PISTOIA – Racconti storici tra realtà e invenzione, a esplorare gli imprevisti e i cambi di direzione che la Storia impone agli uomini, con uno sguardo alla vicenda biografica e letteraria di Franz Kafka.
Un pomeriggio davvero speciale in una libreria Lo Spazio gremita di pubblico per l’incontro con la scrittrice Helena Janeczek, una dei tre finalisti del Premio Ceppo Racconto, che, in dialogo con Paolo Fabrizio Iacuzzi e Walter Tripi, ha tenuto una lezione su Franz Kafka a partire dai racconti del suo ultimo libro, “Il tempo degli imprevisti”, edito nel 2024 da Guanda.
Janeczek è un’autrice affermata e apprezzata nel panorama italiano e internazionale: nata a Monaco di Baviera da una famiglia di origine ebraico-polacca, nel 1983 si è trasferita in Italia e attualmente vive a Milano, città dove ha iniziato la sua attività letteraria pubblicando poesie in lingua tedesca. Il suo romanzo d’esordio in italiano, “Lezioni di tenebra” (1997), è ampiamente autobiografico e ripercorre la storia della sua famiglia, segnata dalle persecuzioni antisemite del regime nazista; ricostruzione storica e finzione letteraria si mescolano nel secondo romanzo, “Le rondini di Montecassino” (2011), ispirato alle vicende dei soldati di tante nazionalità “dimenticate” che combatterono al fianco degli Alleati in una delle più dure e sanguinose battaglie del secondo conflitto mondiale.
Il terzo romanzo, “La ragazza con la Leica” (2017), ricostruisce la biografia della fotografa antifascista Gerda Taro, pioniera dei reportage fotografici di guerra, morta giovanissima mentre stava documentando con la sua macchina fotografica Leica gli orrori della guerra civile spagnola. Il romanzo ha riscosso un grande successo letterario e ha portato l’autrice a vincere nel 2018 il Premio Bagutta, il Premio Campiello e l’ambito e prestigioso Premio Strega.

Ne “Il tempo degli imprevisti” Helena Janeczek abbandona la forma del romanzo tradizionale per esplorare una struttura ibrida e corale, composta da una serie di racconti che orbitano attorno a figure storiche – Albert Einstein, Rosa Luxemburg, Edoardo Persico, Filippo Tommaso Marinetti, solo per citarne alcuni – e momenti cruciali del primo Novecento.
Il cuore pulsante dell’opera è la riflessione su come il destino individuale venga costantemente deviato, interrotto o forgiato dall’imprevisto, ovvero da quella variabile caotica che la Storia impone alle vite dei singoli. L’autrice scava nelle “crepe” della memoria e indaga sulla fragilità della pianificazione umana: mentre l’Europa scivola verso il baratro delle guerre mondiali e dei totalitarismi, i protagonisti cercano di dare un senso al proprio presente, ignorando spesso la portata degli eventi che li travolgeranno in maniera del tutto inaspettata.
Tra i racconti del libro, uno ha come protagonista il celebre scrittore Franz Kafka. Alla domanda di Tripi sulle ragioni di questa scelta, Janeczek ha spiegato che “la voglia di scrivere questo racconto mi è venuta a seguito della mia partecipazione a una manifestazione per ricordare la presenza di Kafka a Merano, località altoatesina dove lo scrittore praghese soggiornò per le cure termali. Ho avuto l’occasione di approfondire molti aspetti che conoscevo poco, e gli ho così dedicato un racconto come un mio atto d’amore nei suoi confronti. È un racconto in cui ho voluto immaginare Kafka non così triste e pessimista come nella realtà, ma capace di innamorarsi durante questo soggiorno termale e di fare una cosa non da lui: prendere il treno e raggiungere a Vienna la sua bella, dove trascorre alcuni dei giorni più felici e spensierati della sua vita, prima che la relazione tra i due assuma una piega negativa e Kafka sia costretto a ripartire per Praga”.
Il racconto, che mescola elementi reali e di invenzione, personaggi veramente esistiti e altri che sono frutto della fantasia dell’autrice, non è l’unico riferimento “kafkiano” contenuto nel libro: Janeczek ne evoca lo spirito attraverso una struttura narrativa che ricalca l’inquietudine e la precarietà dell’esistenza novecentesca.
Il richiamo più immediato risiede nella geografia sentimentale e storica, attraversando in una sorta di “arco” quei luoghi della Mitteleuropa al tramonto dell’Impero austro-ungarico che sono stati il grembo della scrittura kafkiana. Janeczek tesse una trama di destini che, proprio come i personaggi di Kafka, si muovono in un labirinto di burocrazie spietate e cambiamenti epocali, dove l’individuo appare spesso schiacciato da forze invisibili e incomprensibili.

Un elemento chiave è il legame con le figure femminili che hanno orbitato attorno allo scrittore boemo. Attraverso il personaggio di Milena Jesenská, destinataria delle celebri “Lettere a Milena”, Janeczek recupera non solo la biografia di una donna straordinaria, ma anche quel senso di attesa e di distanza incolmabile che caratterizza l’opera di Kafka: la sua “presenza-assenza” si avverte nella tensione tra il desiderio di libertà e la morsa soffocante della storia che avanza verso il baratro del totalitarismo. Come in un riflesso de “Il Processo” – una delle opere più celebri di Kafka, incentrata sul tema di una giustizia inconoscibile – i protagonisti delle storie di Janeczek vivono l’imprevisto come una condanna o un’assurdità burocratica che altera il corso delle loro vite.
Infine, l’autrice richiama lo stile kafkiano nella capacità di rendere l’ordinario con una nota di perturbante: gli oggetti, i treni che partono, le stanze d’albergo e i documenti d’identità diventano simboli di un’alienazione che è sia personale che collettiva. Janeczek scrive un omaggio a quella letteratura che ha saputo profetizzare il destino dell’Europa, trasformando il “tempo degli imprevisti” in una condizione esistenziale permanente; in questo senso Kafka non è solo un riferimento letterario, ma la lente d’ingrandimento attraverso cui osservare la fragilità dei legami umani e la ricerca di un senso in un mondo che sembra averlo smarrito.
Tripi e Iacuzzi chiedono poi il motivo del momentaneo “abbandono” della forma narrativa del romanzo a favore del racconto. “Mi sono divertita a scrivere questi racconti ma allo stesso tempo mi è costato tanto a livello di fatica e di lavoro – spiega l’autrice sorridendo – è un libro molto antieconomico da questo punto di vista! Tutti i racconti in realtà potevano evolversi in altrettanti romanzi anche abbastanza voluminosi, ma ho scelto di rimanere su questa forma narrativa perché i racconti mi piacciono, mi danno la possibilità di sperimentare e di esplorare personaggi e situazioni diversi anche nello spazio di poche pagine.
Scrivere un racconto è più difficile rispetto a un romanzo, perché il racconto in virtù della sua brevità ti obbliga a continue scelte e cambi di direzione nella scrittura, è anche un modo per stimolare la propria creatività e mettersi alla prova. Non credo che oggi il racconto sia in crisi rispetto al romanzo, c’è forse un pregiudizio legato alla presenza di sintesi, ellissi, cose non dette, vuoti che costringono il lettore a un lavoro più faticoso di immaginazione e a una lettura più complicata.
Secondo me quella tra narrazione breve e lunga non è una contrapposizione, sono due forme diverse che danno a chi legge due tipi diversi di immersione nella storia”.










