di Marco Cei
Dalla Enciclopedia Treccani: «Le origini del parco nazionale si possono far risalire al 1853 in Francia, con la creazione di una ‘riserva artistica’ nella foresta di Fontainebleau: si trattava di preservare un tratto di bosco dall’utilizzazione dei forestali per permettere agli artisti francesi (i pittori della Scuola di Barbizon) di ritrarne gli aspetti più estrosi e pittoreschi. Ma è soltanto nel 1872 che sorge veramente un primo parco nazionale, quello di Yellowstone negli Stati Uniti; il 1° marzo di quell’anno fu infatti decretata la destinazione di una notevole estensione (poi giunta fino a circa 9000 km2 ) di territori dello Wyoming, del Montana e dell’Idaho, a fini di conservazione, educazione e ricreazione […] Nel 1922 l’Italia istituiva il parco nazionale del Gran Paradiso e nel 1923 quello d’Abruzzo».Un interessante focus è di tipo etimologico e lessicale: parco, o barco, si ritiene derivato dall’antico celtico Barwg, o dal germanico Pfarrich, oppure dal latino Parcere, comunque tutti aventi significato di chiusura, riparo e protezione.

Tornando a Yellowstone, in quanto capostipite dei parchi nazionali, esso è noto per la sua ricchissima flora e fauna selvatica e per le sue peculiari caratteristiche geologiche (da cui anche il nome), tettoniche e vulcaniche (famosi i suoi geyser). Tra i molteplici ecosistemi che include, quello della foresta subalpina è il più ampio; il parco, a sua volta, rientra in termini di classificazione nella vasta ecoregione terrestre delle foreste delle Montagne Rocciose centro-meridionali. Nel 1978 Yellowstone è stata nominata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Esso, nelle Montagne Rocciose, costituisce inoltre lo spartiacque fra i due oceani: alcuni suoi fiumi scendono verso il Pacifico, altri verso l’Atlantico. Nella prima metà del secolo XIX, grazie a diverse spedizioni scientifiche, con un iter in parte rallentato dalla Guerra Civile, vengono scoperti e illustrati i grandissimi pregi naturali di quest’area (grande come l’intera Corsica), finché il 1º marzo del 1872, il presidente Ulysses Grant firma l’ordine esecutivo volto a istituire il parco nazionale di Yellowstone allo scopo di renderlo un luogo “scevro da ogni sfruttamento a fini commerciali, libero alla fruizione dei visitatori”.
Del 1909 è il primo esempio in Europa, precisamente nella Svezia lappone, quando viene istituito il Parco Nazionale di Sarek, che comprende una delle più remote ed inaccessibili zone dell’intero territorio svedese, costituita per la quasi totalità da alte vette ricoperte da ghiacciai e profonde valli, con una natura rimasta pressoché intatta a causa delle impervie condizioni del territorio. La data della istituzione svedese (24 marzo) è diventata anche quella della Giornata Europea dei Parchi. La perimetrazione non incideva comunque sulle attività umane di quelle zone, mentre si può far risalire al 1914 il primo ente istituito con criteri scientifici e di salvaguardia dalle eccessive trasformazioni umane, con il parco dell’Engadina, interessato da estesi disboscamenti ed escavazioni di minerali, e poi affidato alla Società di Scienze Naturali che ne ha curato il restauro ambientale.
Arrivando al nostro paese, prima di affrontare la cronistoria dei suoi parchi, possiamo dire che esso è “ad alta concentrazione” di moltissime cose preziose: abitanti (oltre i 200/kmq) complessità orografiche, biodiversità (genetica, di specie, di ambienti), specificità naturali e culturali, siti Unesco, tipi e varietà alimentari ed eno-gastronomiche. La presenza e la conseguente pressione antropica è molto antica e ha fatto sì che ben pochi habitat non siano stati toccati e modificati dalle attività dell’uomo; forse luoghi veramente incontaminati non esistono proprio qui da noi. Alcune riserve integrali, come quella di Sasso Fratino, fra Toscana e Romagna, tentano di preservare questi limitatissimi ambiti naturali. Resta il fatto che gran parte del territorio italiano ha caratteristiche montane o, all’inverso, marine, tendenzialmente prive o povere di abitanti che possano curarne il territorio. L’altra faccia della medaglia è quella della pressione antropica concentrata in specifiche zone, quelle di tutte le pianure o di bassa collina e quelle costiere, nelle quali gli habitat naturali sono minacciati, ridotti se non spazzati via. Il progressivo consumo dei suoli è un vulnus che purtroppo non riusciamo a frenare. Nonostante ciò, a fronte di un misero 3% di superficie, in Italia vivono circa il 30% di tutte le specie animali e il 50% di quelle vegetali presenti in Europa, a testimoniare la nostra intrinseca ricchezza ambientale, da tutelare con maggiore efficacia possibile. Quando le zone sono limitate e particolarmente ricche di biodiversità, si parla di hot-spot, termine oggi più usato per altri ambiti.
Sulla scia delle esperienze straniere, ma anche di iniziative legislative innovative (come quelle di Benedetto Croce, 1909, e quelle di Giuseppe Bottai, 1939), l’Italia istituisce nel 1922 il Parco Nazionale del Gran Paradiso e l’anno dopo quello di Abruzzo, seguiti nel tempo da quelli del Circeo e dello Stelvio (1934) e quello della Calabria (1968) poi diventato della Sila e dell’Aspromonte. Questi sono i cosiddetti 5 Parchi Nazionali storici, perché istituiti prima della Legge Quadro sulle aree protette (L.394/1991), che ha il grande pregio di individuare diverse categorie di istituti sulla base dei loro diversi fini di tutela, individuati grazie alla stretta collaborazione Stato-Regioni, con responsabilità e competenze ben armonizzate. Grazie a questa normativa, oggi possiamo contare su 25 parchi nazionali, 134 parchi regionali, oltre 800 fra riserve statali, regionali e locali, che coprono oltre il 10% dell’intero territorio italiano.

Negli ultimi decenni c’è stato anche l’ingresso e lo sviluppo di tutta la normativa europea sull’ambiente, come la Convenzione di Ramsar sulle zone umide (1971), primo atto intergovernativo, o come la Rete Natura 2000, il principale strumento della politica dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità. Si tratta di una rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell’Unione, istituita ai sensi della Direttiva 92/43/CEE “Habitat”. La sua applicazione ha comportato la individuazione in Italia di circa 2500 nuovi siti, portando il territorio tutelato complessivo al 22% sul totale. Il “sistema nazionale” delle Aree Protette, il cui riferimento giuridico principale a livello nazionale è come detto la legge n. 394/1991, è costituito dalle seguenti categorie di tutela: Parchi Nazionali, Parchi naturali regionali, Riserve naturali (Statali e Regionali), Aree protette marine (internazionali e nazionali), Zone umide di importanza internazionale (Ramsar), altre aree naturali protette.
La mappa sottostante mostra tutte le aree terrestri e marine sottoposte a qualche forma di tutela in Italia. Sono compresi parchi nazionali, riserve, oasi, ma anche i territori Natura 2000, che non sono composti da natura incontaminata ma da un mosaico di bosco e paesaggio agricolo. Anche il paesaggio agricolo, quando in equilibrio con il territorio, è un ecosistema da preservare: difatti esistono innumerevoli specie animali il cui habitat ideale è rappresentato da un mosaico agricolo/forestale.

Questo quadro istituzionale, portato fino all’oggi, è figlio di un secolo – il Novecento – cruciale nello sviluppo di una coscienza ecologica per la quale ci sono stati alcuni momenti e figure fondamentali. Ne vorrei ricordare alcune che, seppur scomparse da tempo, sono ancora ben presenti nelle nostre idee e convincimenti, con i loro contributi fondamentali.
Rachel Carson (1907-1964), scienziata americana, specialista di biologia marina e autrice di molti libri, ma soprattutto di uno che ha segnato più generazioni, Silent spring (Primavera silenziosa) del 1962 che denuncia i rischi dell’abuso dei pesticidi, in particolare del DDT, che dopo la sua battaglia viene bandito, nonostante la violenta opposizione delle Big Pharma e dello stesso Dipartimento Federale dell’Agricoltura. Il libro è un invito alla cautela, ma soprattutto un inno alla vita, quella di tutti gli esseri viventi. Di fatto il libro della Carson e le sue battaglie sono alla base di tutti i movimenti ambientalisti successivi.

Antonio Cederna (1921-1996), scrittore e giornalista (Il Mondo, Casabella, Il Corriere della Sera, La Repubblica, L’Espresso) fin dai suoi esordi, rivolge la sua attenzione alla tutela del patrimonio artistico e poi di quello naturale, è fondatore di Italia Nostra (1950) e spettatore indignato e combattente della cementificazione degli anni del dopoguerra. La sua battaglia più nota è la individuazione e poi la istituzione del Parco dell’Appia Antica a Roma, che vede la luce qualche mese dopo la sua morte. Ha scritto molti libri di denuncia, il più noto dei quali è forse La distruzione della natura in Italia (Einaudi, 1975) raccolta di articoli sui parchi naturali, sugli spazi verdi di Roma e Milano, sul traffico soffocante.
Valerio Giacomini (1914-1981), botanico ed ecologo, nonché punto di riferimento per tutto il movimento della conservazione della natura. Di nascita friulana ma di formazione cosmopolita, internato in un campo di concentramento nazista, insegna botanica e poi ecologia nelle Università di Pavia, Sassari, Catania, Napoli, Roma, collabora con la RAI. Profondamente cattolico, pressoché apolitico, ma di mentalità estremamente aperta, lontano da impostazioni ideologiche. Curiosamente il suo libro più importante (Uomini e parchi, 1982) è uscito dopo la sua morte, frutto di un fecondo e lungo scambio culturale con un pianificatore (Valerio Romani), paradigma stesso del suo metodo trasversale di pensiero. In esso, con una “controrivoluzione tolemaica”, rimette l’uomo al centro dell’universo, investendolo però della necessaria azione e responsabilità. Affronta qui “la necessità di collocare, all’interno del significato stesso di parco, il principio della centralità del fenomeno umano”, che specialmente in Italia, è un approccio non evitabile, pena la completa impotenza di azione.









