FIRENZE – Al Nelson Mandela Forum, ieri sera, Fulminacci non ha semplicemente tenuto un concerto: ha creato un clima.
Non uno di quelli costruiti a tavolino, ma un’atmosfera che si forma da sola, lentamente, come una confidenza che passa da una persona all’altra finché non diventa collettiva.

L’ingresso sul palco è stato essenziale, quasi timido, ma nel giro di pochi istanti la sua presenza ha iniziato a espandersi, a riempire lo spazio con una naturalezza che sorprende sempre chi lo vede dal vivo.
Firenze lo ha accolto con un calore che non ha bisogno di esibizioni. È un entusiasmo che si sente più nella qualità dell’ascolto che nel volume delle voci. Il Nelson Mandela Forum, spesso dispersivo, si è lasciato plasmare: Fulminacci ha questa capacità rara di ridurre le distanze, di trasformare un palazzetto in un luogo intimo, quasi domestico, dove ogni imperfezione diventa parte del racconto.

I brani incalzano e Fulminacci ogni volta che si rivolge al suo pubblico, lo fa aprendo una parentesi luminosa di scambio condiviso. L’ironia è rimasta quella che lo contraddistingue, leggera e affilata, ma accanto c’era una fragilità dichiarata che non nasconde, anzi: la offre come un punto d’appoggio. È in quei momenti che il pubblico si stringe di più, come se riconoscesse in lui una parte di sé.
Fin dalle prime note si è capito che tra Fulminacci e il pubblico del Nelson Mandela Forum stava nascendo qualcosa di particolare.
Non un’esplosione immediata, ma un avvicinarsi graduale, quasi istintivo, come quando ci si riconosce senza bisogno di dirlo. Brano dopo brano, quella distanza iniziale si è assottigliata fino a sparire, e il palazzetto ha iniziato a muoversi come un unico corpo, attento, partecipe, curioso di ogni sfumatura.

E mentre il concerto stava prendendo sempre più slancio, è arrivato uno dei momenti più calorosi della prima parte: l’ingresso di Willie Peyote. I due si sono ritrovati sul palco con una naturalezza immediata, quasi da complicità già scritta, e “Aglio e Olio” è diventata un piccolo rito condiviso, accolto dal pubblico come un regalo inatteso. Un duetto asciutto, diretto, che ha aggiunto energia e familiarità alla serata, rafforzando ancora di più quel legame che stava crescendo tra palco e pubblico.
A un certo punto questa sintonia è diventata quasi tangibile. Non è stato un gesto preciso a crearla, né un cambio evidente sul palco: è successo semplicemente perché tutti stavano ascoltando allo stesso modo, con la stessa intensità. Il Nelson Mandela Forum si è raccolto in un silenzio compatto, raro per uno spazio così grande, un silenzio che sembrava appartenere più a una stanza che a un palazzetto. E in quella sospensione condivisa c’era una delicatezza che non si può forzare: nasce solo quando chi suona e chi ascolta si incontrano davvero.
La maturità artistica che sta mostrando in questo tour è evidente. Non ha rinunciato alla sua leggerezza, né a quella scrittura fatta di dettagli minuscoli che diventano universali, ma ora tutto sembra più centrato, più consapevole. La voce è più sicura, la band più compatta, la scena più essenziale. Nulla è superfluo, e proprio per questo ogni gesto risalta.

Quando le ultime note si sono disperse, nessuno sembrava davvero pronto a lasciare il Nelson Mandela Forum. Non era la solita nostalgia da fine concerto, ma la sensazione di aver condiviso qualcosa di semplice e prezioso, più vicino a un incontro che a uno spettacolo.
Fulminacci ha salutato con un sorriso quasi imbarazzato, come se non si rendesse conto di quanto fosse arrivato. Firenze, invece, lo aveva capito benissimo. E lo ha accompagnato fuori dal palazzetto come si fa con un pensiero che non si vuole perdere.










