mercoledì, Settembre 9, 2026

A Badia a Pacciana, sulle tracce dell’abate Ormanno

PISTOIA – Alla scoperta di un’antica abbazia nel cuore della piana pistoiese che ha rappresentato non solo un centro di spiritualità e vita economica, ma anche un fattore decisivo nelle vicende politiche cittadine.

Il territorio di Badia a Pacciana appare oggi come una zona rurale, compresa tra i fiumi Brana e Ombrone, raggiungibile a nord da Chiazzano, a sud da Bottegone e a ovest da Canapale, percorrendo una suggestiva stradina di campagna che per buon tratto costeggia l’argine della Brana, avanzando tra campi e vivai.

L’area ha da sempre una vocazione agricola, che affonda le sue radici nei decenni successivi al Mille, quando il generale processo di crescita demografica, sviluppo economico e ripresa commerciale portò molti territori rurali a subire interventi di bonifica, disboscamento e dissodamento per ottenere nuove terre da destinare alla produzione agricola, sull’onda di un fabbisogno crescente.

Anche il territorio di Badia, posto in una zona alluvionale, presentava in origine un terreno acquitrinoso e paludoso, spesso soggetto alle inondazioni: l’area era scarsamente popolata sia per la natura del luogo, sia per il rischio di incorrere in pericolose malattie come la malaria, sia perchè tagliata fuori dalle principali vie di comunicazioni dell’età altomedievale (come la diramazione della via Cassia, che collegava Pistoia con Prato e Firenze passando però più a nord, e seguendo un più sicuro itinerario pedecollinare).

Eppure alla metà del XI secolo questa zona periferica e insalubre registra importanti cambiamenti, con una serie di opere di bonifica, dissodamento del terreno, costruzione dei primi argini lungo i fiumi, delimitazione dei fossati: azioni propedeutiche a un nuovo popolamento dell’area, che appare ideale per le coltivazioni a causa della ricchezza di acque e la fertilità dei terreni.

Il cortile interno dell’ex complesso abbaziale di Badia a Pacciana (fotografie di Andrea Capecchi)

Non stupisce che tra i principali protagonisti di questo processo vi siano i monaci vallombrosani, che alla fine del XI secolo si stabiliscono a Badia a Pacciana fondando un monastero dipendente dalla “casa madre” di Vallombrosa e dotato di chiesa (dedicata a Santa Maria Assunta), convento e chiostro. L’ordine vallombrosano, istituito nel 1039 da Giovanni Gualberto sulla scia della “riforma” del monachesimo benedettino, si proponeva di riportare al centro della vita dei monaci la Regola benedettina con il suo motto “ora et labora”, capace di unire una forte vocazione spirituale con un impegno quotidiano e attivo nelle attività lavorative. Tutti i monasteri vallombrosani furono dunque centri propulsori di opere di bonifica e di impianto di alberi e nuove colture, con attività portate avanti dagli stessi monaci ma spesso con l’impiego di lavoratori fissi o a giornata, cosa che attirò verso tali monasteri molti contadini dei territori limitrofi.

Anche l’abbazia pistoiese di Badia a Pacciana, con il suo rapido sviluppo, divenne presto centro di aggregazione per agricoltori, piccoli artigiani, miniatori e amanuensi, vedendo crescere la propria importanza a livello economico grazie all’acquisizione di nuovi terreni, oltre a lasciti testamentari, donazioni, rendite da affitti e concessioni agrarie, proventi da diritti di pascolo e di taglio del legname.

Un monastero molto ricco e potente, in cui la carica di abate, con i suoi privilegi, divenne assai ambita dalle famiglie dell’aristocrazia pistoiese: ed è all’inizio del Trecento che le vicende dell’abbazia si intrecciano con la storia locale di Pistoia, in quel periodo turbata dalle lotte intestine e impaurita dalla crescente aggressività dei lucchesi e del loro condottiero Castruccio Castracani. Abate di Badia a Pacciana divenne Ormanno Tedici, nobile pistoiese di parte guelfa, che grazie alla sua attività di procuratore legale e di prestatore di denaro a usura accumulò un ingente patrimonio personale, tanto che a partire dal 1310 iniziò a spostare i propri interessi dall’abbazia alla città, nel segno di una sempre maggiore influenza sulle vicende politiche di Pistoia.

Alcuni edifici del complesso monastico

Ma la svolta arrivò nel 1322, quando Ormanno, in forza della propria autorità, divenne il capofila di quel “partito della pace” che spingeva per una tregua con Castruccio, le cui truppe avevano attaccato i castelli pistoiesi, con distruzioni e saccheggi, e stavano minacciando seriamente la città. Sostenuto dai ceti popolari e contadini che volevano evitare la guerra, e vedendo in questa situazione una grande opportunità per affermare il proprio potere a Pistoia, nell’aprile di quell’anno l’abate marciò verso la città e qui fu acclamato dai pistoiesi, che lo proclamarono Capitano del popolo.

La proposta di pace fu accettata da Castruccio e il successo politico spalancò a Ormanno le porte del governo di Pistoia; grazie al potere personale accumulato e al consenso popolare si trovò, di fatto, a essere il vero e proprio “signore” della città.

Il suo breve governo non ebbe, secondo gli storici, un carattere dispotico: al contrario, Ormanno cercò di adoperarsi per la pacificazione tra le fazioni cittadine, di difendere l’autonomia di Pistoia nei riguardi di Firenze e Lucca, le due potenti città vicine, e di favorire una ripresa economica attraverso una migliore integrazione tra la città e le campagne del contado.

Tuttavia la sua politica molto “equilibrista” e spregiudicata a livello diplomatico non mancò di sollevare dubbi e malumori, dei quali si fece interprete il nipote Filippo Tedici: figura entrata nella storia e nell’immaginario pistoiese come simbolo del tradimento al nemico, Filippo, che ambiva alla signoria sulla città, nel 1324 spodestò Ormanno e vendette la città a Castruccio per l’ingente somma di diecimila fiorini d’oro, con la promessa di restarne al governo per conto dei lucchesi.

L’abate Ormanno, rientrato a Badia a Pacciana, morì l’anno seguente: il suo biennio alla guida di Pistoia è ricordato, pur tra luci e ombre, come un breve periodo di pace per la città e il suo contado e come l’ultimo momento di libertà e autonomia di Pistoia prima della definitiva caduta sotto la dominazione fiorentina.

L’arco di accesso all’abbazia di Badia a Pacciana

La storia dell’abbazia continuò fra alterne vicende, fino al suo abbandono da parte dei monaci vallombrosani e la sua trasformazione in pieve nel 1869: a questi anni risale il rifacimento dell’ex complesso abbaziale e in particolare della chiesa, che venne radicalmente modificata per essere adattata alle nuove esigenze.

Anche se la chiesa e il chiostro mantengono l’antico impianto tipico dei monasteri vallombrosani, oggi le strutture conservano pochissime tracce dell’abbazia romanica e gli stessi interni presentano architetture e decorazioni in stile neoclassico. L’ex complesso abbaziale, preceduto da una porta d’ingresso a volta, risulta circondato da edifici residenziali che si sono aggiunti in epoche successive, e che si aprono sulla piazzetta antistante la chiesa.

Il complesso, che nei decenni passati si trovava in una condizione di forte degrado, ha subito di recente alcuni interventi di restauro e riqualificazione, in particolare nella facciata della chiesa, nel chiostro e nell’oratorio della compagnia, mentre il campanile presenta ancora la sua costruzione in mattoni scuri.

Un luogo speciale, che ancora conserva l’atmosfera di pace claustrale dell’antico monastero, ma che ogni anno, a inizio settembre, si anima con le iniziative della Festa storica di Badia a Pacciana, manifestazione di grande richiamo che da più di quarant’anni ricorda la “rivoluzione del 1322” promossa dall’abate Ormanno e organizza un corteggio storico in costumi d’epoca lungo le vie del paese. Una festa molto sentita, motore essenziale per le attività, la manutenzione e il mantenimento del complesso strutturale dell’abbazia, ma anche con l’obiettivo di stimolare l’interesse e la valorizzazione dell’identità storico-culturale di Badia a Pacciana e delle sue tradizioni.

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