mercoledì, Ottobre 14, 2026

Il congresso, l’ultima spiaggia per mettere le cose a posto dentro il Pd

di Alberto Vivarelli

PISTOIA – Tutto è partito da un documento approvato dalla direzione del Partito democratico di Ponte Buggianese. Alcune pagine che propongono una riflessione sulla prospettiva politica e organizzativa del PD e del centrosinistra nel territorio pistoiese.

Andrea Cautillo

“La scadenza congressuale della nostra Federazione – afferma Andrea Cautillo, segretario del Pd di Ponte Buggianese -, è già stata rinviata e oggi esiste una finestra che consente di svolgere il congresso entro novembre. Per questo poniamo una domanda altrettanto semplice: perché il congresso provinciale di Pistoia non è stato ancora convocato? Una domanda che ci sembra ancora più naturale considerando che, in altri territori, si stanno svolgendo congressi provinciali e di circolo. Per noi è innanzitutto una questione di rispetto delle regole e del normale funzionamento democratico del partito. Un Partito che si chiama Democratico deve essere il primo a rispettare e garantire le proprie regole democratiche. Il congresso non è un fatto eccezionale, ma un momento ordinario e previsto della vita della nostra comunità politica”.
Nel documento sono contenute anche alcune riflessioni sulla prospettiva politica e organizzativa del PD e del centrosinistra nel nostro territorio.

Il documento è stato diffuso chiedendo l’adesione ai vari circoli provinciali e alla stessa direzione del Pd provinciale che ha ritenuto di non aderire; lo hanno fatto, invece, numerosi segretari di circolo nella loro chat.

Il documento è stato portato all’attenzione dell’assemblea comunale del Pd di Pistoia. Nella stessa serata di lunedì, è stato presentato anche il documento della minoranza firmato da venti iscritti, tra questi, due assessori e tre consiglieri comunali (https://www.reportpistoia.com/dalla-minoranza-del-pd-bordate-alla-segreteria-comunale/).

Nel corso dell’assemblea è stata proposta l’adesione al documento del Pd di Ponte Buggianese e l’accoglimento del secondo documento. Ma di fronte al mancato accoglimento di discutere il documento, gli esponenti della minoranza hanno abbandonato l’assemblea.

Il documento, tra le altre cose, contestava a Irene Bottacci il doppio ruolo di segretaria del partito e capogruppo in Consiglio comunale.

“Ero stata io a proporre di svolgere la funzione di capogruppo fino al congresso, una proposta condivisa dalla minoranza. E’ chiaro che dovrà essere il congresso a stabilire gli incarichi”, spiega la segretaria. Come dire: c’era un accordo, perché sollevare il tema adesso?.

Bottacci risponde anche sulla questione della minoranza del partito che non è rappresentata nella segreteria comunale.

“La segreteria è nata in un momento in cui il Pd, con atti formali, aveva deciso di sostenere Stefania Nesi alla candidatura a sindaca – ricorda Bottacci -: che senso aveva inserire esponenti del Pd che, invece, appoggiavano Giovanni Capecchi? Il congresso rimetterà le cose a posto”.

Di seguito riportiamo il documento integrale proposto dal Pd di Ponte Buggianese e al quale ha aderito anche il Pd pistoiese.

Il tempo che viviamo

Viviamo un tempo nel quale la democrazia è sottoposta a una pressione senza precedenti nella storia recente. Il diritto internazionale viene sistematicamente violato, la guerra è tornata a essere usata come uno strumento ordinario di regolazione dei rapporti tra gli Stati, il riarmo è presentato come inevitabile e i nazionalismi, che parevano definitivamente archiviati, tornano ad occupare un rilevante spazio politico. L’aggressione russa all’Ucraina continua a produrre sofferenza e instabilità nel cuore dell’Europa e rappresenta una violazione del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. La costruzione di una pace giusta e sicura non può prescindere dal rispetto di questi principi e richiede un più forte protagonismo politico e diplomatico dell’Europa. A Gaza, la devastazione prodotta dall’azione militare israeliana e il genocidio perpetrato nei confronti del popolo palestinese rappresentano una delle più gravi sconfitte della comunità internazionale e della coscienza democratica mondiale. Chiamare le cose con il loro nome non è un esercizio retorico, ma un dovere morale e politico.

Di fronte a tutto questo, l’Europa continua a mostrarsi troppo debole, sia sul piano della definizione di una propria identità che sul terreno della costruzione della pace, e troppo spesso subalterna alle grandi potenze. L’Europa che vogliamo è un’Europa politica, democratica e federale, un’Europa dei popoli, capace di affermarsi come protagonista nella prevenzione e nella composizione dei conflitti, nella tutela dei diritti umani, nella giustizia climatica e sociale. Un’Europa capace di costruire una politica estera e di sicurezza comune e una vera difesa comune europea, alternativa alla frammentazione e alla corsa al riarmo dei singoli Stati. È l’Europa che Alexander Langer immaginava come “mediatrice” tra popoli, culture e interessi diversi: un’Europa che sappia coniugare la propria sicurezza e capacità di difesa con la prevenzione dei conflitti, sulla cooperazione internazionale, sulla giustizia sociale e ambientale e sulla paziente costruzione delle ragioni di una convivenza civile e pacifica fondata sul dialogo e sul rifiuto di ogni nazionalismo.

Anche l’Italia attraversa una fase di profonda crisi democratica e sociale. Le disuguaglianze crescono, il lavoro perde qualità e dignità. L’aumento del costo della vita ha eroso il potere d’acquisto di lavoratrici, lavoratori e famiglie, mentre salari e retribuzioni troppo spesso non consentono di sostenere adeguatamente le spese quotidiane e di garantire condizioni di vita coerenti con la dignità della persona. Il diritto alla salute e all’istruzione pubblica viene progressivamente indebolito, il disagio abitativo coinvolge fasce sempre più ampie della popolazione e il dibattito pubblico è spesso ridotto a propaganda permanente. La progressiva finanziarizzazione dell’economia ha indebolito la capacità della politica di orientare lo sviluppo nell’interesse generale, finendo per privilegiare la rendita rispetto al lavoro e all’economia reale. La destra che governa il Paese alimenta una cultura politica fondata sulla paura, sull’individualismo, sulla contrapposizione identitaria e su una concezione della sicurezza che troppo frequentemente sacrifica libertà e diritti, in nome di un panpenalismo finalizzato alla repressione del dissenso e alla rappresentazione dell’Altro come nemico. Sul piano dell’architettura istituzionale, il ruolo del Parlamento risulta sempre più svilito nel rapporto con l’azione dei Governi. Al tempo stesso, riaffiorano pulsioni autoritarie e nostalgie incompatibili con i valori costituzionali sui quali si fonda la Repubblica e ricorrenti tentazioni di alterare la qualità della rappresentanza democratica attraverso meccanismi elettorali distorsivi, talvolta perfino controrappresentativi.

In questa fase storica, la sinistra non puòa limitarsi a essere un’alternativa di governo. Deve tornare a proporre un’alternativa di società. Deve recuperare la capacità di indicare un orizzonte di trasformazione, ricostruendo un legame profondo con il lavoro, con la conoscenza, con la giustizia sociale e ambientale, con la cultura, con le giovani generazioni e con tutte le persone che oggi non trovano più nella politica uno strumento capace di rappresentarne speranze e bisogni. Deve saper costruire politiche capaci di sostenere le famiglie, favorendone l’autonomia e contrastando le disuguaglianze che limitano la possibilità di costruire il proprio futuro.

Il partito democratico, prima di tutto un partito

È dentro questa riflessione che si colloca anche il futuro del Partito Democratico.

Il Partito Democratico deve ritrovare la propria funzione storica. Nella vicenda del movimento operaio, del socialismo riformista, del cattolicesimo democratico e dell’ambientalismo politico, il partito è sempre stato il luogo nel quale una società prende coscienza di sé, organizza i propri conflitti e costruisce il cambiamento.

L’articolo 49 della Costituzione, pur non avendo ancora trovato piena attuazione, definisce i partiti come il mezzo per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. In conseguenza di ciò, il PD non può limitarsi ad essere soltanto un comitato elettorale permanente, né la somma delle proprie rappresentanze istituzionali. Deve tornare ad essere una comunità politica organizzata, capace di elaborare cultura di governo, di costruire partecipazione democratica e di formare una nuova classe dirigente capace di leggere una società che muta rapidamente e che pone ai decisori politici interrogativi ai quali non si può rispondere con categorie di pensiero rigide e anacronistiche. La costruzione di una classe dirigente aperta richiede anche iniziative periodiche di formazione politica, capaci di far emergere competenze, esperienze e nuove energie e di rendere più accessibili i percorsi di responsabilità. Solo recuperando credibilità, autorevolezza e un rigoroso senso del servizio verso la comunità sarà possibile ricostruire quel rapporto di fiducia con cittadine e cittadini che rappresenta il fondamento stesso della partecipazione democratica e un valore non negoziabile che si conquista attraverso la coerenza tra i principi che si affermano e i comportamenti che si praticano.

Per questo serve un partito autenticamente democratico. Un partito nel quale gli organismi dirigenti tornino a essere i luoghi naturali dell’elaborazione politica e dell’assunzione delle decisioni più importanti; nel quale il pluralismo sia riconosciuto come una ricchezza e non come un ostacolo; nel quale il confronto sia praticato con regolarità e trasparenza e la sintesi politica sia il risultato di un processo democratico e non di rapporti di forza precostituiti. Come ricordava Norberto Bobbio, la democrazia vive di equilibrio tra poteri e di regole condivise. Anche per questo un grande partito democratico non può rinunciare alla qualità del proprio confronto interno, né sostituire la forza delle regole con quella delle leadership. Nessuna leadership individuale, per quanto autorevole, può sostituire la responsabilità collettiva degli organismi democraticamente eletti. Nessun ruolo istituzionale può assorbire o comprimere l’autonomia politica del partito. Un grande partito riformatore vive dell’equilibrio tra la propria funzione di governo, quella di organizzazione e rappresentanza degli interessi e la propria capacità di elaborazione politica. Quando questo equilibrio si rompe, il partito si indebolisce, perde radicamento e progressivamente smette di interpretare la società che intende rappresentare.

La stessa cultura democratica deve tradursi nell’azione amministrativa, attraverso strumenti di confronto e partecipazione di cittadine, cittadini, associazioni e corpi intermedi sulle scelte strategiche che riguardano le comunità. Questo confronto dovrebbe avvenire anche prima che le principali scelte amministrative siano definite, costruendo occasioni pubbliche di discussione sui grandi atti di programmazione e sulle trasformazioni che incidono sul futuro dei territori.

Per questo il Partito Democratico deve tornare a essere un partito “vertebrato”. Radicato nei quartieri e nei luoghi di lavoro, presente nei circoli e nei luoghi vivi del territorio, in costante e produttivo dialogo con l’associazionismo, il sindacato e il mondo della cultura, col sistema produttivo e con quello dei servizi sociosanitari. Un dialogo fondato sul riconoscimento della funzione sociale del lavoro e dell’impresa e orientato all’interesse generale della comunità. In una fase di crescente disagio sociale, il PD deve contribuire a contrastare povertà e disuguaglianze, consolidando reti tra i soggetti del terzo settore e dell’associazionismo, nelle loro diverse tradizioni, e rafforzando legami di solidarietà e collaborazione anche oltre il perimetro delle istituzioni, chiamate a svolgere il proprio ruolo. Un partito capace di ascoltare, accogliere, ma soprattutto di elaborare, organizzare e orientare. Anche la comunicazione deve essere parte di questo radicamento: una comunicazione diretta, semplice e comprensibile, capace di rendere leggibili le scelte politiche e di parlare anche a chi non frequenta abitualmente i luoghi della politica.

Un partito che sappia assumere le questioni di genere come una dimensione strutturale della propria elaborazione politica e della propria azione di governo. La piena partecipazione delle donne ai vari ambiti della vita pubblica e ai luoghi della responsabilità politica e istituzionale non rappresenta un obiettivo accessorio né il risultato automatico di alchimie normative. Richiede un cambiamento profondo della cultura politica, delle pratiche organizzative e dei criteri attraverso i quali si costruisce la classe dirigente. Ciò implica anche il pieno riconoscimento e la valorizzazione di tutte le soggettività, facendo proprie le istanze femministe e contrastando ogni forma di discriminazione, affinché i diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+ siano riconosciuti come parte integrante del progetto di emancipazione, giustizia e uguaglianza che appartiene alla migliore tradizione della sinistra democratica.

Terminata la stagione congressuale e quella elettorale, con le Elezioni politiche del 2027, che dovremo essere in grado di affrontare già secondo i principi enunciati in queste poche righe, il Partito Democratico della provincia di Pistoia dovrà promuovere una grande Conferenza di organizzazione, chiamata a ripensarne forme, strumenti operativi e modalità di partecipazione. Accanto a essa dovranno trovare spazio conferenze tematiche permanenti, istruite da gruppi di lavoro aperti, affinché il confronto con la società non sia episodico, ma diventi una modalità ordinaria di costruzione della proposta politica. Il lavoro dei tavoli e delle conferenze dovrà però trovare momenti riconoscibili di sintesi negli organismi del partito, perché il confronto produca indirizzi e proposte politiche e non si esaurisca nella sola discussione.

La provincia, una comunità da ricostruire

Questa sfida riguarda direttamente anche il nostro territorio.

La provincia di Pistoia non vive una crisi congiunturale, ma una progressiva perdita di centralità economica, produttiva e demografica che si manifesta ormai da anni. I rapporti economici elaborati da IRPET e dalla Camera di Commercio fotografano un territorio che mostra capacità di tenuta, ma fatica a ritrovare una dinamica di sviluppo comparabile con quella di altre aree della Toscana. La debolezza del comparto manifatturiero, la trasformazione del tessuto imprenditoriale, le difficoltà delle aree interne, e in particolare di quelle montane, nell’accesso ai servizi essenziali, con una menzione specifica, per la rilevanza del tema, alla sanità e al diritto alla salute, le fragilità infrastrutturali, il progressivo

invecchiamento della popolazione e la crescente distanza tra domanda e offerta di lavoro descrivono un quadro che richiede una strategia pubblica di lungo periodo, non la semplice amministrazione dell’esistente. La qualità e l’accessibilità dei servizi essenziali non possono dipendere dal luogo in cui si vive: ridurre le disuguaglianze territoriali deve essere uno degli obiettivi della strategia provinciale. Nessun territorio della Provincia può pensare di affrontare queste sfide da solo: la cooperazione tra i Comuni dovrà riguardare anche l’integrazione sovracomunale dell’offerta di servizi.

Serve una nuova visione territoriale, capace di tenere insieme il capoluogo, la Valdinievole, la montagna pistoiese e la piana, valorizzandone le specificità all’interno di una strategia comune di sviluppo sostenibile, innovazione, coesione sociale e qualità dei servizi, sostenendo lo sviluppo del sistema produttivo, gli investimenti, l’innovazione e la qualità del lavoro.

Costruire questa visione comune è anche una responsabilità politica del Partito Democratico provinciale: non sommare istanze territoriali diverse, ma metterle in relazione, costruire sedi di confronto tra esperienze amministrative e comunità locali e fare delle differenze tra i territori una risorsa per l’elaborazione di un progetto condiviso. La dimensione provinciale deve tornare ad essere uno spazio politico nel quale affrontare le questioni che superano necessariamente i confini comunali e richiedono capacità di rappresentanza e di proposta comune.

L’equità generazionale deve rappresentare un criterio per orientare le politiche pubbliche: le giovani generazioni devono poter trovare nel territorio opportunità sufficienti a costruire autonomamente il proprio futuro, perché partire sia una scelta e non una necessità.

La politica deve tornare a programmare

La politica deve tornare a esercitare una funzione di programmazione. Ritrovare la politica significa leggere e organizzare i bisogni della società, costruire una visione e orientare le trasformazioni, restituendo il primato al progetto e alla responsabilità collettiva rispetto alla personalizzazione e alla semplice gestione dell’esistente. Negli ultimi decenni si è progressivamente affermata l’idea che amministrare significhi soprattutto gestire l’esistente. Noi crediamo invece che amministrare significhi anzitutto orientare lo sviluppo di un territorio, costruire una visione condivisa e assumersi la responsabilità di scelte strategiche anche quando esse producono risultati solo nel medio e lungo periodo. Programmare significa anche mettere a disposizione della decisione politica conoscenze, ricerca, dati e competenze: il primato della politica non è autosufficienza, ma capacità di assumere la responsabilità delle scelte sulla base di conoscenza e competenza.

In questo quadro il Comune di Pistoia deve tornare a esercitare pienamente il proprio ruolo di capoluogo, assumendo una funzione di guida per l’intero sistema territoriale provinciale. È una responsabilità che negli ultimi anni è apparsa troppo spesso affievolita e che oggi richiede una rinnovata capacità di iniziativa istituzionale e politica.

Il nuovo mandato amministrativo rappresenta un’occasione decisiva: gli strumenti di pianificazione che saranno costruiti nei prossimi anni, a partire dal Piano Operativo Comunale, determineranno il modello di sviluppo della città, anche alla luce della debolezza del Piano Strutturale approvato dall’Amministrazione di centrodestra. Per questa ragione il Partito Democratico dovrà esercitare fino in fondo la propria funzione di indirizzo politico, sostenendo l’azione del gruppo consiliare, della Giunta e delle proprie rappresentanze istituzionali, ma contribuendo, con autonomia e nel rispetto della distinzione dei ruoli, all’elaborazione delle scelte strategiche per il futuro della città e dell’intero territorio provinciale, con la competenza che deriva dalla tradizione di buon governo del centrosinistra pistoiese. In questo lavoro, la transizione ecologica dovrà tradursi in scelte concrete su consumo di suolo, energia, mobilità e adattamento ai cambiamenti climatici.

Più in generale, nei Comuni della Provincia nei quali il centrosinistra è forza di governo, il Partito Democratico dovrà concorrere all’elaborazione e all’attuazione delle politiche amministrative, nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni e della distinzione dei ruoli.

Questo rapporto deve fondarsi sulla reciprocità: così come il partito sostiene l’azione delle proprie rappresentanze istituzionali, queste devono riconoscere negli organismi politici luoghi effettivi di confronto e di costruzione dell’indirizzo. Partito e amministrazioni, nella distinzione dei rispettivi ruoli, devono concorrere alla costruzione di un orizzonte politico comune.

In vista delle future elezioni amministrative, il Partito Democratico dovrà poi impegnarsi a promuovere, a partire dai programmi e dalle specificità dei territori, percorsi unitari tra le forze del centrosinistra, con particolare attenzione ai Comuni nei quali nel recente passato divisioni e frammentazioni ne hanno indebolito la proposta politica.

Il congresso, prima di tutto

Le questioni che abbiamo posto non possono essere affrontate rinviando ancora la discussione sulla funzione, sull’organizzazione e sulla direzione politica del Partito Democratico nella provincia di Pistoia. La costruzione di un progetto comune passa dai territori e dalle comunità che li abitano: per questo la stagione congressuale che attraverserà i Comuni della provincia deve diventare un’occasione reale per far emergere idee, bisogni e proposte e ricomporli in una visione politica condivisa. Il congresso non è dunque soltanto il momento nel quale rinnovare gli organismi dirigenti, ma quello nel quale tornare a decidere insieme quale partito costruire e quale progetto proporre alla provincia.

Questo documento nasce dalla convinzione che il congresso rappresenti il momento più alto della vita democratica del Partito Democratico e debba svolgersi prima possibile, senza ulteriori dilazioni, certamente entro e non oltre il 2026. Il congresso non può essere un appuntamento tra i tanti, da celebrare o da rimandare a seconda delle convenienze del momento. Non può essere un passaggio formale, né una conta: deve essere l’occasione per ridefinire il rapporto tra il partito e la società, tra l’elaborazione politica e l’azione di governo, tra i diversi territori della provincia, tra la dimensione locale e le grandi sfide del nostro tempo.

Deve essere, prima di tutto, un momento vero di discussione politica e di partecipazione democratica, nel quale iscritte ed iscritti, elettrici ed elettori possano confrontarsi sulla funzione del Partito Democratico, sulla società che vuole rappresentare e sul progetto politico che intende costruire. Una discussione che deve partire dai circoli e dai congressi comunali e trovare nella dimensione provinciale non una semplice sintesi organizzativa, ma la costruzione di una direzione politica comune.

A partire da queste convinzioni proponiamo di aprire una discussione ampia, libera e rigorosa, tra iscritte, iscritti, elettrici ed elettori e tutte le persone che continuano a riconoscere nella sinistra democratica uno strumento indispensabile per costruire una nuova stagione politica per il Partito Democratico e una società più giusta, libera ed eguale.

E questo deve accadere ora.

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