di Susanna Daniele
PISTOIA – “Il corpo non è mai del tutto naturale anche quando è nudo perché gli interventi a cui lo sottoponiamo nel corso della vita lo trasformano, siano cicatrici, scarnificazioni, tatuaggi”.
Servendosi di slides che illustrano iconicamente la moda degli abiti e degli accessori dei secoli passati, l’antropologa Simona Segre-Reinach sottolinea come gli abiti hanno da sempre raccontano la classe sociale, le regole censuarie, le differenze di genere. Nel Novecento, a partire dalla rivoluzione di Coco Chanel fino ad arrivare agli ultimi decenni, la moda si è fatta motore per la costruzione, integrazione e, infine, dissoluzione del concetto di genere per giungere alla fluidità queer di alcuni stilisti giapponesi che sottraggono il corpo e, conseguentemente la moda, alla divisione rigida fra maschile e femminile.
Nel contempo la moda ha rappresentato provocatoriamente anche uno strumento politico, un modo per dichiarare appartenenza a un gruppo etnico o a una cultura, per opporre un rifiuto, per manifestare disciplina o protesta.

Segre cita l’esempio dell’abbandono da parte di Gandhi degli abiti occidentali per passare al dhoti, la fascia di cotone tessuto a mano dei contadini indiani in segno di protesta verso il colonialismo inglese, alla totale svestizione di Maria Antonietta d’Austria per indossare soltanto abiti francesi una volta passato il confine austriaco, alla camicia a colori vivaci chiamata “Madiba shirt” indossata in parlamento nel 1994 da Mandela, agli abiti bianchi delle suffragette di inizio Novecento, colore scelto per essere più visibili durante le manifestazioni.
Oggi il fashion activism prosegue con i Sapeur congolesi, uomini che acquistano abiti di grandi sarti europei dai colori sgargianti e li indossano nelle periferie delle città congolesi, come se fossero opere d’arte.
Il corpo e la moda da sempre si costruiscono insieme in un continuo divenire individuale e collettivo.










