MILANO – Un’arte capace di sorprendere con i suoi colori, di suscitare meraviglia, di farci viaggiare sulle ali della fantasia.
Fino al prossimo 16 febbraio gli spazi espositivi del Mudec di Milano ospitano una retrospettiva antologica, la prima realizzata in Italia, sull’opera di Niki de Saint Phalle (1930-2002), artista franco-americana conosciuta per le sue grandi e colorate “Nanas”, ma anche pittrice, scultrice, autrice di film sperimentali e performer.
Una “donna e artista” a tutto tondo, come lei stessa amava definirsi, che l’esposizione milanese cerca di restituire in maniera esauriente e completa, mettendo in luce non solo la sua carriera artistica e professionale, ma anche alcuni lati più intimi e personali meno noti, oltre alla sua immagine di donna impegnata nelle battaglie culturali e sociali del suo tempo.
Curato da Lucia Pesapane e strutturato in otto sezioni, il percorso espositivo racconta la vita artistica di Niki de Saint Phalle, dagli esordi fino agli ultimi lavori, ponendo particolare attenzione al mondo colorato, polimorfo, tondeggiante e materno delle sue “Nanas”, sculture in malta o cemento decorate con intarsi di ceramica policroma che sono diventate negli anni l’elemento caratteristico e peculiare della sua arte.

Prendendo ispirazione da un lato dalle antichissime Veneri e Grandi Madri primitive, dall’altro dalle sculture realizzate da Antoni Gaudì nel Parc Guell di Barcellona, dalla metà degli anni Sessanta l’artista, grazie anche al contributo di Jean Tinguely, inizia a realizzare queste sculture di “ragazzine” dall’aspetto semplice e dalle forme pronunciate, raffigurate in varie pose e con l’uso di colori variopinti. Attraverso cesellature e intarsi Niki è abile a “rivestire” le sue “Nanas” con tasselli di ceramica policroma di diverse dimensioni, dando letteralmente vita a un mondo originale, colorato e fantasioso popolato da queste figure fiabesche.
Il sodalizio artistico con Tinguely, che sposerà nel 1971, porta l’artista a realizzare anche opere di grande formato destinate all’esposizione in luoghi aperti e pubblici: un’arte ambientale capace di dialogare con lo spazio circostante, sempre nel segno dello stupore e della meraviglia, come in quel “sogno magico e spirituale” costituito dal Giardino dei Tarocchi nei pressi di Capalbio, un progetto a cui Niki tiene particolarmente e al quale lavorerà per circa vent’anni.
Ma l’universo gioioso e colorato da lei creato si pone spesso in contrasto con una vicenda biografica e personale solcata da molte ombre: il carattere ribelle, le frequenti crisi nervose, il rapporto difficile con il padre che abusò di lei quando era ancora bambina. La sua doppia nazionalità, i numerosi viaggi e il suo sentirsi “una cittadina del mondo” rappresentarono per Niki un’ancora di salvezza e uno stimolo per la sua vocazione artistica, all’inizio rivolta verso la letteratura, il teatro e il cinema.

La mostra ricorda anche il suo passato di modella per le riviste “Vogue” e “Life” nei bellissimi scatti fotografici che la ritraggono e che contemporaneamente raccontano al pubblico una visione personale molto “pop” dell’arte, intesa come percorso verso l’affermazione del femminile.
D’altro canto Niki ha attraversato un’epoca di grandi cambiamenti sociali e artistici, dal movimento femminista degli anni Sessanta e Settanta alla corrente del “Nouveau Realisme” di cui fu tra le indiscusse protagoniste; durante questi anni è stata una delle artiste che maggiormente ha sfidato gli stereotipi di genere attraverso l’arte, esprimendo la propria identità attraverso la femminilità, la sensualità e l’amore per la vita come creazione.









