PRATO – Le dinamiche del potere, i rischi di una società chiusa, la degenerazione degli ideali, la libertà e i suoi limiti, ma anche i tipi umani presenti nella nostra società e il problema della loro rappresentazione teatrale da parte dell’attore.
Sono numerosi, molteplici e difficili da sintetizzare gli spunti di riflessione proposti da Francesco Dendi e Valeria Caliandro nello spettacolo “Cabaret degli Animali”, andato in scena in tre repliche negli spazi di Officina Giovani nell’ambito di una rassegna teatrale e cinematografica dedicata all’opera di George Orwell.

Lo spettacolo prende infatti ispirazione da uno dei capolavori dello scrittore britannico, il romanzo “La fattoria degli animali” pubblicato nell’agosto del 1945, in una fase storica di delicata transizione tra la fine della seconda guerra mondiale e l’avvio della contrapposizione frontale tra i due blocchi, aggravata dalla persistente e drammatica minaccia nucleare. È l’epoca dei grandi totalitarismi che hanno tragicamente segnato la storia del Novecento, e Orwell, antifascista e socialista democratico, riflette sulle origini e sulla natura del potere totalitario e in particolare su quella degenerazione degli ideali e dei valori rivoluzionari che in Russia ha dato vita a una dittatura personale e a un regime di terrore.
Orwell è stato tra i primi intellettuali europei a cogliere e comprendere la brutalità dello stalinismo, autentica distopia e perfetta contrapposizione degli originali valori socialisti, per denunciarne la natura attraverso un’allegoria che si ricollega alla millenaria tradizione letteraria della favola, presentando animali umanizzati, diretti riflessi di passioni, sentimenti, virtù, vizi e comportamenti propri dell’essere umano.
Nasce così “La fattoria degli animali”, variamente definita romanzo allegorico, feroce satira sociale e politica, favola distopica: tutte definizioni corrette che testimoniano la straordinaria complessità di un’opera che presenta più livelli di lettura, da quello più evidente di denuncia del regime sovietico sotto Stalin ad altri più nascosti che procedono sotto traccia, attraverso i quali l’autore cerca di indagare e portare alla luce i meccanismi sociali e psicologici che regolano e determinano il comportamento degli individui in una società.

Nel “Cabaret degli Animali” di Dendi e Caliandro il romanzo orwelliano viene riletto, destrutturato e sezionato in dieci capitoli, ciascuno dei quali va a cogliere un episodio, un momento, un aspetto del testo che i due attori ritengono particolarmente significativo, non solo nello sviluppo generale della storia, ma anche al fine di aprire squarci e spunti di riflessione su di esso. Anche la scelta di interpretare due personaggi secondari nella trama del romanzo – l’asino Ben e la cavalla Molly – rispecchia l’idea di raccontare al pubblico ciò che accade dal punto di vista di chi non si sente coinvolto direttamente negli eventi, di chi li osserva con distacco o con disillusione, di chi adotta una prospettiva laterale o individualista, capace tuttavia di svelare la realtà in maniera lucida.
Ecco allora che il sogno degli animali di una fattoria padronale di dare vita a una rivoluzione e a una nuova forma di governo attraversa varie fasi successive: dall’iniziale entusiasmo per la fine della tirannia e del giogo del fattore, condito da quella paura o vertigine della libertà che si accompagna a un mutamento così radicale e improvviso, si passa ai primi tentativi di darsi delle leggi, di stabilire regole condivise, di assegnare a ciascuno un ruolo nella società e nell’economia della nuova fattoria. L’utopia della rivoluzione è diventata realtà: ma basta poco perchè con il passare del tempo e attraverso piccoli, progressivi cambiamenti essa diventi distopia, e i valori sbandierati all’inizio di uguaglianza, libertà, fratellanza e bene comune si trasformino in tirannide e sottomissione a un potere percepito sempre più come estraneo e opprimente.
Ma accanto alle vicende della fattoria e al progressivo degenerarsi della “repubblica” degli animali, filo conduttore e unificante dello spettacolo, si affiancano e si intrecciano altre storie, altre riflessioni, altri messaggi, che talvolta possono avere un effetto straniante per lo spettatore. Come quando, dopo il secondo capitolo, gli attori interrompono la recitazione e chiamano i tecnici: c’è un problema all’impianto luci del teatro? L’audio non funziona bene? Nessun allarme: fa tutto parte del “gioco”, un po’ pirandelliano, con il quale Dendi e Caliandro “escono” momentaneamente dai panni di Ben e Molly, i personaggi che stanno interpretando, per “mettersi a nudo” e raccontare al pubblico il loro “essere attori”. Cosa significa rappresentare un personaggio? Come è possibile metterlo in scena? Ecco che si raccontano dubbi, tentativi riusciti o falliti, soluzioni creative e affascinanti, certezze o possibilità: è una finestra che si apre sul senso stesso e più profondo del “fare teatro”, e che l’opera di Orwell suggerisce proprio in virtù dei suoi molteplici fili narrativi.

Da vero e proprio “cabaret”, come appare chiaro fin dal titolo, lo spettacolo è attraversato da una vena ironica e sarcastica che, se da un lato si riconnette all’allegoria di fondo del romanzo, dall’altro diventa lo strumento per smorzare anche le situazioni più gravi e drammatiche. Si utilizzano, inoltre, più linguaggi artistici che spaziano dalla musica al canto, dall’uso di una microcamera che riprende in diretta gli oggetti di scena alla proiezione a parete di vecchi filmati in bianco e nero.
Il risultato è uno spettacolo di teatro “totale” che esce dai canoni classici per sperimentare un approccio diverso: e l’effetto risulta sempre ben riuscito e di sicuro impatto sugli spettatori, come nelle due “confessioni” di Ben e Molly, quando gli attori sono seduti su una sedia e danno le spalle al pubblico, con il solo volto inquadrato da una telecamera che proietta la loro immagine e la loro voce sul telo bianco a parete.
Partiti da una “semplice” indagine sulla natura del potere e sui comportamenti sociali, Dendi e Caliandro in realtà ci mettono di fronte una rassegna di animali-tipi umani con i loro sentimenti, desideri e aspirazioni: dalla leggerezza un po’ frivola e vanitosa di chi pensa solo a se stesso e al proprio benessere, alle illusioni di chi crede in ideali destinati ad essere traditi, fino alla drammatica e cinica presa di coscienza del fallimento della rivoluzione, poichè la promessa di uguaglianza e libertà si è trasformata in una dittatura che tiene gli animali segregati e rinchiusi in una fattoria-prigione senza più contatti con il mondo esterno.
La rivoluzione non è il fine ma il mezzo: e dalla conclusione orwelliana che non lascia certo trasparire ottimismo, si può e si deve trarre una “lezione” valida anche per la società contemporanea in cui noi tutti viviamo.
Una società chiusa, che si autoesclude, si delimita con barriere e confini e pone muri tra sè e gli altri, con il pretesto di “proteggersi” da influenze negative provenienti dall’esterno, è una società destinata a non evolversi, non progredire, non arricchirsi, ma a restare dominata da quei sentimenti di odio, conflitto, frustrazione e profonda infelicità che rischiano di prendere il sopravvento anche su di noi, così simili agli animali dell’allegorica fattoria descritta da Orwell.









