lunedì, Settembre 21, 2026

Da Pistoia, il metodo per ritrovare l’udito. ‘Non basta scegliere un apparecchio’

PISTOIA – Tornare a seguire una conversazione senza fatica, comprendere una voce in un ambiente rumoroso, guardare la televisione, andare a teatro o semplicemente partecipare con maggiore naturalezza alla vita familiare e sociale. Correggere un deficit uditivo non significa soltanto sentire più forte, ma recuperare una parte importante della propria capacità di relazione e, proprio per questo, l’udito deve essere considerato prima di tutto un fattore di salute.

Gilberto Ballerini

È da questo principio che parte Gilberto Ballerini, audioprotesista di lunga esperienza e fondatore di Audiomedical a Pistoia, per mettere in discussione un approccio che rischia di concentrare l’attenzione quasi esclusivamente sull’apparecchio acustico, sulla marca, sul modello o sul prezzo, lasciando in secondo piano la persona che dovrà utilizzarlo. «Se correggere l’udito è un fattore di salute, allora alla base deve esserci la conoscenza della persona», osserva Ballerini.

L’esame audiometrico è fondamentale, ma non racconta da solo come una persona vive, quali sono le sue abitudini, quanto comunica, quali ambienti frequenta e quali difficoltà incontra concretamente durante la giornata.

Due persone possono infatti presentare una perdita uditiva molto simile e avere esigenze completamente differenti: chi conduce una vita ricca di relazioni, frequenta cinema e teatro, conversa spesso e utilizza continuamente la parola può avere necessità diverse rispetto a chi vive situazioni comunicative meno complesse. A parità di audiometria, quindi, non necessariamente corrispondono gli stessi bisogni e soprattutto non può essere identico il percorso attraverso il quale l’apparecchio viene scelto, regolato e progressivamente adattato.

È qui che, secondo Ballerini, emerge la differenza fra acquistare un dispositivo e affrontare un vero percorso di riabilitazione uditiva. L’apparecchio acustico costituisce uno strumento essenziale, ma non può essere considerato una soluzione automatica: nella vita quotidiana entrano in gioco il rumore di un ristorante, una televisione accesa, una persona che parla alle spalle, una riunione di lavoro o una conversazione con più interlocutori.

Per questo la messa a punto non si esaurisce nel momento in cui il dispositivo viene applicato. Richiede verifiche, adattamenti e soprattutto la possibilità per la persona di comprendere quali benefici sta ottenendo e quali difficoltà possono ancora essere affrontate. «Una cosa è l’assistenza all’apparecchio, un’altra è l’assistenza alla persona», sottolinea Ballerini. 

La prima riguarda il corretto funzionamento del dispositivo; la seconda significa invece prendere in carico un bisogno, accompagnare la persona nel tempo, ascoltare ciò che sperimenta nelle diverse situazioni quotidiane e intervenire progressivamente sulla regolazione e sull’adattamento.

In questo percorso assumono quindi valore anche elementi che non possono essere misurati soltanto attraverso un esame: il tempo dedicato, la qualità dell’attenzione, la capacità di ascolto e la sensibilità del professionista. È attraverso il confronto con la persona che diventa possibile comprendere non soltanto quanto sente, ma soprattutto come riesce a utilizzare ciò che sente nella propria vita quotidiana.

Le tecnologie più recenti, compresa l’Intelligenza artificiale applicata agli apparecchi acustici, stanno ampliando notevolmente le possibilità di intervento, consentendo di analizzare gli ambienti sonori, ridurre il rumore di fondo e mettere maggiormente in evidenza la voce. Ma anche la tecnologia più avanzata, secondo Ballerini, esprime pienamente il proprio potenziale soltanto quando viene inserita all’interno di un percorso costruito sulla persona.

È questa la filosofia che Audiomedical porta avanti nella propria sede di Pistoia: partire dall’esame uditivo, approfondire le caratteristiche e le esigenze individuali e accompagnare successivamente la persona nell’utilizzo dell’apparecchio, perché il risultato non venga valutato soltanto nel momento in cui lo si indossa per la prima volta, ma soprattutto nella vita reale. L’obiettivo, in definitiva, non è semplicemente far percepire più suoni, ma aiutare chi convive con una perdita uditiva a recuperare quanto più possibile la capacità di comunicare, partecipare alle relazioni e vivere con maggiore sicurezza la propria quotidianità.

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