venerdì, Maggio 22, 2026

Il Decameron di Boccaccio, “serbatoio linguistico” di sorprendente vitalità


PISTOIA – Un viaggio nella straordinaria ricchezza lessicale del capolavoro di Boccaccio, artefice di una lingua “viva e concreta” che attraversa tutte le novelle, restituendoci uno spaccato estremamente realistico e “quotidiano” della sua epoca.

Nella Sala Gatteschi della Biblioteca Forteguerriana è stato presentato oggi pomeriggio il volume Il lessico del Decameron (Carocci, 2025) a cura di Giovanna Frosini, docente di Storia della lingua italiana all’Università per stranieri di Siena, accademica ordinaria dell’Accademia della Crusca e presidente della Fondazione Ente Nazionale Giovanni Boccaccio, nonchè apprezzata divulgatrice e una delle massime studiose a livello internazionale dell’opera boccaccesca. Insieme alla curatrice è intervenuta Chiara Murru, ricercatrice e docente di Linguistica italiana all’Università eCampus.

Giovanna Frosini (a destra) e Chiara Murru (a sinistra) durante la presentazione del volume “Il lessico del Decameron” nella Sala Gatteschi della Biblioteca Forteguerriana (foto di Andrea Capecchi)

In questo nuovo lavoro la curatrice si distacca dalle tradizionali letture puramente critico-letterarie del Decameron per abbracciare una rigorosa metodologia storico-linguistica, capace di restituire la straordinaria multidimensionalità della lingua di Boccaccio.

Frosini orienta la ricerca lungo un doppio binario: da un lato l’analisi dei termini legati alla cultura materiale e alla quotidianità trecentesca, dal cibo alle vesti, dagli oggetti domestici alle professioni; dall’altro, lo studio del lessico tecnico e specialistico e delle dinamiche espressive. Viene quindi messa in luce l’escursione stilistica fatta propria da Boccaccio, dal momento che nelle cento novelle l’autore riesce a far convivere, entro una complessa architettura sintattica di impianto classico, l’eleganza dei latinismi dotti e delle formule cortesi con la vivacità del fiorentino vivo, colto nella sua verace quotidianità.

Particolare rilievo viene dato alla funzione mimetica e sociale della parola: il lessico non è mai un elemento decorativo, ma un eccezionale indicatore dello status dei personaggi e dei loro rapporti di forza all’interno della società mercantile: attraverso lo scrutinio minuzioso delle varianti linguistiche, degli alterati e delle micro-lingue parodistiche, la ricerca coordinata da Frosini dimostra la modernità del Decameron come immenso “serbatoio” della lingua italiana.

Di fatto il volume non si limita a catalogare vocaboli, ma svela il “laboratorio linguistico” di Boccaccio, confermando come la sua scrittura sia stata il vero motore di coesione della nostra tradizione letteraria in prosa, in linea di continuità con le ricerche e le sperimentazioni linguistiche svolte da Dante Alighieri, suo illustre predecessore nell’affrontare il delicato tema della lingua. Da questo punto di vista, come ha sottolineato la stessa curatrice nella relazione di presentazione del volume, vi è un rapporto molto stretto fra Dante e Boccaccio, con quest’ultimo che mostra di apprezzare la claritas, cioè la “chiarezza” di quello che definisce “volgare” o “idioma fiorentino” e che diventa il punto di partenza della sua rielaborazione linguistica.

L’intervento di Chiara Murru si è concentrato su un aspetto interessante e curioso, solo in apparenza marginale, ovvero quello della lingua del cibo nel Decameron: nelle novelle si trova una grande varietà di parole riferite al cibo che ci permettono di comprendere meglio l’alimentazione del tempo, in linea di corrispondenza con quanto ci testimoniano le fonti non letterarie e collaterali dell’epoca, come i documenti di spesa e i registri mercantili.

Boccaccio fa riferimento alle cucine agiate della nobiltà o delle classi altolocate, la cui alimentazione era incentrata sul consumo di carne e caratterizzata dall’abbondanza di cacciagione e volatili, con riferimenti a cibi prelibati e d’élite come quaglia o gru; ma ci parla anche dell’alimentazione delle classi popolari e contadine, con una netta prevalenza di piatti di verdure e legumi, zuppe e brodi.

Dall’inizio alla fine il Decameron è costellato di riferimenti al cibo, tra arredi e suppellettili che si trovavano nelle cucine, utensili adoperati per la cottura della pietanze, descrizioni delle preparazioni gastronomiche, con una straordinaria varietà di lemmi e vocaboli riferiti alla dimensione del pasto e del mangiare in un clima di convivialità. C’è anche una dimensione simbolica del cibo e del desinare, altre volte il linguaggio della gastronomia viene usato dall’autore per creare doppi sensi erotici, e non mancano infine frasi e citazioni di carattere proverbiale.

Celebre è poi il “catalogo dei cibi e delle delizie” nell’immaginario paese di Bengodi, una “meravigliosa contrada” che Bruno e Buffalmacco menzionano all’ingenuo Calandrino per architettare una beffa ai suoi danni. Qui compaiono mortadelle, salsicce, formaggi, pani e focacce, maccheroni e tanti altri nomi di cibi e prodotti gastronomici che esistono ancora oggi e che indicano la straordinaria varietà e ricchezza del lessico riferito a questo specifico settore presente nella lingua di Boccaccio.

La prosa dell’autore certaldese, considerata non a torto uno dei fondamenti della lingua italiana, può essere studiata, approfondita e valorizzata da studiosi o semplici curiosi attraverso il VocaBO, il primo dizionario digitale e open access nato per analizzare il lessico del Decameron e delle altre opere di Boccaccio, in un innovativo progetto promosso dall’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio insieme all’Università per Stranieri di Siena. Accessibile dallo scorso marzo in una prima versione ancora in fase di completamento, questo vocabolario online permette di cercare qualsiasi forma o lemma presente nell’opera boccaccesca, mostrando definizioni, accezioni ed esempi contestualizzati, e rappresentando uno strumento facilmente accessibile, intuitivo e gratuito per “entrare” nella lingua del Decameron e non solo.

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