giovedì, Ottobre 1, 2026

Carlo Chiti, l’ingegnere pistoiese che insegnò alle Ferrari a volare

PISTOIA – Ci sono uomini il cui profilo sembra disegnato dalla stessa materia di cui sono fatte le passioni di un’epoca.

Carlo Chiti, nato a Pistoia nel 1924 e laureatosi in ingegneria aeronautica a Pisa nel 1952, è stato esattamente questo: una figura capace di coniugare studio, passione, motori, intuizione, idee visionarie e soluzioni ingegneristiche capaci di cambiare i canoni delle auto da corsa. La sua storia si intreccia a doppio filo con l’età d’oro del motorsport globale, trasformandolo in uno dei grandi architetti dell’ingegneria meccanica italiana.

Dopo gli esordi presso il reparto esperienze speciali dell’Alfa Romeo nei primi anni Cinquanta, il giovane ingegnere toscano viene notato da Enzo Ferrari, che ne fiuta il talento vulcanico e nel 1957 lo chiama a Maranello. È una fase di profonda transizione per la Formula 1: i garage inglesi, derisi inizialmente da Ferrari come semplici “assemblatori”, stanno dimostrando al mondo che posizionare il motore alle spalle del pilota non è una stravaganza, ma una rivoluzione aerodinamica e dinamica irrinunciabile. Il motore anteriore, fino a quel momento dogma incrollabile della scuderia del cavallino rampante, sta diventando un fardello obsoleto e anche i risultati sportivi iniziano a non essere più all’altezza.

In questo scenario Chiti, che prende il posto dell’ingegnere Andrea Fraschetti come direttore tecnico e capo progettista delle nuove vetture da corsa, intuisce che per continuare a vincere occorre scardinare la tradizione.

Con diplomazia, determinazione e una sana dose di ostinazione convince ben presto Enzo Ferrari ad abbracciare il cambiamento e insieme al suo team di ingegneri e progettisti di Maranello dà vita a una vera e propria rivoluzione sia ingegneristica che culturale all’interno della gestione sportiva della Ferrari: dopo un biennio segnato dall’affermazione dei britannici della Cooper, nel 1961 le Rosse conquistano il campionato mondiale costruttori e il campionato mondiale piloti con lo statunitense Phil Hill, in una stagione di assoluto dominio grazie alla nuova vettura dal nome già leggendario.

La rivoluzionaria Ferrari F156 progettata da Carlo Chiti e trionfatrice nel Mondiale di Formula 1 del 1961

Si tratta infatti della Ferrari 156 F1, soprannominata da subito “Sharknose” per via delle due aggressive prese d’aria anteriori a forma di narice di squalo. La macchina rappresenta una rottura epocale: è la prima monoposto della casa di Maranello a motore centrale-posteriore ad affermarsi nel mondiale e a presentare alcune innovazioni tecniche e soluzioni ingegneristiche che apriranno la strada a profondi cambiamenti nella Formula 1.

Chiti non si limita a spostare l’unità propulsiva alle spalle del guidatore, ma disegna un motore V6 di 1,5 litri con un angolo tra le bancate di 120 gradi, una soluzione geniale che abbassa drasticamente il baricentro e regala alla vettura un’agilità straordinaria nei percorsi più guidati.

Il “monologo rosso” del campionato del 1961, con i due piloti ferraristi che concludono al primo e al secondo gradino del podio, sancisce il coronamento del genio di Chiti, capace di sintetizzare le sue competenze aeronautiche con la meccanica pura di Maranello, creando una macchina efficace e spietatamente vincente.

Tuttavia il carattere forte e accentratore dell’ingegnere pistoiese finisce presto per scontrarsi con le complesse dinamiche interne di Maranello: alla fine della stagione sportiva 1961, in seguito a una “scissione” che coinvolge sia i dirigenti della Ferrari sia i tecnici del reparto corse, Chiti lascia la scuderia rossa insieme al collega progettista Giotto Bizzarrini e all’imprenditore Romolo Tavoni per dare vita alla casa automobilistica ATS, effimero tentativo di opporre una concorrente italiana alla Ferrari.

La sua parabola continua nel corso degli anni Sessanta e Settanta in seno all’Alfa Romeo, dove l’ingegnere pistoiese torna prima come direttore tecnico dell’Autodelta, la scuderia da competizione della casa milanese, e poi come direttore del reparto corse della stessa Alfa Romeo con il suo ritorno in Formula 1 come motorista. Nonostante gli scarsi risultati ottenuti a causa dei pochi finanziamenti ricevuti, Chiti e il suo staff si sforzarono di migliorare le prestazioni dei motori, visti i successi ottenuti nel campionato mondiale sport prototipi con le Alfa Tipo 33, e poterono fregiarsi di alcune memorabili vittorie conseguite da Niki Lauda alla guida della sua Brabham motorizzata Alfa Romeo.

Dopo l’epopea dell’Alfa Romeo e più di trent’anni trascorsi nel mondo del motorsport, Carlo Chiti si è spento a Milano nel 1994, lasciando l’immagine di un’Italia capace di coniugare la creatività artigianale con l’innovazione tecnologica più spinta.

La sua memoria è ancora viva a Pistoia, in particolare vicino al passo della Collina Vecchia, lungo l’ex strada statale Porrettana, dove l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Pistoia ha voluto omaggiare Chiti con una scultura in acciaio che raffigura in maniera stilizzata il profilo del celebre ingegnere accanto alla sagoma di una Ferrari 156 F1, la sua “creatura” più rivoluzionaria e vincente. L’opera, ideata da Olga Agostini e Massimo Picci e realizzata dall’azienda “Campanella Costruzioni Meccaniche” di Ponte alla Pergola, è stata inaugurata nel novembre 2025 con la collaborazione di Aci Pistoia, Fondazione Caript e Veteran Club Pistoia e la compartecipazione del Comune di Pistoia.

Il monumento dedicato a Carlo Chiti e inaugurato nel 2025 presso il valico della Collina Vecchia (foto di Francesco Ciuti)

Il luogo scelto per l’installazione non è casuale: il passo della Collina Vecchia (932 metri) è stato per un cinquantennio il traguardo della “Coppa della Collina”, una delle più celebri e storiche cronoscalate automobilistiche della Toscana, disputata dal 1923 fino al 1971, punto di riferimento del collezionismo agonistico e dell’automobilismo sportivo nel territorio pistoiese.

Nata per iniziativa dell’Automobile Club Pistoia e di un gruppo di appassionati locali, la gara prendeva il via poco fuori dalla città di Pistoia per inerpicarsi verso il crinale dell’Appennino su un percorso molto tecnico e selettivo di circa 15 chilometri lungo il tracciato della vecchia strada statale Porrettana – la variante dal Signorino a Spedaletto attraverso il traforo venne aperta al traffico nel 1963 – e ricco di curve nel tratto finale dal Signorino al valico.

L’epoca d’oro della corsa fu durante gli anni Cinquanta e Sessanta, quando la “Coppa della Collina” divenne una tappa classica e un appuntamento fisso per le gare in salita italiane, attirando piloti di prim’ordine e vetture Gran Turismo e Sport di marche leggendarie come Alfa Romeo, Ferrari, Lancia, Abarth e Porsche. La combinazione tra asfalto insidioso e velocità pura metteva a dura prova sia la meccanica dei mezzi che le abilità dei piloti, con non rari incidenti e un tracciato che nel corso degli anni dovette essere adattato per ragioni di sicurezza.

Oggi la tradizione continua a vivere grazie all’impegno di Veteran Car Club e Aci Pistoia: ogni anno viene organizzata la rievocazione storica della “Coppa della Collina”, una manifestazione di auto d’epoca che ripercorre le stesse strade e per un giorno riporta in vita il rombo dei motori sui tornanti del valico.

Dal genio ingegneristico di Chiti alle case automobilistiche che hanno scritto la storia del motorsport, il passo della Collina Vecchia si dimostra luogo di intense memorie e di inaspettate scoperte, piccola “capitale dei motori” del territorio pistoiese.

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