PISTOIA – Sette opere di Carol Rama, una delle artiste più originali e anticonformiste del Novecento italiano, arrivano insieme per la prima volta a Pistoia all’interno di un percorso espositivo.
Alla Fondazione Caript torna “In Visita”, progetto che prevede l’esposizione temporanea di una o più opere d’arte provenienti da collezioni italiane e straniere all’interno del percorso permanente delle collezioni del Novecento di Palazzo de’ Rossi, con l’intento di creare approfondimenti e confronti su autori, temi e correnti culturali dell’arte contemporanea. La quinta edizione dell’iniziativa, apertasi oggi pomeriggio, è dedicata a Carol Rama (1918-2015), con sette opere in esposizione di cui sei provenienti dalle Collezioni Gallerie d’Italia di proprietà di Intesa San Paolo e una da una collezione privata.
Le opere selezionate, poste in costante dialogo con gli autori della collezione permanente ubicata al pianterreno di Palazzo de’ Rossi, risultano particolarmente rappresentative della ricerca condotta dall’artista dai primi anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta e rievocano una mostra personale che la stessa Rama tenne a Pistoia nel 1965 nella Sala Ghibellina del Museo Civico, per quella che fu a tutti gli effetti la sua prima personale tenutasi in un museo pubblico.

Nata a Torino nel 1918, Carol Rama è stata una delle figure più libere, eccentriche, originali e di difficile classificazione del panorama artistico italiano del Novecento. Di formazione autodidatta, segnata da un’infanzia complessa e dal dramma del ricovero psichiatrico della madre, ben presto trasforma la pittura in un atto terapeutico e in un territorio di trasgressione assoluta.
Negli anni Trenta e Quaranta, mentre il clima artistico italiano è dominato da un ritorno all’ordine e dal realismo, Rama esordisce con acquerelli crudi e provocatori: corpi femminili mutilati, protesi ortopediche, cateteri e sessualità esplicite popolano i suoi primi lavori, sfidando frontalmente la censura fascista e la morale borghese del tempo. Questa carica eversiva la avvicina nello spirito al Surrealismo, anche in virtù dei rapporti di amicizia con Man Ray e Marcel Duchamp, senza tuttavia mai ingabbiarla in un’adesione ortodossa al movimento: la sua non è un’esplorazione dell’inconscio astratto, ma un’anatomia corporale, viscerale e biografica.
Negli anni Cinquanta si accosta temporaneamente al Movimento Arte Concreta sperimentando l’astrazione geometrica, ma il rigore formale le sta presto stretto. La svolta decisiva arriva negli anni Sessanta e Settanta, quando anticipa con straordinaria intuizione le istanze dell’Arte Povera e della Body Art. È in questo periodo che nascono i suoi celebri “Bricolage”, composizioni su tela in cui inserisce occhi di vetro, denti da dentista, chiodi e soprattutto camere d’aria di bicicletta vulcanizzate. L’uso di questi materiali di scarto industriali, caricati di una valenza organica, erotica e drammatica, la collega al clima dell’Informale e dell’arte materiale, pur mantenendo una cifra stilistica inconfondibile.
Nonostante l’amicizia con intellettuali del calibro di Edoardo Sanguineti e Pier Paolo Pasolini, Carol Rama rimane a lungo ai margini del sistema dell’arte ufficiale, proprio a causa del suo spirito anticonformista e del suo carattere totalmente refrattario alle classificazioni e alle etichette di gruppo. Il riconoscimento internazionale arriverà tardi, ma solenne, culminato nel 2003 con il Leone d’Oro alla carriera alla cinquantesima edizione della Biennale d’Arte di Venezia.
La prima opera di Rama all’interno del percorso espositivo di Palazzo de’ Rossi è collocata nella seconda sala e rappresenta un “ritorno” nella nostra città a oltre sessant’anni di distanza: si tratta di Senza titolo: Bricolage R 4 che l’artista torinese espose nel 1965 nella sua prima e unica personale a Pistoia. Questo lavoro appartiene a una fase decisiva della sua ricerca artistica, nella quale la superficie del dipinto – in questo caso di colore rosso intenso – dialoga con macchie, materiali di scarto e oggetti perturbanti che vengono “inseriti” all’interno dell’opera e danno vita a un linguaggio fortemente espressivo, per certi aspetti anche inquietante.

In una nicchia sulla sinistra, prima di arrivare nella terza sala, è stato allestito un trittico di opere unite dalla predominanza del colore nero e dalla trasformazione della superficie pittorica in uno spazio libero di sperimentazione, dove colore, materia e segno ridefiniscono il linguaggio della pittura.
In Luogo e segni Rama riutilizza e reimpiega le camere d’aria usurate con le loro pieghe, abrasioni e deformazioni non solo per creare uno sfondo nuovo alle sue composizioni quadrangolari, ma per trasformare questo materiale di scarto nel vero soggetto del quadro, facendogli acquisire una funzione pittorica. Nei due Senza titolo risalenti rispettivamente al 1952 e al 1961 l’artista da un lato inserisce piccoli tasselli di colore puro per spezzare la composizione monocroma, dall’altro introduce piccole variazioni di nero inserendo “scarti” sulla superficie pittorica.
Nella sesta sala, dedicata alle varie tendenze dell’astrattismo negli anni Cinquanta con maestri come Nigro, Chiavacci, Melani e Nativi, è stata posta in dialogo ideale l’opera forse più emblematica e iconica del progetto, la Composizione 71 realizzata da Rama nel 1955: qui la ricerca astratta dell’artista si concentra su pochi segni e colori, che danno tuttavia alla composizione un forte equilibrio cromatico e un marcato impatto visivo.
Chiudono la serie le due opere di Rama di grande formato risalenti alla metà degli anni Settanta: in Smentire il bianco le camere d’aria usurate diventano elementi capaci di costruire lo spazio dell’opera in dialogo con la superficie bianca della tela, mentre in Senza titolo sottili cuciture di filo beige attraversano la tela bianca in un andamento continuo ma irregolare e spezzato, con improvvise variazioni che sembrano richiamare le pulsazioni del cuore ed evocare una dimensione corporea.
Le opere di Rama “In Visita” resteranno visibili al pubblico fino al prossimo 14 febbraio. Il catalogo della mostra è curato da Monica Preti e Annamaria Iacuzzi con un saggio critico di Maria Grazia Messina (Pistoia Musei, Gli Ori, 2026).









