di Letizia Porcù
PISTOIA – Penombra, solo la fievole luce di qualche lampadina rotta, sedie e tavoli rovesciati e fiori a terra calpestati.
Su questa scenografia di una metaforica festa finita male si apre “Il dio bambino”, monologo nato nel 1993 da Giorgio Gaber e Sandro Luporini, andato in scena ieri sera sul palco del Funaro a Pistoia, sold out già da qualche giorno.

Interpretato da un poliedrico Fabio Troiano, con regia di Giorgio Gallione, “Il dio bambino” racconta la vita e la storia d’amore di un uomo, che potrebbe essere chiunque, indagando l’Uomo nella sua essenza, cercando di capire se ce l’ha fatta a diventare adulto o è rimasto irreparabilmente bambino.
Un uomo di mezza età, che nonostante abbia sposato la donna dei suoi sogni, desiderata ed agognata da quando stava insieme ad un suo amico di università, non è contento e va sempre alla ricerca di altro. Una crisi che non gli permette di vedere ciò che di bello ha, come un bambino capriccioso che vuole sempre di più.
Un’indagine spietata ma affettuosa, mordace, commuovente e ironica allo stesso tempo, che cerca di analizzare le differenze tra l’uomo adulto e il bambino: due entità così diverse e così simili allo stesso tempo, un’analisi che apre gli occhi sul fatto che se queste differenze si annullassero, l’umanità cesserebbe di esistere.
Frammenti di canzoni di Gaber fanno da filo conduttore alla storia, aiutando a ricostruire i numerosi salti temporali che permettono di raccontare trenta anni di vita in un’ora e mezzo.
Un “teatro di evocazione” di tragicomica contemporaneità, la narrazione di una storia d’amore tra una donna e un uomo adulto ma mai lontano dalla propria adolescenza, che vive l’amore per il proprio ego e mai per gli altri.
Solo la nascita di un figlio riuscirà a fargli capire quale sia la vera essenza della vita e dell’amore: un barlume di speranza per un futuro migliore, in cui i fiori si regalano per la venuta al mondo di un bambino, senza essere più gettati a terra e calpestati come simbolo di una serata finita male.









