di Alberto Vivarelli
PISTOIA – I numeri non mentono mai, ma non dicono tutto, semmai indicano una chiave di lettura.
Dietro i 20.192 voti di Alessandro Tomasi c’è molto di più di una vittoria storica, c’è la vittoria di un sindaco che nei cinque anni ha cambiato la propria narrazione politica, ha conquistato spazi tradizionalmente di sinistra, ha perfino regolato, a modo suo, i conti con l’antifascismo, quello vero e quello di maniera: gli incontri con i partigiani, i rapporti con l’Anpi, la cittadinanza onoraria a Silvano Fedi che nessun governo locale dal dopo guerra aveva mai concesso perché Fedi era un partigiano anarchico poco amato dai comunisti e purtroppo spesso si fa fatica a rileggere la storia.
Tomasi parla un linguaggio comprensibile a tutti, fa sentire a proprio agio l’interlocutore, per usare un linguaggio sportivo, si mostra sempre come “uno di noi”; e si occupa di temi vicini alle persone, quelli che le famiglie si trovano ad affrontare ogni giorno, che toccano con mano.
Come una volta faceva la sinistra.
Pistoia ha perso il Museo Marini ed è gravissimo, ma pensate davvero che alla stragrande maggioranza dei cittadini, interessi al momento del voto? Dal numero dei biglietti venduti, no. E l’ex Ceppo? Lo stravolgimento del progetto, portato a termine con la complicità della Giunta regionale nella quale sedeva anche Federica Fratoni che non ha mosso un dito per impedirlo, non ha suscitato particolari proteste perché il problema era molto più grande della comprensione comune e i cittadini hanno visto ruspe al lavoro, demolizioni e questo ai più è piaciuto. Il caos del traffico degli ultimi mesi per le asfaltature da campagna elettorale, non contano: Tomasi ha fatto cose. Sbagliate? Per 20.192 cittadini no. E per cambiare le cose ci vogliono i numeri.
Punto.
Inutile girarci intorno.
Poi, si possono contestare legittimamente le scelte e una mancanza di visione, ma visto lo spostamento di voti da sinistra a destra, la questione è irrilevante.
Il sindaco ha ribaltato il paradigma del rapporto con la città, non ha solo inaugurato tutto ciò che era possibile inaugurare: è andato tra la gente, non si è limitato agli incontri canonici a palazzo.
Tomasi e la sua coalizione hanno conquistato interi quartieri, frazioni e paesi; il Sindaco ha vinto in tutti i seggi, un risultato che odora delle pratiche antiche dei partiti di sinistra: piantare un paletto politico in ogni luogo fino a creare una rete, garantire presidi sul territorio e parlare dei problemi reali dei cittadini.
Un percorso che la sinistra, anche quella più a sinistra di tutti, ha smarrito da tempo.
Nella lunga intervista rilasciata a Reportpistoia (https://www.reportpistoia.com/il-sindaco-tomasi-5-anni-per-rimediare-ai-disastri-adesso-pensiamo-ai-grandi-progetti/), Tomasi si definì “socialista”, forse con una certa enfasi e un po’ di paraculismo, ma sicuramente il suo primo mandato, al di là delle scelte – ripetiamo, molte anche discutibili – sarà ricordato proprio per aver rubato la scena alle opposizioni (inesistenti), con strumenti tipici della scuola di sinistra, stando tra la gente e con quel suo modo di porsi con le persone con semplicità e umiltà. E i cittadini, anche quelli tradizionalmente distanti da lui, lo hanno apprezzato. Voti in transito? Forse, intanto, però all’incasso è passato lui.
La sua vittoria riconferma anche che la scelta del candidato è fondamentale nella corsa a sindaco, chi ha quello giusto vince al di là dei programmi (vedi Quarrata con Gabriele Romiti e San Marcello Piteglio con Luca Marmo, Marliana con Federico Bruschi) che molti nemmeno leggono.
Ora per Tomasi il persorso si fa in salita, ha davanti a sé una strada spianata ma non potrà più rifugiarsi dietro l’alibi delle amministrazioni predecenti, in campagna elettorale ha promesso molto, ha promesso, soprattutto, che darà una visione alla città, i progetti che ha in mente proietteranno Pistoia ben oltre i suoi confini, assicura.
Questa volta, però, in Consiglio comunale non avrà campo aperto, si troverà di fronte una opposizione forte e preparata.
Al momento si gode questa vittoria e con lui il suo partito e la sua coalizione.
Con questo risultato Tomasi è diventato la punta di diamante che Giorgia Meloni vorrà mettere sul piatto della Toscana alle prossime elezioni regionali del 2026, ma c’è un appuntamento più ravvicinato: le elezioni politiche del prossimo anni che con il nuovo, folle disegno delle circoscrizioni elettorali richiedono candidati fortissimi e Tomasi lo è. Staremo a vedere.
A sinistra
Il Pd riflette e si interroga, ma la riflessione dura quanto un battito d’ali e come al solito non riesce a dare risposte. Slogan, quelli sì: da “Abbiamo capito” del sindaco Renzo Berti (che, visto l’esito del suo secondo mandato, invece non aveva capito), a “Dobbiamo tornare tra la gente” recitato dopo ogni sconfitta elettorale. Tra la gente non sono mai tornati, troppo occupati a rafforzare consorterie e correnti (cit. Vannino Chiti) per il mantenimento del potere interno, tra una elezione e l’altra, unico alimento di un partito che sembra essere diventato un participio passato.
Da dove ripartire? Per il Pd è stato il peggior risultato della sua storia locale, ma i primi segnali non sembrano incoraggianti, alcuni commenti sono stati imbarazzanti, ingenerosi se non malevoli. Non sono pochi quelli che come al solito preferiscono la banalità del male rifugiandosi nei soliti luoghi comuni tipici dell’era renziana: gli elettori non hanno capito, non ci siamo fatti capire, le divisioni a sinistra… E c’è anche chi, sfidando il senso del ridicolo, cerca di attribuire la catastrofe a Samuele Bertinelli, colpevole ai loro occhi di una eredità politica pesante e di non essere rimasto in Consiglio comunale dopo la sconfitta al ballottaggio per guidare un gruppo consiliare ridotto ai minimi termini e con poca esperienza. E lo fanno capire senza vergogna pur conoscendone i motivi. Bertinelli si dimise dal Consiglio perché sulle spalle aveva un macigno: il processo da cui è stato completamente assolto nei mesi scorsi, la sua statura morale e la sua etica (ah!, questa sconosciuta) gli imponevano un passo indietro per non avere e generare ombre.
Il segretario comunale Walter Tripi offre una giusta riflessione: le analisi si fanno all’interno degli organismi dirigenti, non su Facebook e nelle sedi proprie del confronto, dice, potranno volare anche le seggiole.
Per il Pd è un pensiero rivoluzionario, perché finora le seggiole sono state sempre occupate e ben difese e per aria non ne abbiamo mai viste volare; stracci sì, invece. Secondo una tradizione consolidata, le sconfitte elettorali sono sempre state seguite da un’alzata di spalle, tutti pronti a un nuovo giro di valzer mentre il partito stava morendo dentro, diviso tra gli applausi della Leopolda dove si decidevano linea politica, progetti e candidature e la sede nazionale di via di Sant’Andrea delle Fratte, destinata a luogo di rappresentanza e turismo.
Tripi parla un altro linguaggio, diverso anche da quello dei soliti noti, per certi versi nuovo, ma fa parte del sistema che ha fallito clamorosamente. Sicuramente occorrono decisioni forti, drastiche ma sono decisioni che spettano solo agli organismi dirigenti non certo alle altre formazioni politiche; i partiti di sinistra, se non altro per eleganza, dovrebbero osservar tacendo, perché il problema non è la presenza di Tripi o di Galligani (e in parte lo è), ma la linea politica che è stata smarrita. I soliti che hanno fallito (alcuni ripetutamente) hanno le carte in regola per modificare di botto linea politica ed essere garanti delle regole del partito? Ma è solo colpa della dirigenza? Che dire degli iscritti sempre pronti ad applaudire il segretario o il candidato/a di turno? Applausi per Berti, per Bertinelli (ovvero gli antipodi), per Fratoni senza batter ciglio, senza alcuna critica; si può votare tranquillamente Pd anche senza applausi, non si può essere sempre sul carro del vincitore, non aiuta il cambiamento.
Tutto sommato, non è che “la sinistra” – Branchetti a parte – abbia di che gioire per la batosta del Pd, quando lo fa è roba da bar: ha perso insieme agli altri, qualcuno di più qualcuno di meno, ma tutti insieme rimangono lontani dalla coalizione di centrodestra. La coalizione di Branchetti ha molto da lavorare perché la campagna elettorale non è stata tutta rose e fiori da quelle parti come si vorrebbe far credere.
Certo, il problema Pd esiste, ma anche no.
Dunque, da dove si riparte?, da coloro che hanno firmato la peggior sconfitta del Pd? Difficile tentare di lavorare a un campo largo con questi presupposti. E poi, quale campo largo?, quello di Letta che guarda al M5s e a sinistra o quello di Marcucci che vorrebbe virare decisamente al centro (anche a destra, se possibile) per riabbracciare il suo mèntore Matteo Renzi? E ancora, il Pd partito “delle” imprese o “per” le imprese? In questo caso l’articolo partitivo e la preposizione fanno una differenza sostanziale. Per stare al concreto delle cose, il Pd è per la riaffermazione della centralità della sanità pubblica rifinanziando un sistema allo stremo o è quello che continua a strizzare l’occhio ai privati?
Lo snodo è cruciale per i contenuti più che per le alleanze, per non incappare nel solito meccanismo perverso delle poltrone e delle candidature.
Oggi la sinistra a Pistoia è ininfluente, è stata sconfitta “tutta” non una parte e se vuole ripartire deve farlo dai temi, soprattutto quelli dimenticati anche in questa campagna elettorale: il lavoro, le povertà, la sanità, il welfare, la scuola. Questi sì, arrivano al cuore delle persone, questo deve tornare ad essere il terreno del centrosinistra, dove il centrosinistra può riabbracciare la sua storia.
La sinistra può ripartire anche senza il Pd, può ripartire senza sigle, dalle persone, quelle che non si sentono più rappresentate, che non hanno voce, occorre creare un terreno di valori condivisi. Quelle che abitano il 45% delle astensioni.
La prima operazione è quella di ricostruire una comunità politica distrutta, smarrita, senza punti di riferimento, senza nessuno che dia risposte ai bisogni primari. Poi ci sarà anche il tempo di riallacciare il dialogo col Pd, senza farsi condizionare dagli appuntamenti elettorali perché la buona politica si fa anche fuori dalle istituzioni.
Si riparta pure da Francesco Branchetti, ma ognuno si spogli delle proprie sigle, delle rigidità di appartenenza e si apra agli altri in maniera laica; sia disponibile al confronto leale (valore che in queste elezioni, in parte è mancato anche nella coalizione progressista di sinistra), solo dopo sarà possibile rimettere in campo le sigle e le diversità.
Ma chi comincia?











Un’analisi giusta. Ci sarebbe da discutere per secoli, sui motivi viscerali che hanno portato alla debacle della sinistra, sui motivi reali e su quelli dell’immaginario collettivo. Ognuno si faccia un esame e si dia risposte veritiere. Alberto Vivarelli chiede chi comincia. Io ci provo.