di Fabio Tonioni*
PISTOIA – Lo scorso 10 dicembre ho avuto modo di seguire il convegno organizzato da Solo Riformisti dal titolo Fisionomia di un voto. Partecipazione, astensionismo, cambiamenti politici nelle elezioni regionali toscane del 2025.
Si è trattato di un momento prezioso di riflessione, tanto più che non capita spesso di poter assistere a un’analisi post-elettorale di questa natura, libera da logiche di mera propaganda e basata sulla precisione dei dati e dei riscontri. Altrettanto raro è ascoltare un confronto trasversale, tra relatori di varia estrazione politica, non ideologico, incentrato sulle questioni e gli interrogativi posti dai risultati del voto: merito anche della lucida introduzione ai lavori del professor Alessandro Chiaramonte, che ha illustrato la ricerca del Cise (Centro italiano di studi elettorali), dalla quale è poi scaturito un dibattito costruttivo e orientato sulle prospettive future (in linea, del resto, con l’impostazione pragmatica data all’incontro dagli organizzatori).
Raccogliendo gli spunti emersi in quel dibattito, vorrei adesso provare a riprendere la discussione su un tema centrale, affrontato in quell’occasione da varie angolazioni. Mi riferisco all’alta percentuale di astensionismo registrato nelle ultime elezioni regionali, fenomeno certo non nuovo, che però ha raggiunto nell’ultima tornata elettorale dimensioni mai viste prima: la partecipazione al voto si è infatti fermata nella nostra regione al 47,7%, circa 15 punti in meno rispetto alle regionali del 2020 e fa registrare addirittura un calo di 22 punti in rapporto politiche del 2022. Persino il raffronto con le elezioni europee, che scontano tradizionalmente una bassa partecipazione al voto, si rivela impietoso, segnando un calo nell’affluenza che supera l’11% sulle europee del 2024.
Qualcuno si è domandato, nel corso di quella giornata, se e in quale misura questo costituisca un problema o non rientri piuttosto in un’evoluzione fisiologica dell’affluenza al voto, che sarebbe persino pericoloso curare se i rimedi messi in campo producono effetti peggiori della malattia: è stato ricordato in proposito l’esito delle riforme elettorali cilene che, rendendo obbligatorio il voto, hanno favorito, assieme a un aumento significativo degli elettori, pericolose derive estremiste e l’affermazione di un presidente nostalgico del regime di Pinochet.
Dal mio punto di vista, il problema della scarsa partecipazione dei cittadini al voto con può essere sottovalutata, essa costituisce una grave patologia del sistema democratico e va affrontato seriamente.
Innanzitutto, l’alta astensione indebolisce la maggioranza e il governo uscito dalle urne, esponendo entrambi al rischio della delegittimazione, uno strumento di polemica già ampiamente utilizzato nella pratica politica quotidiana. Il fatto che il governo sia espressione di una minoranza di elettori, lascia sempre aperte le porte a una certa retorica secondo la quale il sentire autentico del paese sarebbe rappresentato dalla “maggioranza silenziosa” di chi non partecipa al voto. Vorrei fosse chiaro che non condivido questo modo di ragionare, ma gli effetti che produce sono comunque innegabili ed evidenti, vale a dire la debolezza di qualunque azione di governo. Si rafforza di conseguenza la pressione sull’esecutivo di lobby e poteri economici forti, oppure di comitati di cittadini bene organizzati e strutturati, col risultato, ugualmente negativo, sia di compiere scelte affrettate, sulla spinta di interessi particolari, sia di rimandare continuamente le decisioni, di fronte al manifestarsi di proteste spontanee, anche nel caso di scelte giuste o addirittura indispensabili per il bene della collettività.
In questo contesto, l’ampio margine di consensi con cui è stato confermato il quadro di governo della nostra regione va letto come un risultato che – paradossalmente – non rafforza affatto chi ha vinto e casomai costituisce un altro degli effetti negativi della bassa affluenza al voto: infatti, se i dati che Chiaramonte ha illustrato riflettono – come penso – la realtà delle cose, l’elemento che colpisce è il diverso peso proporzionale avuto dalla disaffezione al voto sul risultato delle due principali coalizioni, poiché l’astensionismo ha riguardato soprattutto l’elettorato di centro-destra, quasi che l’esito elettorale, annunciato e ampiamente atteso, abbia fatto apparire a quegli elettori inutile persino giocare la partita. Forse per qualcuno questo appare un esito naturale e quasi auspicabile in funzione della stabilità del governo. Al contrario, penso che queste dinamiche non siano auspicabili, perché appiattiscono la complessità della dialettica politica sulla logica del plebiscito, riducono un passaggio essenziale della democrazia come le elezioni alla stregua di un sondaggio d’opinione, non solo scoraggiando la partecipazione di chi in partenza si sente perdente, ma, peggio, facendo smarrire ai cittadini il valore e il significato che assume in un sistema rappresentativo eleggere qualcuno e delegarlo a rappresentare le loro idee, sebbene dai banchi dell’opposizione.
Un’opposizione troppo debole, inoltre, è sempre una cattiva notizia per chi ha a cuore la tenuta di un’istituzione democratica: finisce per diminuire il prestigio della stessa e, lungi dal rafforzare il governo, tende a spostare la conflittualità in luoghi diversi dalle assemblee elettive, a sostituire al confronto trasparente tra maggioranza e opposizione una sfida, spesso opaca, tutta interna alle forze di maggioranza, giocata fuori dalle sedi istituzionali e tesa a perseguire logiche di mero potere o di maggiore visibilità rispetto agli alleati di governo. Del resto la mobilità degli elettori dei vari partiti verso forze politiche affini o, talvolta, distanti tra loro – evidenziata nelle elezioni regionali toscane dalla ricerca del Cise – finisce proprio per alimentare tale conflittualità.
Aggiungo un altro elemento di riflessione, che dovrebbe spingerci a contrastare l’aumento costante dell’astensionismo: la progressiva diminuzione degli elettori attivi e il crescente peso di un’opinione pubblica che si esprime spesso attraverso i social, a me sembra alimentare la progressiva tendenza dei partiti ad assumere pose e connotazioni populiste, tutte protese alla facile ricerca del consenso (nel tentativo di intercettare il sentimento delle masse, di convincere e delusi dalla politica, o di recuperare fasce del proprio elettorato perduto). Questo, tra l’altro, produce forme di consenso sempre più polarizzato, ottenuto radicalizzando le posizioni. Il confronto politico nel merito dei problemi diventa una chimera e si accentua invece la tendenza dei partiti a seguire i sondaggi d’opinione, gli umori delle masse, invece di provare a svolgere un ruolo di orientamento dell’opinione pubblica, rinunciando, così, quasi completamente al loro compito fondamentale di guida e di proposta, di elaborazione di soluzioni concrete e di programmi realistici, compatibili con i dati di realtà con cui qualunque trasformazione praticabile dell’esistente deve fare i conti.
La risposta su come uscire da questa situazione non è semplice e nessuno possiede la panacea. Personalmente mi ritrovo con l’orientamento – emerso in alcuni interventi del convegno –
che non basti cambiare l’architettura elettorale. La bassa affluenza al voto rappresenta solo un riflesso del problema principale, cioè la crisi della partecipazione attiva dei cittadini alla dimensione pubblica: solo questa può accrescere la consapevolezza dei cittadini in merito alla complessità dei problemi. Se non si interviene su questo aspetto non aumenterà, quindi, la loro capacità di orientarsi e compiere – anche nella cabina elettorale – scelte ponderate, rifuggendo da ricette demagogiche. Occorre, allora, puntare su forme nuove di alfabetizzazione democratica, riportando i cittadini a discutere e a confrontarsi sulle decisioni che riguardano la loro vita, il loro avvenire, quello dei loro figli e della comunità in cui vivono.
Aggiungo che questa lunga e difficile strada deve essere percorsa evitando facili scorciatoie assemblearistiche, peggio ancora se declinate nelle forme della sopposta democrazia digitale. Un ruolo fondamentale in questo processo devono giocarlo, nei partiti e non solo, le classi dirigenti, assumendosi fino in fondo la responsabilità di guida che compete loro. Un compito ugualmente importante rivestono i corpi intermedi, che vanno consultati e coinvolti, a partire dai sindacati e dalle altre organizzazioni a vario titolo rappresentative di interessi costituiti, le associazioni di volontariato, culturali, sportive… attraverso le quali i cittadini esprimono un protagonismo da valorizzare e immettere nel circuito democratico.
La politica poi, senza rinunciare a darsi una matrice ideale, deve tornare a svolgere quel ruolo indispensabile di mediazione tra interessi diversi e talora contrapposti, alla ricerca di compromessi dignitosi, senza il quale le spinte corporative della società, anziché attenuarsi, finiscono per accentuarsi.
Ancora, insieme a forme nuove di partecipazione, tutte da inventare, si devono recuperare logiche e prassi politiche tradizionali, per non dire antiche, ma non per questo anacronistiche. Occorre, ad esempio, come accadeva in passato, che i partiti si pongano il compito di selezionare una classe politica all’altezza del ruolo che le spetta, superando logiche tutt’altro che meritocratiche, valorizzando davvero capacità e talenti che non sono oggi meno presenti di quanto lo fossero in passato.
Infine è necessario ripristinare sedi e luoghi di confronto tra i partiti e tra i partiti e i loro iscritti ed elettori. Un meccanismo di relazione che troppo spesso è saltato. Lo si capisce, a mio avviso, approfondendo i risultati del voto regionale nel comune di Pistoia. Ci aiutano, a tale proposito, di nuovo le cifre fornite dal Cise sui flussi elettorali e sul voto disgiunto nel comune di Pistoia: si scopre, infatti, che gli elettori di formazioni politiche collocate nell’ambito del centro-sinistra hanno votato a Pistoia massicciamente per il candidato di centro-destra Tomasi. Sorge spontanea la domanda su cosa sia accaduto nelle dinamiche politiche locali per produrre questo risultato. Al netto dei consensi che possono essere derivati a Tomasi dal suo ruolo di sindaco, ipotizzo che qualcosa nelle relazioni tra i partiti del centro-sinistra pistoiese non abbia funzionato a dovere e che sia mancato, tra le forze che si riconoscono nel cosiddetto campo largo, quel dialogo e quelle intese che forse avrebbero prodotto un risultato diverso.
Non conoscendo in maniera approfondita la realtà locale, posso sbagliare valutazione. Tuttavia, comunque stiano le cose, non è una buona notizia in vista delle vicine elezioni comunali per quanti, come me, sperano che la prossima consultazione determini un’alternativa all’attuale maggioranza che amministra la città.
* Docente
Da “SoloRiformisti”










