di Enrico Becchi
PRATO – C’è chi ha ribattezzato Prato “la città delle giungle urbane”. Ma, mentre queste ultime crescono, nella parte più rurale della provincia c’è una “giungla selvatica” molto caratteristica, un piccolo rinomato polmone verde, che spesso è finito sotto i riflettori per il fatto che sta scomparendo: stiamo parlando dell’Area Protetta del Monteferrato, dove il bosco di pino marittimo si dirada a vista d’occhio da quasi 20 anni a causa dell’invasione della cocciniglia Matsucoccus feytaudi.
Ma qual è oggi lo stato dell’arte della situazione? Cosa è stato fatto e cosa si sta tentando di fare per risolverla? E soprattutto: è possibile che, paradossalmente, il diradamento del pino possa avere degli effetti più positivi che negativi?

Quello della cocciniglia del pino marittimo rappresenta il tipico caso di specie esotica invasiva. Originaria di Paesi come Francia, Spagna, Portogallo e Marocco, è stata avvistata in Italia per la prima volta negli anni ’70, in Liguria, arrivata lì probabilmente tramite il commercio di legname.
È un insetto che vive esclusivamente sul pino marittimo ma, mentre nei Paesi di origine la cocciniglia si è coevoluta col pino, quando è entrata in contatto con le varietà italiane della pianta ha scatenato una vera e propria epidemia.
Risultato, si è diffusa rapidamente in molte pinete d’Italia, arrivando in quella dell’area pratese intorno al 2003.
“Ovviamente, il diradamento dei pini interessa tutta l’area del Monteferrato. Però la fascia più sottoposta si è rivelata il versante che affaccia sulla città, dove si stima di aver perso un 70-80% della copertura originale. Ad oggi il fenomeno è ancora in corso, e procede con lo stesso ritmo degli ultimi anni”. Lo spiega Marco Morelli, direttore del Centro di Scienze Naturali di Galceti. Che prova anche a fare la conta degli effetti. “Animali di grossa taglia come cervi, daini e cinghiali ne risentono, perché, durante i periodi più caldi, trovano meno zone d’ombra. Discorso simile per gli uccelli nidificanti, tipo il famoso picchio verde simbolo del CSN, perché trovano meno alberi su cui innestare i nidi”.
E le soluzioni? Per lo meno a livello nazionale, sono state varie quelle proposte e/o messe in pratica nel tempo. Diradamenti, forestazione con altre specie di piante, trappole ai feromoni, introduzione di predatori naturali della cocciniglia. O anche la piantumazione di esemplari di pino che si sono dimostrati resistenti all’insetto, siano essi locali, nativi di altre zone d’Italia, o perfino importati.
Nel caso del Monteferrato, fino ad oggi si è optato per lo più per i diradamenti, un po’ per una questione di costi, ma anche per una questione di equilibri ecologici.
Come spiega il Morelli, “Quella del Monteferrato è un’Area Naturale Protetta di Interesse Locale (ANPIL), ed è anche un Sito di Interesse Comunitario (SIC). I motivi sono diversi, ma soprattutto due: le particolari formazioni geologiche, fatte di rocce ofiolitiche, e la presenza di specie di piante, muschi o licheni rare o addirittura endemiche, nate in questo ambiente ben prima del pino marittimo. Perciò, piantare essenze estranee potrebbe alterare gli equilibri ecologici dell’ecosistema. Come, del resto, è già successo quando è stato introdotto il pino”.
E infatti, nel contesto particolare del Monteferrato, forse non tutto il male viene per nuocere. Sono diverse le pinete in Italia in cui il pino marittimo è stato introdotto artificialmente; un caso per tutti, quello della Tenuta di San Rossore, dove l’introduzione risale al Settecento. Gli scopi sono stati vari, per esempio l’estrazione di resina, legname o corteccia destinati a loro volta ad altri usi.
Gli scopi precisi delle piantumazioni sul Monteferrato non si conoscono, però sappiamo che risalgono all’Ottocento e che, appunto, sono state artificiali.
“Paradossalmente, la riduzione dei pini ha un effetto positivo sull’ecologia originaria del Monteferrato. Perché meno pini significa minore acidità del suolo e minore ombreggiatura, e questo favorisce le specie autoctone e endemiche di piante o funghi» spiega il Morelli. Che sottolinea: “Fra l’altro, anche se con ritmi molto meno rapidi, il diradamento del pino è un fenomeno che si è innescato già negli anni ’80, ben prima dell’arrivo della cocciniglia. La causa sta nel fatto che i terreni ofiolitici già di per sé formano poco suolo, perciò trattengono poca acqua. Se a questo aggiungiamo il riscaldamento del clima, e quindi il susseguirsi di periodi siccitosi sempre più frequenti e più lunghi, ecco che il pino marittimo è una delle prime specie a risentirne”.
Da un lato, quindi, la riduzione del pino sul Monteferrato sembra un fenomeno drammatico che lascia alle sue spalle soltanto terra bruciata. Dall’altro, si tratta di un ritorno alle origini da parte di questo particolare habitat.
Probabilmente si continueranno a prendere provvedimenti in futuro, per evitare la scomparsa completa di una foresta che, naturalmente, è un valore aggiunto. Ma anche l’ambiente “lunare” del famoso marmo verde è uno dei tanti che l’Italia può vantare nel mondo.



