di Giorgio Billeri*

LIVORNO – Resterai lì, appeso. Non scenderai più sul prato verde della vita, splendido e terribile, glorioso e maledetto. No, tu resterai lassù, appeso a quella rete del vetusto stadio di Treviso che ondeggia, oscilla, quasi si spezza sotto l’onda di una passione feroce, selvaggia, liberatoria. Tu, con quel numero 10 ineluttabile ed enorme che portavi sulle spalle, con quella fascia di capitano che svolazzava un poco bohemienne, anche quella diversa da mille altre, adesso resti appeso così, per l’eternità, guardando negli occhi la marea amaranto che fa festa, la gente vilipesa, offesa, delusa cui quel giorno hai regalato la scintilla della redenzione e del riscatto sportivo, ma forse non solo.
Tu, Igor Protti, quel pomeriggio di aprile di ventiquattro anni fa avevi appena regalato a questa città bella e difficile, tollerante e impaziente qualcosa di semplice ed allo stesso tempo definitivo: un gol. Nemmeno bellissimo, perfino banale per uno come te, nato con il miele nei piedi, abituato alla rete tonitruante, a dipingere traiettorie letali eppure eleganti come il tratto del Botticelli: no, in quel fatale pomeriggio veneto la sublime pittura non serviva, serviva la scalpellata definitiva di Michelangelo, quella che libera per sempre il marmo dal suo blocco per farne eterna figura.
Una scalpellata. Ecco cos’è stato quel destro lento, esiziale, chirurgico, un dardo che arriva al cuore pian piano, che spacca una partita, un campionato, un libro di storia. Tu, nato con il senso della porta, maestro della percezione della distanza con la palla e con gli avversari, vedesti partire il lancio lungo, capisti tutto prima, l’assist di testa del compagno, lo spazio da prendere, il difensore da beffare con quello scatto felino, nel mulinare di quelle gambe brevi e forti, fino a quel rasoterra lì, lento ed eterno.
Sentisti, Igor, il fiato sospeso di un intero popolo, il cessare del battito, ti permettesti anche di gustare quell’attimo in cui tutto si sospende, in cui l’attesa è silenzio, e che poi si sublima, finalmente, nella rete che si gonfia, nel boato, nell’urlo, in qualcosa d’altro che arriva d’improvviso. La pagina del glorioso volume che finalmente si gira, ed a girarla sei stato tu.
Adesso, Igor Protti, resterai lassù, appeso alla rete di Treviso. Ti arrampicasti, quel pomeriggio, con la forza della predestinazione: con le gambe, i piedi, le mani, con la foga di un Messner impazzito, inseguito dai compagni che sapevano, hanno sempre saputo che la scalpellata del genio sarebbe arrivata, e sarebbe bastato un soffio per disperdere la polvere di decenni nel sottoscala per scoprire, finalmente, la statua delle statue.
Non potrà, non vorrà più scendere, Igor Protti, da quella rete di Treviso. Sempre vicino, quasi faccia a faccia, a un passo da cuore dalla propria gente trasfigurata dalla gioia. Perchè il calcio, quando è bello, sa essere bellissimo. Perchè dona a una comunità momenti identitari, collettivi come nessun altro aspetto della nostra vita, fa sentire uguali i diversi, emenda, risolve, perdona. Perchè solo nel calcio l’uomo diventà città, la parte diventa il tutto, e solo chi non sa sognare annega nel negazionismo dei sentimenti: non esiste iperbole che questo ragazzo dal tratto gentile, dalla dolce cantilena romagnola, dal sorriso largo, dai piedi intrisi di miele e dalla superiore capacità nell’indirizzare un pallone verso l’infinito non si sia meritato.
Ecco perché chiediamo a Igor Protti di restare appeso a quella rete di Treviso che ha cambiato il destino di una città. Anzi, gli chiediamo di continuare a salire: tanto, anche se ti allontani dove nessuno sa, tutti continueremo a vedere il 10 e quella fascia bohemienne, Michelangelo appeso.
*giornalista










