mercoledì, Settembre 9, 2026

Corilla Olimpica, la poetessa pistoiese “laureata” simbolo di emancipazione femminile

di Paolo Gestri

PISTOIA – La Basilica della Madonna dell’Umiltà conserva la corona d’alloro, assegnata dall’Accademia romana dell’Arcadia, nel 1776, alla poetessa pistoiese Maria Maddalena Morelli, nata a Pistoia il 17 marzo 1727, ribattezzata arcadicamente Corilla Olimpica, dono alla Vergine della poetessa stessa.

La cerimonia avvenne in Campidoglio, simile a quella che, nel 1341, aveva onorato Francesco Petrarca e che nel 1595 avrebbe onorato Torquato Tasso se non fosse morto pochi giorni prima. Corilla fu la prima e unica donna a ricevere tanto onore, peraltro mai più concesso ad alcuno dopo di lei. L’acclamarono nobili e principesse, tutto il bel mondo romano, benedicente Pio VI papa. Era il 31 agosto, di sera.

Particolare del busto marmoreo della poetessa pistoiese Corilla Olimpica

Quel premio se l’era meritato, e conquistato, aggiungendo a un’arte poetica, sorprendente, fiorita, mirabile e immaginifica, la spregiudicatezza e il fascino femminile di cui faceva uso e abuso con “quell’aurea di poesia che ne ingentiliva il volto”, incantatrice di regnanti e principi, molti da lei lodati, qualcuno lasciato perdere; consueta ospite d’onore nei salotti di principesse e nobildonne.

Fu appunto la principessa Vittoria Rospigliosi Pallavicini ad accoglierla, non ancora ventenne, nel suo entourage a Firenze e successivamente a Roma. Nel frattempo, durante una parentesi napoletana di dieci anni, presso un’altra protettrice, la principessa Faustina Pignatelli, la bella Maria Maddalena si era sposta col dignitario spagnolo Ferdinando Fernandez ed era diventata madre di Angelo.

Ma Ferdinando e Angelo furono lasciati in tronco. Più che di loro, la poetessa si era innamorata degli onori e della gloria, se vogliamo delle vanità che nella mentalità dell’epoca erano essenza. Un’epoca permeata di inchini e vezzi, di languidi amori e, citando il Sapegno, “di grazia e malizia dei sensi e finezza di atteggiamenti che tuttavia costituirono un gusto elegante e prezioso e un diffuso lirismo, misto di sensibilità e malizia e agevole decoro delle forme”. Tali furono i caratteri della settecentesca Arcadia e tale è la poesia di Corilla: intrigante, affascinante, accattivante specchio di lei. Il cui padre, peraltro, era stato un primo violino da cui aveva ereditato quel senso musicale che nella sua lirica fu un valore aggiunto.

E così, Maddalena Morelli si fece largo in Arcadia, dove, appunto nel 1771, fu accolta con lo pseudonimo di Corilla Olimpica e dove i poeti allora rinomati erano tutti uomini, “pastorella” in una schiera infinita di valenti “pastori”. Senza paura, sfidò il gran vate del tempo Pietro Metastasio, in una gara di improvvisazione. Lui declinò l’invito, molto probabilmente per un senso di equilibrio che lo distingueva tra tutti, ma è noto che la stimava. Avvenne infine che nell’intera Italia e oltre, fino a Vienna e San Pietroburgo la poesia si chiamò Corilla.

La corona dell’incoronazione poetica di Corilla Olimpica, conservata presso la Basilica della Madonna dell’Umiltà

Infatti, lasciata Sua Eccellenza l’hidalgo don Fernandez, Maddalena era tornata a Roma dalla Pallavicini, ma la si vide anche a Siena, Parma, Bologna, Venezia, Rovereto e Pisa dove incontrò Giacomo Casanova, seduttore che non la sedusse né fu sedotto, sempre immersa nelle accademie, omaggi e feste.

Due furono i fatti che la resero unica: l’invito che le pervenne ad Innsbruck, nel 1765, da parte di Sua Maestà, l’imperatore Francesco I, per declamare a Vienna le nozze del granduca Leopoldo di Toscana con l’Infante Maria Luisa di Spagna e l’invito a San Pietroburgo da parte di Caterina II di Russia, nell’ultima fase della sua vita. E tra i due fatti, eccellenti, l’eccellentissima incoronazione in Campidoglio.

L’avevano esaminata dodici “pastori”, dotti in scienza e arte, ed ella aveva risposto con tali entusiasmo, erudizione, eleganza e stile che i giudici la coronarono come musa per antonomasia. Pio VI, che l’aveva innalzata a nobildonna, mise il suo placet.

Ma il popolo non perdona neppure i peccati presunti. Maddalena era “colei che il mondo va girando senza il suo marito, in varia compagnia”; il giovane Luigi Gonzaga fu il suo amante, chiacchierato come primus inter pares, così come si fecero sgradite ipotesi perfino sul granduca Leopoldo. Sul Tevere ci fu gazzarra e Pasquino disse la sua. I gesuiti, ostili a Pio VI, misero fiele nella ferita, cosicchè proprio al massimo della gloria ebbe inizio il suo declino. Ci rimase male, molto male, da lasciare Roma e tornare a Firenze, come un’Alessandra qualunque. Fu in quella sua città del cuore che, dalla Russia, la raggiunse l’invito dell’imperatrice Caterina II. Alessandra non poté andare, ma la zarina, pur sempre ammirata e coerente, ebbe il garbo di farle avere una pensione.

La nostra musa laureata morì a Firenze l’8 novembre del 1800 e fu sepolta in San Francesco di Paola. Oggi, oltre due secoli dopo, è diventata emblema di libertà e d’emancipazione femminile.

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