mercoledì, Settembre 9, 2026

Pistoia Basket, parla l’ex capitano Fiorello Toppo

di Francesco Belliti

PISTOIA – Ormai superati i vent’anni dal suo primo arrivo a Pistoia, Fiorello Toppo è ancora oggi uno dei volti più riconosciuti ed amati dai tifosi biancorossi. La sua carriera è andata a braccetto con il cammino vincente che ha portato la società di via Fermi a compiere la scalata dalla B all’A1. L’immagine di questo ragazzone nato ad Asmara, in Eritrea, con la retina del canestro intorno al collo e la coppa di Legadue saldamente tra le mani è ancora vivida negli occhi di chi partecipò a quella grande festa, il 22 giugno 2013 dopo quella gara 5 vinta contro Brescia.

Fiorello Toppo (foto Dany Basket Quarrata)

Dopo una storia così bella, il legame non poteva che rimanere forte e viscerale, anche dopo che le strade si sono dovute separare. Toppo ha però fatto presto ritorno a Pistoia, giocando prima a Bottegone in Serie B, dal 2014 al 2017, ed infine a Quarrata in Serie C Gold, dove milita tutt’oggi dal 2018. Ed è proprio di questo legame, ormai indissolubile, che abbiamo voluto parlare con lui.

Quali furono le prime sensazioni al tuo arrivo a Pistoia?

“L’impatto fu subito positivo: ricordo che mi incontrai con la società nell’estate 2001 prima di firmare il contratto. Pistoia era appena salita in B1 ed io ero all’inizio della mia carriera sportiva: si può dire, in un certo senso, che ci siamo trovati alla stessa età e con le stesse ambizioni. C’era, da entrambe le parti, la volontà di emergere in un panorama cestistico, la B appunto, che allora era di ottimo livello. La squadra era eterogenea, con giocatori di rilievo come Bonaccorsi, De Monaco, Cattani, Diana, Capone ed elementi giovani, come me e l’allora capitano Bassi, che avevano tanta voglia di imparare e di imporsi a quei livelli.

Molti ricordano ancora il terzetto Toppo-Bertolazzi-Zaccariello e la conquista dell’A2…

“Sì, quando sono tornato a Pistoia nel 2005 si è subito creato un gruppo di giocatori molto unito. Oltre a Matteo e Leonardo, c’erano anche ragazzi di grande valore come Gilardi, Mocavero e Rossetti: con loro abbiamo gettato le basi per la crescita di Pistoia. Sicuramente un grande impatto lo ha dato Matteo, con le sue caratteristiche che davano l’identità alla squadra”.

Qual è stato, a tuo parere, l’americano più forte tra quelli con cui hai giocato?

“Ho avuto la fortuna, per quanto riguarda gli americani, di poter giocare con grandi compagni di squadra. Personalmente, quello che ritengo il più completo e anche quello più affine in quanto a mentalità è stato Michael Hicks. Ma anche gli altri avevano tanto talento e ci hanno aiutato a crescere: penso ad Elton Tyler, quando la squadra non era ancora molto competitiva, così come a Jerry McCullough, che nel breve tempo in cui è stato con noi ha fatto vedere le sue qualità. E poi mi vengono in mente il talento di Joe Forte, le doti fisiche di Jarvis Varnado, Dwight Hardy e Bobby Jones che ci trascinano ad un passo dal primo posto e dalla promozione. Infine è giusto nominare anche Antonio Graves che, insieme ad Hicks, è stato determinante per conquistare l’A1”.

Un’immagine che ancora oggi ricordano in tanti è la tua schiacciata in Gara 1 contro Brescia, con il tabellone che si frantuma. Cosa successe in quegli attimi?

“Devo ammettere che non me ne resi conto, lì per lì: mi ero già voltato per tornare in difesa, poi vidi che i miei compagni si erano fermati e guardavano nella direzione da cui venivo. Devo anche dire che mi era già capitato quando ero ragazzo, anche se va detto che i canestri non erano solidi come quelli di un campo di Serie A. Fu un momento suggestivo e bellissimo, che ci dette un’ulteriore carica emotiva e ci convinse che potevamo fare tutto: non penso che altri abbiano rotto un tabellone durante una finale playoff. I custodi del PalaCarrara, invece, avevano le mani tra i capelli.

Come è stato, successivamente, calarsi in realtà come Bottegone e Quarrata, da giocatore esperto e vincente con tanti giovani come compagni?

“Quello che puoi offrire ad un compagno agli inizi di carriera è il tuo esempio, ancor prima che i consigli: parlo del modo in cui ti alleni e affronti le partite. Questo può dare degli input importanti, fermo restando che devono essere colti in modo attivo e non passivo: qua sta la differenza tra uno sportivo a 360 gradi, che cerca costantemente di migliorarsi, e uno che gioca così per fare. Io stesso non smetto ancora oggi di apprendere, anche dai miei compagni più giovani”.

Hai seguito Pistoia in questa stagione? Alcuni dicono di rivedere lo spirito della squadra che venne promossa.

“Purtroppo non ho potuto a causa della concomitanza con le mie partite. Vedo i risultati, parlo con persone che seguono, ma non posso dire di avere la contezza del loro modo di giocare. Sicuramente Pistoia rimane un bell’ambiente per i giocatori; inoltre la presenza della famiglia Tesi all’interno della società dà modo di lavorare in un clima ideale. Poi ci sono altri fattori, come l’allenatore e la qualità degli atleti, che hanno sicuramente inciso in questa stagione estremamente positiva, specie dopo le tante difficoltà legate alla pandemia.

Che impressione ti ha fatto rivedere Saccaggi a Pistoia? Credevi che sarebbe diventato il giocatore e leader che è adesso?

“È bene ricordare che ‘Sacca’ giocò da playmaker titolare l’anno prima della promozione, dopo l’infortunio di Mathis. Gli fu data una responsabilità enorme e lui fu bravissimo a calarsi in questo ruolo da protagonista. Giocare poi tanti anni in questa categoria gli ha dato l’unica cosa che allora gli mancava, l’esperienza. Partiva, insomma, con un ottimo bagaglio, sin dalla tenera età”.

Questa è la tua quarta stagione a Quarrata: come state vivendo quest’annata particolarmente difficile?

“Sì, molto ostica. Non credo mi sia mai capitata una stagione con così tante defezioni e partenze: la squadra è stata stravolta rispetto a com’era all’inizio, con giocatori di quintetto che sono stati rimpiazzati con il meglio che offriva il mercato. La società ha fatto il possibile per mantenere il roster competitivo, mentre la squadra ha avuto necessità di tempo per amalgamarsi. Penso che stiamo trovando la quadra e che possiamo raggiungere il nostro obiettivo, che è la salvezza”.

Chiudiamo con una domanda sul futuro: giocherai ancora?

“Come ho già annunciato alla società, questa sarà la mia ultima stagione da giocatore. Ho necessità di passare più tempo con mia figlia: si sta affacciando allo sport e voglio poterla seguire, starle vicino durante il weekend quando gareggia. Insomma, passo a lei il testimone”.

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