di Marco Cei
La parola “diverso” è un aggettivo spesso connotato da una accezione negativa e l’etimologia lo conferma: deriva infatti dal latino “di-versus” che significa “volto dall’altra parte”, “opposto” o “contrario”. Questo aggettivo si usa per indicare ciò che si presenta con un’identità, una natura, una conformazione nettamente distinta rispetto ad altre persone o cose. Il sostantivo che ne deriva, invece, “diversità”, possiede in minor misura questo stigma negativo, tendendo perlopiù a sottolineare la ricchezza che scaturisce dalle differenze che emergono con “l’altro”. Entrare in relazione con l’altro vuol dire entrare in contatto con altre entità cioè con qualcuno o qualcosa che è “diverso” da noi. L’altro assume un ruolo fondamentale anche per la comprensione di noi stessi, la cui identità viene definita dalla auto-percezione, ma anche dalle infinite relazioni che abbiamo con gli altri.
In campo ambientale la diversità è fondamentale e alla base stessa di tutte le dinamiche e i processi che in milioni di anni di vita hanno plasmato il mondo.

Qui riporto uno schema di un testo di ecologia in cui le differenze di vegetazione, o gradienti, (successione da campo nudo a foresta matura) sono correlate a un bioindicatore, misurato dalla diversa distribuzione di piccoli uccelli (Passeracei) che popolano questi diversi ambienti. Possiamo tranquillamente affermare che la diversità è alla base della vita stessa.
Negli ultimi tempi un termine derivato ha assunto una particolare evidenza e importanza: biodiversità. Riporto qui sotto la definizione che ne dà l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).
“Il termine biodiversità (traduzione dall’inglese biodiversity, a sua volta abbreviazione di biological diversity) è stato coniato nel 1988 dall’entomologo americano Edward O. Wilson (di cui si consiglia la lettura di due libri: Biodiversità – edito da Sansoni – e Formiche – edito da Adelphi).
La biodiversità può essere definita come la ricchezza di vita sulla terra: i milioni di piante, animali e microrganismi, i geni che essi contengono, i complessi ecosistemi che essi costituiscono nella biosfera.
Questa varietà non si riferisce solo alla forma e alla struttura degli esseri viventi, ma include anche la diversità intesa come abbondanza, distribuzione e interazione tra le diverse componenti del sistema. In altre parole, all’interno degli ecosistemi convivono ed interagiscono fra loro sia gli esseri viventi sia le componenti fisiche ed inorganiche, influenzandosi reciprocamente. Infine, la biodiversità arriva a comprendere anche la diversità culturale umana, che peraltro subisce gli effetti negativi degli stessi fattori che, come vedremo, agiscono sulla biodiversità.
La biodiversità, quindi, esprime il numero, la varietà e la variabilità degli organismi viventi e come questi varino da un ambiente ad un altro nel corso del tempo.

La Convenzione ONU sulla Diversità Biologica definisce la biodiversità come la varietà e variabilità degli organismi viventi e dei sistemi ecologici in cui essi vivono, evidenziando che essa include la diversità a livello genetico, di specie e di ecosistema.
La diversità di ecosistema definisce il numero e l’abbondanza degli habitat, delle comunità viventi e degli ecosistemi all’interno dei quali i diversi organismi vivono e si evolvono.
La diversità di specie comprende la ricchezza di specie, misurabile in termini di numero delle stesse specie presenti in una determinata zona, o di frequenza delle specie, cioè la loro rarità o abbondanza in un territorio o in un habitat.
La diversità genetica definisce la differenza dei geni all’interno di una determinata specie; essa corrisponde quindi alla totalità del patrimonio genetico a cui contribuiscono tutti gli organismi che popolano la Terra”.
Ma parlare di diversità significa anche parlare dei suoi eccessi o comunque delle sue forme problematiche o patologiche, come la diffusione di specie “aliene” (specie alloctone invasive): animali o piante esotiche introdotti accidentalmente o deliberatamente in luoghi al di fuori del proprio habitat naturale, e che possono costituire una minaccia alla biodiversità e alla salute umana, oltre a generare danni economici e problemi sanitari. Queste specie sono definite specie aliene invasive o IAS, acronimo dell’inglese Invasive Alien Species.
Un tipico esempio animale di specie “aliena” è la nutria (Myocastor coypus), un grosso roditore semi-acquatico originario del Sud America che sul finire dell’800 ha cominciato a essere allevato in Nord America e in Europa (Italia inclusa) come animale da pelliccia. Con il declino del commercio di queste pelli, molti animali furono liberati e diventarono infestanti. Fuori dal loro habitat le nutrie sono un flagello per la vegetazione acquatica. una minaccia alla biodiversità e alla salute umana, oltre a generare danni fisici ed economici. Altro caso, ancora più noto è quello della zanzara tigre (Aedes albopictus): originaria del Sud-est Asiatico, è stata introdotta accidentalmente in diversi paesi europei tra gli anni Settanta e Novanta e da allora si è diffusa in maniera incontrollata in tutta Europa.
Tra le piante, la robinia o acacia (Robinia pseudoacacia), uno degli alberi più comuni nelle nostre città e campagne, è una specie aliena: originaria degli Stati Uniti sud-orientali, fu introdotta nel 1601 in Francia come albero ornamentale dai giardinieri del re Luigi XIII ed è stata poi usata in tutta Europa sia nei giardini che per il consolidamento dei terreni. Oggi ha invaso moltissimi boschi dei nostri Appennini infestando e soppiantando colture storiche come i castagneti.










