MONTECATINI – C’è un virus micidiale nelle nostre vite, una pandemia di nome Ageismo nota agli specialisti, di cui però società e singoli soffrono a loro insaputa. Il vaccino ci sarebbe ma, ignorando il problema, non ci si cura. A parte eccezioni.

Ci voleva una sonora denuncia autorevolmente firmata per portare al calor bianco l’interesse del congresso nazionale sui Centri Diurni Alzheimer in corso fino a domani al Teatro Verdi di Montecatini Terme. Andrea Ungar, docente e direttore della geriatria universitaria di Firenze, è il presidente eletto della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria. Entrerà in carica l’anno prossimo. Viene dalla grande scuola di Francesco Antonini, il pioniere che della Toscana ha fatto il perno mondiale della geriatria umanista. La sua relazione scuote la platea dei congressisti quando ricorda che l’Ageismo (dall’inglese age, età) è peggio di una malattia: “E’ una forma di razzismo. E’ la subdola discriminazione della popolazione anziana in base all’età. Un fenomeno così radicato, che neppure le vittime ci fanno caso”. Accade dovunque, in società e in famiglia, aggiunge. Discriminare gli anziani è considerato così normale che di recente una giovane aspirante alla celebrità celebre lo è diventata per aver proposto di negare il voto ai vecchi. In un film del 1973, ‘I sopravvissuti’ con Charlton Heston, un mondo distopico conduceva gli anziani stanchi di vivere a morire nei centri statali per l’eutanasia, guardando video di paesaggi naturali sotto l’effetto di narcotici.
Curiosamente, la storia datava proprio nel 2022. Non siamo a questo punto, dice Ungar, però la recente campagna Oms-Onu contro l’Ageismo è fallita. Negli ospedali il personale dà il massimo, ma anche nei pronto soccorso può capitare che agli anziani tocchi aspettare più dei giovani, mentre a parità di codice di gravità andrebbero visti prima. Serve un approccio geriatrico omnicomprensivo in tutti i settori. Gli anziani sono i maggiori fruitori dei servizi sanitari, perciò per una corretta medicina geriatrica occorrono modelli organizzativi idonei. Agli anziani servono anche ambienti belli e dedicati. Invece i reparti di geriatria, le case di riposo, i centri sociali sono in genere brutti e standardizzati. In ospedale l’anziano dovrebbe mangiare più che a casa e più di un giovane. In realtà non esiste vitto specifico e sono scomparsi i refettori dove ci si alimentava socializzando con effetti benefici sullo stato nutrizionale e psicologico.
Dunque, come si debella il virus dell’Ageismo? Non servono laboratori di ricerca, ma una battaglia culturale. Serve trattare gli anziani da anziani. Come i Centri Diurni Alzheimer. O le esperienze innovative dei Girot, le speciali squadre di medici che in Toscana curano gli anziani a domicilio. E servono progetti di sistema sanitario integrato come il Villaggio Montedomini a Firenze, che in un ambiente dedicato, con una forte integrazione sociosanitaria, sta realizzando 40 appartamenti per anziani, autonomi ma soli. La ricetta di Ungar per gli ospedali non è neppure troppo complicata: “Negli anziani fragili”, spiega, “stare a lungo al pronto soccorso aumenta molto il rischio di delirium e infezioni. Perciò vanno valutati e trattati con tempestività.
Un atteggiamento antiageistico dovrebbe prevedere anche una corsia preferenziale, in particolare per gli anziani con decadimento cognitivo, permettendo ai familiari di star loro vicini in ambienti protetti e dedicati. Ambienti anche diversi dalle normali, grigie corsie: belli esteticamente e funzionali, come quelli per bambini.
Quanto all’aspetto economico c’è ed è importante: “L’Ageismo”, avverte Ungar, “compromette in modo esponenziale anche la spesa sanitaria. Un anziano che entra in ospedale autonomo e ne esce disabile malgrado le cure, è molto probabile che debba di nuovo ricoverarsi, rischiando così di essere istituzionalizzato a spese della collettività”.






