PRATO – Questa mattina la chiesa di San Francesco a Prato, gremita in ogni ordine di posti, ha accolto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, per un incontro dal titolo “Il Signore ti dia pace: la profezia francescana per il mondo ferito” cui è seguita la solenne celebrazione eucaristica domenicale. L’incontro è stato promosso dalla chiesa di San Francesco nell’ambito delle iniziative per l’ottavo centenario della morte del santo di Assisi. In un ciclo di tre eventi intitolato “Francesco – Segno vivo” è stata proposta una riflessione sulla figura di Francesco e sulla forza attuale della sua testimonianza, attraverso la storia, il corpo e la pace.

La presenza del Patriarca di Gerusalemme ha conferito al ciclo stesso un significato particolare. La Terra Santa, luogo della vita di Gesù e terra segnata oggi dalla guerra e dalla sofferenza di tante persone, è anche affidata alla cura pastorale della Chiesa locale e alla presenza secolare dei francescani della Custodia di Terra Santa, impegnati nella salvaguardia dei luoghi santi e nella vicinanza alle comunità cristiane.
La mattinata pratese del cardinale Pizzaballa è iniziata alle 9 con la conferenza durante la quale il Patriarca, raccontando le vicende vissute negli ultimi tre anni di conflitto, ha guardato alla figura del santo di Assisi sottolineando in particolare la sua capacita di creare relazioni. “Ricostruire la speranza anche riprendendo un dialogo interreligioso, oggi ridotto ai minimi termini, è obiettivo indispensabile per far rinascere la fiducia tra le parti”, ha detto. “Dopo il 7 ottobre e la devastazione di Gaza israeliani e palestinesi non si vogliono più vedere, ma non si deve smettere di cercare il dialogo. Certo, è necessaria una parola di chiarezza oltre al concreto aiuto materiale. E nei territori palestinesi, là dove le istituzioni hanno fallito, stanno impegnandosi invece tante associazioni locali che sono attive per portare viveri, aiutare i bambini e non solo. Sono proprio le nuove generazioni, che crescono insieme nelle scuole, quelle su cui lavorare per ricreare una nuova fiducia reciproca. E non sorprende che una delle cose che dalle nostre parrocchie cattoliche ci chiedono di già sono gli aiuti per ricreare le scuole”.

Il suo messaggio finale è stato di forte apertura: “La Chiesa non esclude e deve trovare una forma dove, nella chiarezza e nella verità, chiunque, se lo vuole, può trovare un posto e l’accoglienza”.
Al termine della conferenza, il cardinale ha anche ringraziato e salutato Prato invitando tutti ad andare presto a trovarlo in Terra Santa: “Io sono venuto a Prato e mi porto dietro la testimonianza d una comunità viva – ha aggiunto -; ora Gerusalemme aspetta Prato perché penso che stiamo andando verso la fine della guerra ed è il momento di cominciare a ripensare ai pellegrinaggi; e Gerusalemme ha tanto bisogno dei pellegrini”.
A seguire, alle 10, c’è stata la santa Messa solenne celebrata dal Patriarca e concelebrata dal vescovo di Prato, monsignor Giovanni Nerbini, dal vicario generale, monsignor Daniele Scaccini, e dal vice parroco di San Francesco, don Alberto Pintus; la cura del servizio liturgico è stata affidata a don Alessandro Tacconelli. La celebrazione è stata allietata dai canti del coro diretto dal maestro Andrea Mannelli e con Francesco Boccardi all’organo.
Il vescovo Nerbini ha voluto ringraziare per la sua visita il Patriarca latino di Gerusalemme: “La terra da cui proviene, la Terra Santa, è nel cuore di ogni credente – ha detto – e tutti coltiviamo la speranza che cadano molto presto gli impedimenti alle visite. Ma ancor più che torni pienamente quella pace per cui lei si sta adoperando. Le promettiamo di portare i suoi strumenti, cioè l’accoglienza, la mitezza e il dialogo, anche nelle nostre comunità”.
Nell’omelia della Messa il cardinale, riprendendo il brano del Vangelo delle vergini sagge e delle vergini stolte, ha ricordato come “la vita è una preparazione a un incontro, e c’è chi si prepara e chi non lo fa. Cosa significa mettere olio nelle lampade? Vuol dire tenere acceso il fuoco della fede, quindi non smettere di fare cose positive. Cosa vuol dir questo per la Terra Santa? Per la nostra Chiesa, ricordiamo che i cristiani sono l’1% in quei luoghi e i cattolici solo lo 0,5%, vuol dire non smettere di operare il bene, di portare gli aiuti umanitari, di impegnarci nelle scuole o negli ospedali perché se si perde il senso dell’umanità dell’altro si perde anche la propria umanità. In fondo ci è chiesto di dire chi siamo e se apparteniamo a Dio. E questo si deve capire da come parliamo e da come di comportiamo”.
Al termine della celebrazione, nell’incontro con la stampa locale, il cardinale Pizzaballa ha risposto a una domanda sulle sfide di convivenza che esistono a Prato e su come si possa essere costruttori di pace in tale contesto indicando una strada chiara: “Evitare stereotipi o luoghi comuni e riconoscere l’umanità di tutti compresa la nostra; e poi essere sereni ma anche molto chiari nelle proprie posizioni dove accoglienza e convivenza devono trovare forme comuni condivise”. Sull’invito a riprendere i pellegrinaggi ha rimarcato che “nonostante ci sia ancora paura per il conflitto che c’è stato, penso che sia il momento di tornare e ricominciare a guardare con fiducia al futuro”. Sull’attualità del messaggio di san Francesco come portatore di pace ha rimarcato come sia “un messaggio sempre attuale che insegna che non si deve avere paura dell’altro. Pensiamo all’incontro di Francesco con il sultano che è apertura totale. Che sia la chiave anche per l’oggi”.
Infine ha riassunto così a situazione in Terra Santa: “Abbiamo vissuto una situazione drammatica dalla quale non siamo ancora del tutto usciti. Gaza è una testimonianza. La guerra a tappeto è finita, ma il cessate il fuoco non è completo e la ricostruzione non è cominciata. Nei territori poi gli scontri sono continui. È una situazione grave che però non deve diventare l’unica narrativa; ci sono tante realtà nei territori, non legate alle istituzioni, dove la gente si attiva per portare aiuti e far sentire una voce diversa. Dentro questo dialogo anche noi come Chiesa dobbiamo essere presenti e partecipi”.



