di Enrico Becchi
PISTOIA – Più di 80.000 operatori, quasi 60.000 aziende, 15.8% della superficie agricola nazionale utilizzabile: questi, secondo le statistiche del Sinab (Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica), sono i numeri raggiunti dal biologico in Italia al 2019. Dei numeri che fanno del nostro Paese, il primo in Europa per aziende e superficie coltivata.
Ma quali sono in numeri del bio nella provincia di Pistoia? Quali esempi di aziende virtuose si possono trovare? Quali prodotti è in grado di regalare quella che è stata ribattezzata “la città del verde”?
I dati di Artea (Azienda Regionale Toscana Per Le Erogazioni In Agricoltura) ci dicono che, al 2020, ammonta a 216 il numero di aziende/operatori del biologico nella provincia, la superficie dedicata corrisponde a circa il 7,33% di quella agricola utilizzabile, mentre quella in conversione al biologico risulta a circa il 3,9%.
Un dato forse un po’ lontano dalla media regionale che, al 2019, conta circa 5.000 operatori e un 32% di superficie in regime biologico. Però, se andiamo a guardare nel dettaglio, possiamo scoprire che si tratta di un ventaglio variopinto e promettente.

C’è chi è specializzato in un tipo di prodotto, come l’azienda agricola “Zarri” che si occupa di apicoltura. “Io dirigo l’azienda dal 2009, ma è stata fondata da mio padre nel 1989, e produce miele biologico fin dal 2000 – racconta il titolare Simone Zarri – Possiedo 400 arnie, di cui circa 350 produttive, che tengo per lo più nella zona di collina e montagna pistoiese, ma anche a Siena, Lucca e Grosseto. Ne ricavo diverse varietà di miele a seconda della stagione e dell’annata, come acacia, castagno, millefiori, trifoglio, tiglio, melata ed erica, tutte confezionate a freddo. Come prodotti dell’alveare ho anche pappa reale e polline di castagno, e rivendo direttamente in azienda, in pasticcerie artigianali, e in botteghe dentro e fuori Pistoia”.
Alcuni sono sì specializzati in certi tipi di prodotti, ma sono prodotti un po’ più particolari, un regalo della
geografia e del clima della montagna pistoiese: parliamo dei frutti di bosco, come quelli coltivati
dall’azienda “Il Sottobosco” di Cireglio.
“Confesso che è cominciato tutto quasi per scherzo nel 2008 ma, fin da subito, è partita con l’intenzione di essere biologica, e oggi è un’azienda che dirigo insieme a mia moglie, Elena Bugelli – spiega il proprietario, Fabio Bizzarri – Abbiamo circa 20.000 metri quadri di terreno, 23 specie di piantine da cui ricaviamo i frutti, e circa 5000 piante fra more, lamponi e mirtilli che rivendiamo in vaso. Produciamo frutti di bosco freschi, succhi, confetture, ma anche fertilizzanti e fitofarmaci biologici come humus da lombricoltura, macerato di ortica e decotto di equiseto – e sul corretto utilizzo di questi ultimi facciamo anche dei corsi di formazione. Le piante in vaso le vendiamo online sul nostro sito, il resto a privati, gelaterie e pasticcerie, mercati e gruppi di acquisto solidale”.

Ci sono anche aziende molto giovani, ma con un curriculum già ricco e dei progetti ambiziosi, come nel caso dell’azienda “Scerba” di Serravalle Pistoiese. “Abbiamo iniziato nel 2015 a Quarrata, poi ci siamo trasferiti a Serravalle nel luglio 2021. Dirigiamo l’azienda io e mia sorella Veronica, con il supporto immancabile di nostro padre Francesco e nostra madre Carmela. Non abbiamo mai richiesto la certificazione biologica, anche se avremmo tutte le carte in regola per farlo, ma di usare metodi non biologici non ce lo sogniamo nemmeno” dice Teresa Masci, una delle sorelle titolari – Siamo azienda agricola e ristorante. Abbiamo 1 ettaro di terreno coltivato a ortaggi, 5 ettari di oliveto e un allevamento di capre della Garfagnana. Produciamo olio, ortaggi in campo aperto, passate, sottoli e marmellate, e rivendiamo in azienda, a domicilio e alla nostra Bottega della Salute. Facciamo anche attività didattiche con la scuola materna, e ospitiamo dei progetti di reinserimento sociale in collaborazione con il Sert di Pistoia. Nel prossimo futuro, progettiamo di allargare l’allevamento, diventare agriturismo, e inserire nella nostra proprietà delle luxury tents: dei piccoli alloggi bioetici, costruiti in materiali riciclabili e autonomi dal punto di vista energetico, capaci di ruotare col Sole e attrezzati per la cromoterapia”.

E c’è anche chi nasce come azienda, ma che ha come obbiettivo principale quello di fare educazione, come l’azienda “Baugiano” di Quarrata.
“Siamo nati nel 1999 e abbiamo la certificazione biologica dal 2006 per tutti i nostri prodotti, esclusi quelli da allevamento. La conduzione è familiare e, oltre a me, è fatta da mio padre Andrea e dalle mie figlie Serena e Miriam – afferma Stefania Corrocher – Abbiamo maiali, polli, vitelli, capre, asini e cavalli, e abbiamo circa 12 ettari di terreno fra bosco e coltivazioni. Produciamo olio, uova, formaggi, salumi e marmellate, ospitiamo le arnie di alcune apicoltrici, e vendiamo direttamente in azienda. Noi, infatti, siamo anche ristorante, agriturismo e fattoria sociale, e tutti i fine settimana organizziamo delle attività didattiche per le scuole e per le famiglie: sono pensate per essere tutte interattive, e si svolgono o come escursioni, oppure come attività in 5 aree tematiche che abbiamo allestito all’interno della proprietà”.

Ma che cosa si può dire, sia a livello nazionale che locale, dei punti di forza e dei punti deboli del biologico? Ci sono degli aspetti che possono essere migliorati per valorizzarlo ancora di più?
Biologici o convenzionali che siano, spesso i produttori puntano il dito contro i costi, i tempi e le burocrazie della certificazione; oppure contro il maggior impegno che richiede il metodo bio e il poco ritorno economico a causa dei prezzi più elevati e delle minori produzioni.
Su questi punti i proprietari intervistati sono tutti concordi: la più grande soluzione è quella che, non a caso, mettono in pratica già tutti nel loro piccolo, e cioè “creare consapevolezza”. Crearla nei vecchi e nei nuovi agricoltori, e non solo per quel che riguarda i metodi sostenibili, ma anche per le giuste strategie di promozione e di vendita che, per il momento, difficilmente potrebbero essere quelle convenzionali.
E crearla nel resto delle persone, per educarle ad una buona alimentazione, a capire i benefici ambientali e salutari del biologico, e a saper leggere davvero bene l’etichetta di quello che comprano. Messo insieme tutto questo, si può veramente creare un circolo di offerta e domanda che va a vantaggio di entrambe le parti. Insomma, rendere il biologico competitivo è possibile: è solo questione di saperlo e di crederci.







