sabato, Ottobre 24, 2026

Dal Nilo a Roma: i “Tesori dei Faraoni” illuminano le Scuderie del Quirinale

ROMA – Un viaggio immersivo attraverso millenni di storia lungo le sponde del Nilo, tra capolavori d’arte e oggetti di vita quotidiana testimoni di una civiltà lontana ma allo stesso tempo estremamente vicina.

Da sempre l’antico Egitto ha esercitato su noi europei un fortissimo fascino, ma oltre gli aspetti più misteriosi e affascinanti di una cultura remota, vi è un’eredità tangibile fatta non solo di straordinari monumenti capaci di sopravvivere attraverso i secoli, ma anche di statue, pitture, papiri, oggetti sacri e d’uso quotidiano che gli scavi archeologici presso le tombe dei faraoni e degli alti dignitari del regno egizio hanno riportato alla luce.

Sono proprio i “Tesori dei Faraoni” i protagonisti della grande mostra in corso alle Scuderie del Quirinale, che presenta per la prima volta al pubblico italiano una selezione di manufatti di altissima qualità a livello artigianale, in massima parte provenienti dalle collezioni del vecchio Museo Egizio del Cairo, e non ancora confluite nel nuovissimo GEM di Giza.

Alcune immagini dei “Tesori dei Faraoni” in mostra a Roma alle Scuderie del Quirinale (foto Ansa)

Già dalla prima sala si evidenziano lo splendore e la ricchezza di questa antica civiltà, grazie a una selezione di oggetti d’oro finemente decorati e cesellati che rivelano non solo la maestria degli orafi egizi ma anche l’importanza che questo metallo prezioso ricopriva nella vita e nell’economia dell’Antico Egitto.

Autentica “terra dell’oro”, le cui miniere iniziarono a essere sfruttate dai faraoni fin dagli inizi del terzo millennio avanti Cristo, in Egitto questo metallo era utilizzato come unità di misura per il valore delle merci e fungeva da vera e propria moneta, oltre ad avere un importante significato religioso perché come materiale incorruttibile, immune al passare del tempo, era associato all’immortalità e alla natura divina. Si può quindi ammirare una collezione di maschere funerarie, coperture di mummie, sarcofagi, gioielli e amuleti che erano molto richiesti e apprezzati non solo dalla famiglia reale, ma anche dal ceto degli aristocratici e degli alti dignitari che tramite essi intendevano assicurarsi la promessa di una vita eterna.

Come è noto, gli antichi egizi attribuivano una rilevanza centrale ai culti funerari e alla concezione di una seconda vita dopo la morte: la seconda sala della mostra illustra questa continua tensione della civiltà egizia verso il mondo dell’aldilà con il pregevole sarcofago di Tuya, decorato con geroglifici, e alcuni vasi canopici in alabastro nei quali venivano riposti gli organi del defunto prima del suo processo di imbalsamazione. Secondo la religione egizia infatti l’unico organo che doveva essere mantenuto intatto al proprio posto nel corpo del morto era il cuore, ritenuto la sede dell’anima e per questo oggetto della celebre pesatura da parte di Horus per stabilire la destinazione finale del defunto.

L’oreficeria egizia e la vita dopo la morte si uniscono anche nella produzione di ricchi amuleti, pendenti, bracciali, pettorali, anelli e sigilli che presentano figure antropomorfe, ritratti dei loro proprietari oppure sono riconducibili a elementi simbolici e ricorrenti quali i serpenti incrociati, simbolo di eternità e infinito, oppure lo scarabeo, simbolo anch’esso di immortalità e continua rinascita.

La sala successiva, con al centro il bel coperchio del sarcofago funerario di Ankhefenmut, perfetta sintesi di tutta la simbologia egizia legata alla vita dopo la morte, presenta anche cinque stele funerarie con raffigurate scene di banchetti sacri ai quali prendono parte le divinità legate al mondo dell’oltretomba.

La seconda sezione della mostra è incentrata sulla società dell’Antico Egitto, una società gerarchica con al vertice il faraone che incarnava tanto l’autorità religiosa quanto quella politica, militare e amministrativa, anche se nel corso dei tre millenni di storia egizia la concezione del potere del sovrano attraversò fasi alterne. Esisteva tuttavia una certa mobilità sociale tra le varie classi basata sul merito e sulle capacità personali, come nel caso del brillante architetto Imothep che raggiunse posizioni di assoluto rilievo sotto il regno di Djoser, oppure il visir Senenmut che si distinse nei ranghi dell’amministrazione e arrivò a ricoprire importanti cariche sotto il regno della regina Hatshepsut.

Ma al di sotto della famiglia reale vi era un ceto estremamente vivace di dignitari, capi militari, funzionari e sacerdoti che attraverso statue di granito e ricchi corredi funerari ci hanno lasciato non solo una vivida testimonianza del proprio status sociale, ma anche un ritratto della vita quotidiana dei ceti mercantili, artigiani e contadini che spesso erano posti al loro servizio. Ecco allora una straordinaria selezione di testimonianze di vario tipo che ci aprono “finestre” sui culti religiosi, le festività pubbliche, le attività popolari legate al ciclo agricolo e alla coltivazione dei cereali nella valle del Nilo: piccoli spaccati di una società per molti aspetti sorprendente e dinamica, che non smette mai di affascinarci anche per il ricorso a innovazioni tecniche dirette antenate di quelle attuali.

Chiude la mostra una riflessione sul concetto di regalità con una serie di statue in pietra che raffigurano la famiglia reale e ne celebrano l’unità e la sacralità come modello perfetto per tutto il popolo egizio, oltre a uno dei capolavori assoluti dell’oreficeria egizia, la maschera d’oro di Amenemope, emblema di un potere che nell’età più antica vide il faraone come figura semidivina chiamata a governare l’Egitto per conto degli dei mentre in seguito si affermò l’idea del sovrano come ottimo amministratore e mediatore tra il mondo umano e quello divino.

Nel complesso l’esposizione alle Scuderie del Quirinale, pur senza la pretesa di illustrare in maniera esaustiva e completa l’antica civiltà egizia e il suo mondo, riesce a far dialogare i vari reperti con il contesto storico al quale appartengono e offre al visitatore una visione d’insieme organica e aggiornata su questa civiltà che ancora oggi, a quattromila anni di distanza, non smette di sorprenderci e di affascinarci.

L’esposizione, la cui chiusura era in origine prevista per il 3 maggio, è stata prorogata fino al prossimo 14 giugno per permetterne la visita anche durante l’intero periodo primaverile.

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