PISTOIA – Piloni arrugginiti e scheletrici, basamenti in cemento armato nascosti tra la vegetazione, pezzi metallici corrosi, cavi abbandonati, cartelli rotti e sbiaditi.
Sono i ruderi dei vecchi impianti di risalita che, dopo essere stati dismessi e smantellati, restano testimoni di un passato in cui quasi ogni località montana costruiva il proprio comprensorio sciistico, spesso costituito da un “campo scuola” con un’unica sciovia e al massimo due piste di discesa per imparare i rudimenti dello sci.
Oggi in Italia si contano più di trecento stazioni sciistiche abbandonate: un numero impressionante, indice dei mutamenti avvenuti negli ultimi due-tre decenni nei flussi del turismo invernale e nella gestione dei comprensori sciistici.
Negli anni Settanta del secolo scorso, infatti, con il boom economico e la grande popolarità assunta dallo sci, che diventa sport di massa, iniziano a proliferare stazioni sciistiche, anche di minuscole dimensioni, praticamente su ogni montagna che possa contare su un sufficiente periodo di innevamento naturale. Nascono così decine e decine di micro-comprensori e si predilige la costruzione di brevi skilift, economici e facili da gestire: un tipo di impianto di risalita oggi in “via di estinzione”, e sostituito quasi ovunque dalle più comode, sicure e capienti seggiovie ad agganciamento automatico.
Gli anni Ottanta e Novanta, in cui lo sci italiano è trascinato dalle imprese sportive di Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, rappresentano forse il periodo di massimo sviluppo di queste “mini stazioni” di sci, prima di un rapido quando irrimediabile declino.
I mutamenti climatici connessi a un innevamento naturale sempre più scarso a quote basse, la volontà politica di privilegiare e connettere comprensori sciistici più ampi e dotati di servizi più efficienti, lo spostamento del turismo invernale verso località con una migliore e più varia ospitalità a prezzi competitivi, l’assenza di un rinnovamento nell’offerta turistica e nelle infrastrutture, le spese crescenti e la presenza di progetti sbagliati e non sostenibili economicamente: sono queste le ragioni che hanno portato alla chiusura e alla dismissione di numerosi impianti di risalita, ultime tracce visibili di comprensori “fantasma” oggi abbandonati in una vera a propria “archeologia” dello sci che fu.
Tale processo interessò anche la Montagna pistoiese, dove si contano numerosi e interessanti esempi di questa “frammentazione” dei comprensori sciistici.
A partire dal monte Pidocchina (1296 mt) nel Comune di Sambuca Pistoiese, che per un breve periodo, dai primi anni Settanta alla fine degli anni Ottanta, fu meta di sciatori grazie alla sua sciovia “La Faggeta” e alle tre piste a essa collegate. Si sciava sul versante nord-occidentale del monte, salendo da Pracchia e Frassignoni; l’impianto è stato completamente eliminato e dove si trovavano le piste è stata compiuta un’opera di rimboschimento e ripristino dell’ambiente naturale della montagna.

Ben visibili ancora oggi sono invece le tracce di una delle due sciovie attive dal 1967 fino alla fine degli anni Novanta alla Casetta Pulledrari (1250 mt), raggiungibile salendo da Maresca: una località incastonata nel suggestivo ambiente naturale della Foresta del Teso, tra abeti, faggi e castagni, sede per decenni di un piccolo comprensorio con due skilift e altrettante piste da sci. Dell’impianto dismesso e abbandonato, lungo circa 450 metri, restano le arrugginite stazioni a monte e a valle, i cavi di traino, alcune funicelle, le pulegge e le rotelle di scorrimento del cavo; su un cartello della stazione motrice è ancora visibile il marchio dell’azienda Seites di Milano, costruttrice del motore dello skilift, con pulegge Leitner e traini Zemella e Imes.

Immerso nelle foreste dell’Appennino era anche il comprensorio di Piano di Pratorsi (1330 mt) sopra Gavinana, pure nato all’inizio degli anni Settanta e costituito da due skilift e altrettante piste. Analoga alla Casetta Pulledrari la sua sorte: le criticità logistiche (si raggiunge attraverso una stretta strada di montagna) economiche e gestionali decretarono la chiusura della stazione sciistica e dei suoi impianti alla fine degli anni Novanta, con una successiva, breve parentesi di località per lo sci di fondo.

Più esteso era il comprensorio di Pian di Novello (1158 mt), nella valle del Sestaione, che tra gli anni Ottanta e Novanta, nel periodo del suo massimo sviluppo, poteva contare su quattro skilift e una seggiovia biposto: le due sciovie “Baby” e “Buche dei Tassi”, situate nel “campo scuola” vicino al paese, la lunga seggiovia “Fior di Pietra” e le due sciovie in quota “Pizzo Alpestre” e “Poggione”, che conducevano gli sciatori fino ai 1770 mt del monte Poggione, in un bellissimo scenario naturalistico e panoramico sulle valli del Sestaione e della Lima.
La località di Pian di Novello, facilmente raggiungibile da Cutigliano prendendo una deviazione dalla statale 12, registrò un vero e proprio boom a partire dagli anni Settanta, dotandosi, oltre che di un comprensorio sciistico di tutto rispetto, anche di nuove infrastrutture ricettive e alberghiere. Vi erano inoltre almeno sei piste da sci di ogni grado di difficoltà: molti ricordano la celebre “Beatrice”, pista omologata FIS e dotata di impianti di illuminazione, lunga ben 2,8 km che dalle pendici del Poggione scendeva verso il paese.
La stazione sciistica di Pian di Novello chiude i battenti intorno al 1998, a causa della sua posizione isolata e della concorrenza dei due grandi comprensori di Abetone e Cutigliano-Doganaccia, che godono di una condizione di vantaggio e avviano in quegli anni un processo di rinnovamento. Degli impianti di risalita di Pian di Novello, tutti di fabbricazione Leitner, restano numerose testimonianze: le stazioni a monte e a valle delle sciovie e della seggiovia, i cavi di tensione, le pulegge, i piloni, i depositi del materiale meccanico, il cartello con le informazioni sulla seggiovia.


Un caso particolare è quello dell’alta Valle del Sestaione (1310 mt), al termine della strada provinciale 20 che risale la vallata da Cutigliano, superando le località di Pian degli Ontani e Pian di Novello. Immersa nella riserva forestale dell’Abetone, la valle costituiva un comprensorio sciistico un tempo collegato a quello dell’Abetone, grazie a una cabinovia – le mitiche “gabbie” di colore giallo – che dalla vetta della Selletta (1711 mt) scendeva ripida in fondo alla valle, dove si trovavano un parcheggio e un rifugio. Da qui, sul versante opposto, partiva il comprensorio dell’alta valle del Sestaione, costituito da un’altra “gabbia” e da due skilift che portavano gli sciatori alla Foce di Campolino (1840 mt), uno dei punti più elevati dell’intero comprensorio abetonese.
Cinque piste da sci servivano il comprensorio; d’inverno e d’estate, prendendo i tre tronchi della cabinovia (costruita dall’azienda Graffer di Trento all’inizio degli anni Sessanta), dall’Abetone si poteva salire alla Selletta, scendere in val Sestaione e quindi risalire alla Foce di Campolino, punto di partenza di numerosi sentieri e itinerari escursionistici sul crinale della montagna, verso il Poggione o verso il lago Nero e il lago Piatto.
Molti ricorderanno le “gabbie” dell’Abetone, divenute, assieme alla vecchia ovovia con cabine rosse e blu, uno dei simboli più iconici di questa località turistica e di sport invernali; un impianto, quello dall’Abetone alla Foce di Campolino, che in quasi quarant’anni di onorato servizio ha scritto una indelebile pagina di storia, rappresentando una soluzione innovativa per l’epoca nel collegamento fra due comprensori sciistici tra loro vicini.


La fine della “vita tecnica” delle cabinovie e la loro mancata sostituzione con seggiovie o telecabine moderne, unite alla volontà di puntare sul rinnovamento degli impianti dell’Abetone, portarono alla dismissione e allo smantellamento dei tre tronchi fra il 1996 e il 2002 (l’ultimo a essere chiuso fu il tratto fra la val Sestaione e la Selletta, per dare la possibilità agli sciatori di salire sfruttando il parcheggio a valle). Ciò decretò, di fatto, la morte del comprensorio sciistico della val Sestaione e della Foce di Campolino, ormai considerato un “tronco morto” ed escluso da progetti di ammodernamento e di investimento infrastrutturale.
Anche in questo caso l’impianto è stato smantellato e le stazioni demolite, ma restano visibili le tracce nei basamenti dei piloni. Piccoli “resti archeologici” degli impianti di risalita di un’epoca ormai conclusa, segni visibili di un recente passato in cui la nostra montagna pullulava di micro-stazioni sciistiche, talvolta con progetti fallimentari o presto abbandonati, ma testimoni di quel grande “boom” dello sci e degli sport invernali che ha segnato almeno i tre finali decenni del secolo scorso.











