mercoledì, Settembre 9, 2026

Educare all’amore e al rispetto: Gino Cecchettin a Lo Spazio

PISTOIA – Una nuova educazione sociale e affettiva improntata all’amore, ai sentimenti e al rispetto: il modo migliore non solo per ricordare, ma per “far vivere” Giulia e fare tesoro di quello che lei ci ha insegnato con la sua tragica vicenda.

Un pomeriggio davvero speciale, emozionante e partecipato quello di giovedì scorso alla libreria “Lo Spazio” di Pistoia, con ospite Gino Cecchettin – in conversazione con Chiara Mazzeo e Lavinia Ferrari – per la presentazione del suo libro-testimonianza “Cara Giulia: quello che ho imparato da mia figlia”, edito da Rizzoli.

Un libro, o meglio una lunga lettera indirizzata alla figlia che non c’è più, con il quale Gino ha scelto di affrontare il proprio dolore cercando di condividerlo e di renderlo costruttivo, non restando in silenzio e facendoci riflettere su un dramma, quello dei femminicidi, le cui origini stanno in un certo tipo di cultura e di modo di pensare che ci riguarda tutti da vicino.

L’assassinio di Giulia da parte del fidanzato, in una vicenda che ha avuto una fortissima risonanza dal punto di vista mediatico, non ci deve far dimenticare le tante “Giulie” che con una cadenza tragicamente regolare cadono vittime di uomini il cui agire non può essere derubricato a un improvviso e impronosticabile raptus di follia omicida, ma risulta insito in una cultura spesso maschilista e patriarcale, ancora legata al “possesso” materiale della donna, al rifiuto come “umiliazione”, alla fragilità psicologica interpretata come intollerabile debolezza.

Il dramma che ha colpito la famiglia Cecchettin ha suscitato nel nostro Paese un’ondata emotiva e ha contribuito a smuovere le coscienze, ma non basta: non servono solo leggi più severe o pene più certe per i colpevoli, ma per combattere questo problema c’è bisogno di un’autentica “rivoluzione culturale”, che deve partire dall’educazione dei ragazzi nelle scuole e nelle famiglie, nel segno del rispetto reciproco, dell’empatia, della pacifica convivenza tra i sessi, dell’abbattimento degli stereotipi di genere.

Un messaggio di cui Gino Cecchettin, accolto da un grandissimo applauso al suo ingresso in libreria, si è fatto portatore fin dal momento dei funerali di Giulia, dove il dolore di un padre per una figlia strappatagli nel modo più atroce e inaccettabile si è unito alla consapevolezza di far sentire la propria voce perchè le cose possano lentamente cambiare e nessuna famiglia, in futuro, si debba ritrovare a piangere una figlia uccisa in maniera così assurda e brutale come è capitato ai Cecchettin.

Gino Cecchettin ospite alla libreria Lo Spazio di Pistoia e alcuni momenti dell’incontro (fotografie di Giovanni Fedi)

“Vi parlerò da genitore, da papà – esordisce – non sono nè un formatore, nè un esperto, solo un semplice cittadino, un padre che amava sua figlia e che si è trovato a vivere una tragedia. In quella settimana ho toccato con mano il dolore più profondo, ho visto tutto nero e mi si era chiusa ogni prospettiva di speranza futura; poi però ho visto il sincero affetto e la vicinanza di tante persone, il lavoro di sensibilizzazione che stava portando avanti l’altra mia figlia Elena sui social, le fiaccolate e i messaggi che si moltiplicavano, e allora mi sono chiesto se dalla nostra tragedia poteva nascere una speranza per qualcun altro.

Non volevo essere trascinato in un vortice di rabbia e vendetta, dopo aver pianto tutte le lacrime possibili ho cercato di usare la razionalità, è stata un’illuminazione che mi è arrivata da Giulia stessa. Non si può cambiare ciò che è avvenuto e che è già successo, è un raginamento cinico ma che allo stesso tempo mi ha permesso di convertire il mio dolore in altruismo, seguendo proprio l’esempio di Giulia, che era sempre pronta a dare una mano agli altri. Mi sono chiesto: come posso aiutare altri genitori a non dover vivere la mia stessa situazione?

Da lì è nata l’idea di creare un’associazione, poi ripensando a tutti gli istanti vissuti insieme a Giulia e riflettendo su quanto sia prezioso il tempo trascorso insieme agli affetti più cari, mi sono spaventato di fronte al rischio di dimenticare gli aneddoti e i particolari dei ventidue anni passati insieme a mia figlia. Così ho deciso di iniziare a scrivere un libro per ricordare Giulia in tutti i suoi momenti e per dare spunti di riflessione e domande per altri genitori; inoltre per me è anche un regalo a mia figlia, l’ultimo regalo che posso farle, in cui ho cercato di tirare fuori quanto più possibile della sua personalità e del suo modo di essere.

Da questa tragedia ho imparato ad essere me stesso, a gettare via la maschera e sentirmi libero”.

Tra il pubblico accalcato nella saletta interna della libreria erano presenti molti giovani, ragazze e ragazzi del mondo universitario, volontari di associazioni impegnate per la parità di genere e nella lotta contro la violenza sulle donne, esponenti della politica locale.

Numerose sono state quindi le domande e le sollecitazioni rivolte a Gino Cecchettin che hanno spaziato su vari argomenti, a partire da un’affermazione molto “forte” e netta: è lecito definire i femminicidi come veri e propri “omicidi di Stato”, in un Paese sempre pronto a criminalizzare ma dove non c’è la volontà di farsi carico dell’educazione?

“Rispondo come cittadino, non voglio essere influenzato dalla mia vicenda – puntualizza Gino – penso che a fronte di qualsiasi problema sociale un governo abbia l’obbligo di prendersi carico della questione ed emanare delle direttive; ma sono convinto che alla base di tutti i problemi sociali ci sia una mancanza o una carenza di educazione, è da lì che dobbiamo partire ed è lì che la politica deve intervenire. L’educazione non è solo cultura, ma è insegnare a vivere le relazioni sociali e affettive in maniera sana e nel rispetto delle regole e degli altri. Nel momento in cui un governo non interviene e non stanzia le necessarie risorse per l’educazione, si rende complice e parte del problema, come avviene non solo per i femminicidi, ma anche per le morti bianche sul lavoro”.

Che fare allora? “Nella vita professionale mi occupo di elettronica, non sono un sociologo, però è sotto gli occhi di tutti che negli ultimi anni il modo di vivere le relazioni sociali con gli altri è radicalmente cambiato rispetto ai decenni precedenti, rispetto a noi delle vecchie generazioni. L’avvento dei social ha rivoluzionato tutto, i ragazzi si sono trovati ad avere in mano degli strumenti potentissimi che spesso utilizzano senza un’adeguata educazione e consapevolezza: fondamentale è il compito della scuola, che però si trova a fare i conti con tanti limiti e tante difficoltà. In ambito educativo si è rotto un anello tra società, scuola e genitori”.

Questo “triangolo spezzato” chiama direttamente in causa le famiglie e le figure genitoriali, spesso al centro di polemiche e accusate, a torto o a ragione, di un pronunciato “assenteismo” rispetto ai genitori del passato nell’educazione dei figli, nella convinzione che quest’ultima possa essere facilmente “delegata” ad altri soggetti.

“Non voglio contraddire Crepet – sorride Gino – dico solo che forse prima i genitori passavano molto meno tempo vicino ai figli, ma c’erano valori più assoluti, dai quali difficilmente si poteva esulare. Oggi vedo genitori che stanno con i figli, ma per superficialità o per altre priorità sono disposti a fare ai figli troppe concessioni; i ragazzi si sentono in diritto di pretendere tutto, non sono abituati a piccoli sacrifici o rinunce, non sentono mai dirsi un “no” in faccia. Questo comporta che poi, quando crescono e diventano maggiorenni, nel momento in cui si vengono a scontrare con la prima difficoltà, il primo ostacolo o la prima delusione o sconfitta vanno subito in crisi, non hanno nessun punto di appoggio o di confronto, e spesso lì nascono reazioni rabbiose e irrazionali.

Si è persa anche la dimensione sociale dello stare insieme, magari “annoiandosi” a parlare dei propri progetti e del proprio futuro, e questo vuoto è stato riempito dai social: non voglio demonizzare nulla, anch’io mi rendo conto di vivere di tecnologia e di passare tanto tempo che potrei impiegare in altro modo sui social, però bisogna vigilare sul loro utilizzo e soprattutto usarli in maniera consapevole e responsabile”.

La domanda successiva porta a riflettere su quel modello “maschilista” ancora oggi piuttosto radicato nella società, che secondo le statistiche attira molto i ragazzi nella fascia tra i venti e i trent’anni e che viene spesso “cavalcato” da una certa parte politica, come abbiamo visto di recente nelle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Secondo Cecchettin “è facile far apprezzare un modello “vincente”, a lungo veicolato da cinema e tv, che attecchisce facilmente presso i ragazzi giovani perché possono sentirsi invincibili quasi fossero dei superuomini o dei supereroi. Una pericolosa illusione che dura finché non trovi qualcuno più “duro” e più bullo di te. Riuscire a far capire che il “vero uomo” è ben altro, che ci sono dei sentimenti che ti fanno vivere veramente, questa è la sfida e l’impegno che ci dobbiamo prendere tutti, donne e uomini. Bisogna anche superare una visione distorta del femminismo come lotta delle donne contro gli uomini: non ci può essere contrapposizione fra i sessi, ma armonia e convivenza, le prime vittime della società patriarcale sono proprio gli uomini, che vivono soggiogati a un modello rigido e autoritario con la costante paura di mostrare le proprie debolezze.

Ho imparato che la cosa più difficile è chiedere scusa anche quando magari non c’è nessuna colpa, riuscire a mettere da parte il proprio ego e il proprio orgoglio e fare un passo in direzione dell’altra persona: sono azioni che costano fatica, però è con la parola e il confronto che si costruiscono e si fortificano le relazioni. Il contrario di fragilità non è forza, ma solidità”.

In un passaggio molto interessante del libro, citato da Chiara Mazzeo, Gino scrive che “è necessario costruire un’alleanza tra i generi, anziché continuare nella prevaricazione dell’uno sull’altro; bisogna puntare sulla cultura della riconciliazione, piuttosto che del riscatto. E siamo noi uomini a dover cambiare, rivolgendoci a quelli che desiderano il cambiamento e non si sentono più rappresentati dai vecchi modelli che sono stati trasmessi loro dai padri: li ho visti, sono tantissimi, che hanno preso la parola e ci hanno manifestato la loro vicinanza e il loro dolore. Solo così possiamo trasformare gli atteggiamenti collettivi in nuovi modelli di riferimento per i ragazzi delle nuove generazioni, togliendo la terra da sotto i piedi alla figura dell’uomo padrone e violento: questo alla fine non è altro che un uomo talmente fragile da interpretare un rifiuto o un fallimento come un attacco alla propria individualità più profonda, quella di essere chi decide e comanda, chi vive la relazione come un possesso, chi intende un “no” come un furto da cui essere risarciti”.

Le parole di Gino ci invitano a riflettere: la diversità tra i generi è un fatto naturale che rappresenta una ricchezza, il problema nasce quando tale diversità si trasforma in disparità. I dati allarmanti sui femminicidi e sulla violenza fisica e psicologica contro le donne ci devono far comprendere che è arrivato il momento di agire, e incontri come questo alla libreria Lo Spazio, in cui non ci si limita a presentare un libro, ma si fa cultura e prevenzione, sono fondamentali per avviare un cambiamento sociale e di mentalità a partire dalle giovani generazioni.

“Le leggi ci sono, bisogna intervenire sul nostro vivere quotidiano – conclude Cecchettin – eliminare certi comportamenti possessivi e violenti, superare gli stereotipi, rigettare i modelli imposti dalla società, modificare il nostro linguaggio, lavorare sull’educazione a scuole e in famiglia fin da quando i nostri figli sono bambini. Anch’io ho seguito certi stereotipi: non penso mai di aver regalato un bambolotto a mio figlio, e un giorno che l’ho scoperto mentre giocava con le bambole assieme alle sorelle, l’ho quasi rimproverato. “Sto giocando a fare il papà” è stata la sua risposta: quel giorno mio figlio di cinque anni mi ha dato una grande lezione di vita!”.

L’evento si è chiuso con l’appello a portare avanti insieme, uomini e donne, le battaglie contro ogni forma di violenza di genere e per la parità dei diritti – esistente dal punto di vista giuridico, ma ancora lontana a livello pratico – dal momento che, come ha sottolineato Cecchettin, il femminismo non è “roba da donne”, ma è qualcosa che interessa soprattutto gli uomini, anzi è qualcosa di cui gli stessi uomini dovrebbero farsi portavoce.

La speranza e l’auspicio è che il “seme” gettato a terra da Giulia con la sua tragica morte e da Gino con la sua dolorosa ma lucida testimonianza possa germogliare e dare frutti, contribuendo a un cambiamento che per fortuna sempre più persone avvertono come doveroso e necessario.

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