PISTOIA – Un saggio che ripercorre la storia del mito delle radici cristiane dell’Europa, mettendo in luce la sua pretesa di esclusività e le forzature politiche e ideologiche che lo hanno accompagnato.
Alla libreria Lo Spazio di Pistoia è stato presentato ieri pomeriggio il saggio “Il mito delle radici cristiane d’Europa: dalla Rivoluzione Francese ai giorni nostri” (Einaudi, 2024) di Sante Lesti, docente di storia contemporanea presso l’Università di Pisa e specialista di storia culturale e religiosa dell’Ottocento e del Novecento, in un incontro partecipato e moderato da Andrea Borelli che ha visto, in dialogo con l’autore, Francesca Perugi e Vannino Chiti.

Con una prosa lucida e una documentazione rigorosa, in questo volume Lesti non si limita a contestare l’accuratezza filologica di un’espressione spesso abusata e decontestualizzata, ma smonta pezzo dopo pezzo la costruzione di quello che definisce un falso mito, analizzandone la genesi, le finalità politiche e la pericolosa pretesa di esclusività.
L’autore chiarisce fin dalle prime pagine che parlare di “radici cristiane” non significa fare un’affermazione storica neutra sulla presenza della religione cristiana nel passato europeo – un dato ovvio e incontestabile – ma partecipare a una narrazione ideologica nata in tempi relativamente recenti, in particolare tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila durante i dibattiti sulla Costituzione Europea.
Il saggio evidenzia come questa metafora vegetale delle “radici” suggerisca un’idea di Europa come organismo biologico che trae linfa da un’unica fonte vitale: questa immagine serve a retrodatare un’unità europea che, storicamente, è stata invece il frutto di secoli di guerre e lacerazioni, conflitti religiosi, spinte di carattere culturale che hanno plasmato e modificato insieme l’identità europea. Una narrazione imperniata invece sul cristianesimo come solo “mito fondativo” dell’Europa da un lato non rispecchia la realtà storica e dall’altro risulta escludente verso tutte le altre eredità che, in parte e in maniera diversa, hanno però contribuito a formare l’identità e la “coscienza” europea: si tende così a marginalizzare l’apporto del pensiero greco-romano, dell’Illuminismo, del socialismo, del liberalismo e, non da ultimo, delle influenze ebraiche e islamiche che hanno plasmato il continente.

Questo “mito” presuppone inoltre che l’identità europea sia un dato immutabile ricevuto in eredità dal passato, piuttosto che un progetto politico in continua evoluzione e aperto al futuro: da qui l’idea della “difesa” dell’Europa dalle “minacce” esterne, secondo la visione errata e tra l’altro irrealistica in un mondo globalizzato e iperconnesso come quello di oggi, di un continente europeo dal carattere statico e immobile, chiuso e impermeabile a ogni sollecitazione esterna, come una sorta di “fortezza” assediata da ogni parte dai suoi “nemici”.
Sante Lesti sottolinea come questa narrazione si configuri come un “falso mito” proprio perché pretende di essere una verità oggettiva e indiscutibile: essa non viene presentata dai suoi sostenitori come una delle tante componenti della storia europea, ma come la sua essenza metafisica. Questo approccio, dal carattere marcatamente ideologico, serve a legittimare politiche di esclusione, trasformando la religione in un’arma retorica per difendere l’Europa contro le sfide della multiculturalità e della migrazione.
“Oggi quello delle radici cristiane è l’unico mito che parla dell’identità europea – ha sottolineato Francesca Perugi – l’unica narrazione ideologica e collettiva che viene presentata ai cittadini europei: questo per tutti coloro che si definiscono europeisti è un problema, perché significa aver rinunciato a difendere la propria visione laica dell’Europa e aver lasciato nelle mani dei partiti e dei movimenti euroscettici questa idea escludente e parziale che rispecchia solo in parte quella che è stata la storia secolare dell’Europa e della sua identità culturale”.
Francesca Perugi ha poi tracciato un breve riassunto del rapporto tra Chiesa cattolica e processo di sviluppo dell’Unione Europea, a partire dal forte sostegno dato alla costruzione europea da pontefici come Paolo VI e Giovanni Paolo II in chiave anticomunista, mentre in seguito, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il “nemico” sono diventate le democrazie liberali con la loro deriva “laicista”, secondo una certa prospettiva molto radicata in Vaticano.
Agli inizi degli anni Duemila, con l’accantonamento del preambolo della Costituzione Europea che doveva fare riferimento alle sue radici cristiane, si è creata una vera e propria divaricazione tra Chiesa cattolica e istituzioni europee, una “frattura” che ha visto poi un riavvicinamento durante il pontificato di Francesco, il quale nelle sue uscite pubbliche ha messo un po’ da parte questa idea delle radici cristiane europee.
Con la conseguenza, tuttavia, che soprattutto negli ultimi anni i partiti conservatori ed euroscettici si sono appropriati e impadroniti di questa narrazione di un’Europa che sta perdendo i valori tradizionali, che è assediata da immigrati di religioni musulmana, che sta cedendo il passo nella difesa della famiglia “naturale”.
“Dal libro di Lesti – ha aggiunto Vannino Chiti – emerge il fatto che il mito delle radici cristiane dell’Europa nasce per esigenze politiche come antagonismo nei confronti della rivoluzione francese e dei suoi ideali, poi con il concordato napoleonico si assiste a un processo di stabilizzazione all’interno di un nuovo contesto che è quello dell’affermarsi del liberalismo e della modernità.
Ricordo che un momento di particolari aperture su vari fronti si ebbe nel corso del breve ma significativo pontificato di Giovanni XXIII, che per primo iniziò a rivolgersi anche al mondo dei laici e a tutti gli uomini di buona volontà, anche oltre il recinto dei cattolici credenti, come pure fu importante l’azione di Giovanni Paolo II nel segno del dialogo interreligioso e della pace tra cristiani e musulmani in anni di forte contrapposizione sulla scia degli attentati compiuti dal terrorismo islamico radicale”.
Lungi dal rappresentare un “attacco” alla religione cristiana, il saggio di Lesti vuole muoversi in difesa della complessità storica contro le semplificazioni della propaganda e l’uso ideologico ed esclusivo di certe terminologie. L’autore riesce a trasmettere un messaggio semplice quanto fondamentale: l’Europa non è un albero che cresce da un’unica radice, ma un incrocio di strade, un laboratorio di idee spesso in contrasto tra loro, ma è proprio a questa pluralità di visioni, di stimoli e di eredità secolari che dobbiamo la ricchezza culturale dell’Europa.










