di Rosalba Bonacchi*
PISTOIA – Le dichiarazioni alla stampa del tenente colonnello Gianfranco Paglia e i successivi interventi dei consiglieri regionali Alessandro Tomasi e Alessandro Capecchi rendono necessaria una precisazione in merito al nostro comunicato: non abbiamo messo in discussione l’importanza delle Forze armate negli interventi di soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali o in operazioni come “Strade Sicure”, né abbiamo rivolto inviti alla “disobbedienza”, come invece sostiene Paglia.
Non abbiamo neppure contestato le attività di informazione e orientamento professionale che l’Esercito già svolge nelle scuole pistoiesi, partecipando anche alle iniziative organizzate dalla Provincia e dall’Ufficio scolastico territoriale nel “Salone dell’ Orientamento”.
Quanto a Tomasi e Capecchi, il loro richiamo al radicamento del 183° Reggimento Nembo nella comunità pistoiese, alle attività di solidarietà e al contributo dei paracadutisti alla vita cittadina riguarda aspetti che non abbiamo mai contestato.
Come ANPI conosciamo bene anche il contributo del Nembo alla guerra di Liberazione. Dopo l’8 settembre 1943, mentre altri reparti paracadutisti scelsero di continuare a combattere a fianco della Germania nazista, il 183° Reggimento non aderì alla Repubblica Sociale Italiana e partecipò alla lotta contro i tedeschi, prima nel Corpo Italiano di Liberazione e successivamente nel Gruppo di combattimento Folgore.
È una storia che si intreccia direttamente con quella della Resistenza pistoiese. Il 16 febbraio 1945, dalla piazza del Duomo di Pistoia già liberata, partirono circa cinquecento volontari, molti dei quali ex partigiani, per arruolarsi nei Gruppi di Combattimento del ricostituito Esercito italiano e contribuire alla liberazione del resto del Paese. Alcuni furono inquadrati nel Nembo e parteciparono alla battaglia di Case Grizzano del 19 aprile 1945, combattuta contro i paracadutisti tedeschi e decisiva per aprire la strada alla liberazione di Bologna.
Non è dunque casuale che l’ANPI, quando invitata, partecipi con il proprio labaro alla commemorazione di quella battaglia.
Ma proprio questa vicenda rende evidente una distinzione storica fondamentale: a Case Grizzano i militari italiani combattevano contro l’occupazione nazista, mentre a El Alamein, nel 1942, combattevano a fianco della Germania nazista nella guerra di aggressione e di conquista voluta da Mussolini e Hitler.
Il riconoscimento del coraggio e del sacrificio dei soldati italiani non può quindi prescindere dalla consapevolezza del contesto storico e politico nel quale essi furono chiamati a combattere.
La nostra contrarietà, come abbiamo già chiarito, non riguarda la commemorazione di El Alamein in sé, ma il coinvolgimento organizzato di numerose scolaresche, comprese quelle della scuola secondaria di primo grado, durante l’orario scolastico, senza che si sia a conoscenza di un’adeguata preparazione storica delle classi coinvolte.
È questa la questione sulla quale chiediamo di riflettere, anche alla luce del linguaggio utilizzato nella locandina della manifestazione, che richiama il “mito” di El Alamein e suggerisce una continuità ideale tra esperienze militari appartenenti a contesti storici e istituzionali profondamente diversi.
È dunque sul terreno della responsabilità educativa della scuola che chiediamo di riportare il confronto.
Viviamo un momento storico particolarmente grave, segnato da guerre che devastano intere popolazioni, dall’acuirsi delle tensioni internazionali e da una corsa al riarmo che impegna risorse sempre più ingenti. Nel dibattito pubblico tende ad affermarsi l’idea che la sicurezza debba essere affidata soprattutto alla forza militare, mentre la diplomazia, il diritto internazionale e la ricerca di soluzioni pacifiche rischiano di passare in secondo piano. In questo contesto non possiamo sottovalutare il messaggio che celebrazioni militari come questa possono trasmettere alle giovani generazioni, soprattutto quando il ricordo del sacrificio dei soldati non è accompagnato da un’adeguata comprensione delle ragioni e delle responsabilità della guerra.
La scuola deve certamente far conoscere la storia, anche quella militare, ma soprattutto fornire gli strumenti per comprenderla criticamente, riconoscere la propaganda e distinguere il coraggio dei combattenti dalle responsabilità politiche di chi decide le guerre.
Il compito della scuola pubblica è educare alla pace, alla democrazia e ai valori della Costituzione, non riproporre senza spirito critico una rappresentazione eroica della guerra come quella elaborata dal fascismo.
È su questi temi che vorremmo confrontarci con i nostri interlocutori, senza che vengano attribuite all’ANPI posizioni che non ha mai sostenuto.
*Presidente del Comitato Provinciale ANPI di Pistoia









