di Andrea Dami
FIRENZE – È bello salire lungo la Costa di San Giorgio dopo un periodo di sosta forzata ed entrare nella Villa Bardini che dal 2006 è diventata spazio museale, centro di cultura e luogo di natura grazie ai quattro ettari di bosco, di giardino e di orto-frutteto che tutti possiamo (ri)scoprire. Il merito, se è tornata a vivere, lo dobbiamo alla Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron e alla Fondazione CR Firenze.
In questo luogo ricco di storia e cultura, da oggi fino al 25 aprile 2022, potremo vedere l’interessante mostra Galileo Chini e il Simbolismo Europeo curata da Fabio Benzi, professore ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, coadiuvato da Carlo Sisi, coordinatore scientifico di Villa Bardini.

Nelle sale della villa sono esposti ben 200 pezzi fra ceramiche, disegni, dipinti e illustrazioni dell’artista Galileo Chini, nato nella città che ora lo ospita il 2 dicembre 1873 e morto il 23 agosto del 1956. Chini è stato grafico, ma anche pittore, decoratore e eccellente ceramista e lo possiamo annoverare tra i protagonisti dell’Art Nouveau, che in Italia prende il nome di stile floreale o meglio stile Liberty.
Questa “nuova” arte abbracciò varie discipline dall’architettura alle decorazioni di interni, dai mobili, ai tessuti, all’illuminazione…
Tutto nasce dall’estetismo, un movimento artistico-letterario (siamo nella seconda metà dell’800) che rappresentava una tendenza del decandentismo e che apre la strada all’Arts and Crafts (arti e mestieri), che nasce in Gran Bretagna e cerca di trovare il “contatto” tra la progettazione tecnica del prodotto industriale e la libertà artistica. Lo troverà e si diffonderà rapidamente coinvolgendo artisti, architetti, decoratori, artigiani, aprendo così la strada al design moderno.
La caratteristica dell’Art Nouveau è che prende spunto dai fiori, come dalle piante, per tradurlo nelle figure, nelle decorazioni che vengono dipinte o scolpite attraverso l’uso di linee ondulate e dinamiche, adoperando anche nuovi materiali.
Interessanti sono le stazioni per la metropolitana di Parigi, i lavori dei secessionisti di Vienna, di Berlino, di Monaco, di Darmstadt, o di Weimar e di Bruxelles, i cui aderenti si dissociarono dagli stili ufficiali delle accademie d’arte.
Tra le città italiane non possiamo dimenticare Torino, Milano, ma anche Catania e Palermo.

E ora, entrando nella mostra, le opere di Galileo Chini ci riportano nel “mondo” del Simbolismo Europeo. Infatti i lavori esposti prendono in esame i primi 20 anni dell’attività di Galileo, che va dal 1895 al 1914, ormai alle soglie della Prima Guerra Mondiale. Ad ogni piano, in ogni stanza, troviamo un susseguirsi di legami e parallelismi fra le opere di Chini e l’arte internazionale che lo ispirò, intrecciandosi con artisti come Auguste Rodin (in mostra c’è un suo bellissimo ritratto che Chini fece nel 1901), Gaetano Previati, Gustav Klimt, Giovanni Segantini, Pierre Bonnard e molti altri ancora. Come è stato detto, è “spesso a lui che si è ispirata” l’arte di quell’importante momento storico. Mi viene in mente un artista d’avanguardia come Umberto Boccioni, che lo ammirò per la realizzazione di alcuni lavori e forse per quell’ideale modernità che rappresentava.
Galileo Chini partecipò alle maggiori esposizioni internazionali, ricordo soltanto quelle di Torino, di Parigi e di San Pietroburgo e la sua “fama” gli procurò anche importanti commissioni pubbliche, come le decorazioni delle sale alle Biennali veneziane del 1903, del 1907, del 1909 e del 1914. Invece dal 1911 al 1913 Galileo Chini si spostò in Siam (l’odierna Thailandia) che lo vide impegnato a decorare la grande Sala del Trono di Bangkok, segnando un’ulteriore apertura su un nuovo sentimento della natura e del mondo che in Europa stava vedendo protagonisti Bonnard e Vallotton (del gruppo Nabis) che stavano “indirizzandosi su una percezione dell’impressionismo come sedimento psicologico”; una strada di modernità alternativa alle decostruzioni e analisi avanguardistiche.

Ma conosciamo meglio Galileo Chini. Da giovane frequentò corsi di decorazione, lavorò anche in una fabbrica di prodotti chimici. Fu anche apprendista decoratore e lavorò in alcune botteghe di pittori fiorentini, frequentando, saltuariamente, anche la Scuola Libera di Nudo dell’Accademia di Belle Arti. Dimostrò abilità nel campo delle arti e capacità di apprendimento, oltre a un’instancabile e utile voglia di “lavorare”, dalla carta all’argilla.
E fu proprio usando la “terra da vasaio” che Chini divenne uno straordinario ceramista, le cui opere si possono definire di Art Nouveau, realizzate nella fabbrica Arte della Ceramica da lui fondata, che poi chiamerà Manifattura di Fontebuoni. Intorno al 1906, nel Mugello, fonderà Fornaci di San Lorenzo che diresse e dove furono realizzate oltre alle ceramiche anche le vetrate.
Alcuni “vasi” che possiamo ammirare qui a Villa Bardini sono stati e sono ancora oggi dei “capolavori della ceramica europea”.
Per avere un’idea del personaggio Chini e della sua attività, anche se a grandi linee, possiamo iniziare ricordando che intraprese lavori di restauro, ma soprattutto fu impegnato in una serie di decorazioni, dalla chiesa di Santa Maria Maggiore a una serie di affreschi all’Hotel Cavour, sempre a Firenze. Poi anche al Gran Hotel La Pace a Montecatini Terme. Invece nel Palazzo Pathésono a Milano usò la tecnica del mosaico.
Insegnò al Corso di Ornato all’Accademia di Belle Arti di Firenze e poco dopo, sempre in città, affrescò la Camera di Commercio e a Montecatini Terme il Palazzo Comunale. Si occupò anche delle scenografie, prima per Gianni Schicchi e poi per Turandot, collaborando con il grande Giacomo Puccini.
Dal 1920 al 1923, a Salsomaggiore Terme, completò la decorazione delle Terme Berzieri e l’allestimento del Grand Hotel des Théemes, oltre ad altre decorazioni in ville e hotel.
Nel 1925, fino al1926 curò le decorazioni per il Grand Hotel & La Pace di Montecatini Terme e anche gli ambienti della motonave Augustus. Pochi anni dopo affrescò la sede milanese della Società Elettrica Montecatini. Poi ancora la Biennale di Venezia e continuò ad esporre le sue opere sia in Italia, sia all’estero.
In mostra possiamo vedere l’autoritratto di Galileo Chini, un olio su tavola, che eseguì nel 1948 all’età di 75 anni. Continuò a lavorare altri 8 anni e nell’agosto del 1956 morì.

Vorrei concludere con le parole scritte da Fabio Benzi sul catalogo (Maschietto Editore, Firenze), sperando che possano spingervi sulla salita di Costa San Giorgio fino al n° 2, inerenti ad una marina i cui colori ho ancora negli occhi (vedi anche “Mare rosso al tramonto”), che Chini “dedicò alla Versilia, uno dei più intensi e partecipati cicli poetici e pittorici che mai siano stati dedicati a quei luoghi entrando in sintonia con l’affocato genio del luogo, fermando il fiato delle brezze, il soffio umido dello scirocco, i colori schiariti dai barbagli di un sole ora velato, ora torrido”.
L’orario della Villa Bardini è: 10.00 > 18.00, ultimo ingresso ore 17.00.
Chiuso i lunedì feriali. Per informazioni telefonare: 055 2638599










