio che non trasmettano questi film nelle scuole; l’ho sempre detto ai professori: almeno quella gente è morta per qualche cosa, per dirci che ci vuole la pace.

Fabio Ferzetti – Liliana Cavani – Nicola Borrelli foto di Stefano Di Cecio

Invece ci ritroviamo a tanti anni di distanza allo stesso punto, con la stessa crudeltà, se non peggiore. Francesco è il simbolo di pace, il santo, l’uomo. Nel suo tempo, tutti i giovani benestanti di allora si preparavano militarmente con le armi e poi andavano all’avventura nei paesi del Mediterraneo per ottenere titoli nobiliari o fortune economiche. Anche Francesco va, ma capisce la crudeltà della guerra e da allora dirà, a quelli che lo vogliono seguire e a se stesso, di predicare solo la pace. L’unico che lo ha apprezzato è stato Dante Alighieri, che gli dedica un canto del Paradiso. Ma poi, nonostante tutte le prediche fatte nel corso dei secoli, guardate come siamo ridotti oggi. Abbiamo armi talmente potenti che, se usate, cancellerebbero il nostro pianeta. Eppure siamo fuori, non siamo nessuno, non contiamo nulla; anche se andiamo a votare, contano solo i vertici. Francesco èl’uomo più moderno che si possa immaginare”.

Anche noi abbiamo fatto qualche domanda alla regista, ricordando un suo film girato nel 1971 a Pistoia, L’Ospite.

Cos’è che la spinse a girare il film?

Ero a Pistoia perché presentavo il mio film I Cannibali. Alla fine di questa proiezione c’era un gruppo di giovani che avevano con loro delle persone all’apparenza un po’ assenti. Ho capito dopo che questi giovani lavoravano spesso, soprattutto nei weekend, con il manicomio che c’è a Pistoia. Siamo nel periodo antecedente alla legge Basaglia. Parlo con loro e mi dicono che vanno il sabato e la domenica a trovare queste persone per stare con loro. Morale della favola: si dà il caso che l’indomani fosse sabato ed era il giorno in cui loro andavano a fare compagnia,  anche a giocare con gli abitanti di questo manicomio, e io sono andata e mi sono impressionata. Ho apprezzato molto questi giovani che cercavano di fare dei giochi e renderli partecipi attivamente. Un difficile tentativo di riconquistarli, però ci provavano e allora non so come, mi è venuto il desiderio di approfondire questa cosa. Ho visto delle cose assurde: pillole che venivano messe nel caffè latte alla mattina di questi degenti per tenerli calmi, solo che poi sembravano sonnambuli durante il giorno, erano come lasciati a se stessi. Mi hanno fatto molta impressione e comunque sono riuscita ad aver permesso di raccontare queste loro vite perdute, rovinate, per le quali, secondo me, ci sarebbe voluta un’attenzione maggiore; non erano sufficienti  le pillole messe  dentro il cibo, ma bisognava cercare di migliorarli e riportarli un po’ a galla dal sott’acqua dove si trovavano.  C’erano questi  ragazzi che provavano a portarli al cinema, a stare insieme a loro, a giocare il sabato e la domenica, ed io ho trovato prezioso questo lavoro; non ricordo se fosse un gruppo dell’Azione Cattolica. L’ho trovato meritevole e ho voluto fare un film proprio per sottolineare il bello di quelli che hanno capito che bisogna sforzarsi  per avvicinare queste persone colpite tutte per una ragione, uno shock. Una era stata violentata, una persona molto carina, forse non si era nemmeno resa conto della violenza; il fatto doveva essere stato così scioccante che si era persa, e così i genitori l’avevano messa lì dentro. Aveva quattordici anni.

Nonostante sia stato girato in gran parte a Pistoia, la città non appare mai.

La città non mi interessava, solo il manicomio era importante; poteva essere Pistoia o Modena, ogni regione aveva i suoi manicomi. C’era, per esempio, una capo infermiera che era seccata di questo suo lavoro e mi ha aiutato. Mi ha fatto vedere i libri su cui in ogni reparto, maschile o femminile, venivano annotati gli incidenti,  ma non venivano aggiornati da tre anni; non c’era nessuna legge che proteggesse nessuno.

Il Film meritava un po’ più di attenzione da parte della critica; era un film nato povero, senza distribuzione. Però non mi pento di averlo fatto.

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