di Andrea Dami
CERTALDO – Il paese di Giovanni Boccaccio ha una storia lunga, le cui origini risalgono al periodo etrusco, ed è ricco di monumenti come la Chiesa dei Santi Jacopo e Filippo e di opere d’arte, come i due cibori di terracotta: quello di Benedetto Buglioni a sinistra e l’altro di Andrea della Robbia.
Dall’altura si vede un panorama vasto e bello; mi sono anche fermato davanti alla tomba dell’autore del “Decamerone” e poi ho continuato verso la casa che abitò fino alla morte nel 1375.
Non potevo non entrare nel Palazzo Pretorio che ospita mostre temporanee di artisti e nel giardino con la “Casa da tè” dell’artista giapponese Hidetoschi Nagasawa che ho conosciuto. Ma è già l’ora di scendere a Certaldo Basso per visitare lo studio dell’artista Gloria Campriani che ci aspetta.

Una nota prima di entrare: la Campriani è cresciuta nel laboratorio tessile artigianale di famiglia, ma si è “formata” frequentando corsi di alcune accademie, incluso quello di anatomia artistica dell’Accademia delle belle arti di Firenze. Lavorando in aziende che collaborano con i migliori brand di moda internazionale, si farà una più che buona esperienza che le sarà utile nell’utilizzo del “filo” come strumento principale del suo percorso artistico.
Dopo i saluti, le rivolgo la prima domanda, quasi di rito.
In questa anomala situazione pandemica, dovuta al Covid-19, come hai e stai reagendo, ovviamente con il tuo lavoro artistico? Magari con lavori di grande o piccolo formato, o altro?
«Nel periodo iniziale del lockdown ero impegnata a comprendere la causa di tutto quello che ci stava accadendo. La mia ricerca mi stimolò la “nascita” di tre opere che includono tutte quelle informazioni che avevo preso in considerazione per comprendere la nostra condizione umana.
Dopo aver capito la mancanza di trasparenza, che metto tra virgolette, sia degli organi d’informazione, sia di chi si occupa di salute, condizione di confusione in cui mi sono trovata e non certo io sola, ho preso consapevolezza del lungo periodo che avrei dovuto affrontare e mi sono adattata iniziando a progettare il mio prossimo futuro.
Decisi di fare quello che avrei sempre voluto fare ma per mancanza di tempo non ero mai riuscita a realizzare fino ad oggi e cioè la ristrutturazione del mio studio e una monografia importante, che probabilmente mi avrebbe dato più voce per continuare meglio il mio percorso artistico, dopo questa fase.
Sicuramente lavorare alla costruzione della monografia ha reso la visione del mio futuro più nitida per andare avanti. E questo era quello di cui avevo bisogno. Una visione più nitida per procedere.
Prima che tu me lo chieda, gli obiettivi li ho raggiunti in entrambi casi e in modo abbastanza positivo».

Cerco di porre un’altra domanda ma Gloria continua immediatamente:
«Trovo che l’arte, ormai da tempo ed anche prima della pandemia, viva una fase di continua trasformazione come del resto tutti noi».
Mi guarda e, mentre ride di gusto, versa nel bicchiere una bibita e mi mostra una vecchia fotografia dove siamo insieme alla Barbagianna, una casa in cui si parlava d’arte e si esponevano le opere. Poi dice:
«Come animale sociale ho sofferto molto l’isolamento: l’impossibilità di vedere e stare con gli altri non mi ha fatto bene. Ho perso alcune di quelle persone che sentivo più raramente e con le quali avevo un rapporto meno intenso ma pur sempre piacevole.
Molti di noi hanno cambiato le loro abitudini ed è stato un momento di scoperte per tutti e in alcuni casi di vere e proprie ripartenze. Ma questi isolamenti ci hanno fatto vedere in faccia la depressione: una condizione triste e in molti casi tragica.
In questi scenari vince il pensiero divergente capace di capovolgere il problema e di ripartire da capo.
Psicologicamente siamo tutti danneggiati a causa di motivi diversi e quello economico ha svolto una bella parte, soprattutto negli ultimi tempi.
Continuo ad avere un atteggiamento di osservatrice verso le nostre società che si stanno modificando in modo velocissimo soprattutto con il digitale. Il Covid ha sicuramente accelerato questi nuovi processi. Si parla di cripto valute, NFT, soprattutto nell’arte, e di intelligenza artificiale; penso che chi ha potuto lavorare di più siano state le generazioni digitali che hanno colto l’occasione per esprimersi al meglio.
Insomma i lockdown ci hanno bloccato e ci hanno impedito di lavorare. Ci hanno fatto slittare e saltare date già programmate e questo ci ha dato instabilità. In questo senso il settore della cultura è stato fortemente penalizzato e insieme a lui tutti quelli che ne fanno parte».

Dopo una brevissima pausa, riprende:
«Il mio spazio d’azione, ultimamente, si era spostato verso l’esterno, nei giardini, nei parchi, ecc. Questo aspetto mi ha dato sicuramente più possibilità di esprimermi, di lavorare. Mi ha aiutato.
Credo che abbiamo solo una possibilità: essere flessibili e assecondare questa nuova fase perché continueremo a ospitare sempre di più nuovi virus, con i quali dobbiamo abituarci a convivere».
So che tu, Gloria, da tempo lavori insieme ad artisti e ricercatori confrontandoti con le loro sperimentazioni e loro con la tua tecnica, o meglio con la “corrente” della Fiber Art che nasce nel Novecento, i cui operatori sfruttavano, come oggi, le fibre tessili privilegiando l’aspetto artistico attraverso l’annodatura, l’intreccio, la legatura del “filo”, ottenendo così dei manufatti da appendere, ma anche da usare come installazioni.
«Si, perché l’arte – continua la Campriani – è sempre più ricerca scientifica e didattica e serve da supporto per un’analisi più completa sui vari argomenti dei quali siamo costretti ad occuparci, come quello del pianeta.
Considero inoltre l’interdisciplinarità un’altra possibilità di far vivere l’arte perché fa bene alla salute mentale di tutti, rafforza la capacità di stare insieme che è fondamentale per la nostra sopravvivenza».
Gloria mi guarda, ride con un sorriso brillante, rassicurante e contagioso, si alza e mi porta in giro per le stanze dove lavora.
Ci sono appese alcune opere che realizza con fili di lana più o meno grossi, annodandoli a mano, una tecnica veramente interessante e, mentre sfioro una treccia di fili variopinti, mi torna alla mente quando l’ho vista lavorare a Fiesole, più di dieci anni fa, nel giardino di villa Peyron. Sottopose due antiche colonne a un evento artistico con i suoi “fili” colorati e poi “legò” alcuni alberi, creando una trama filiforme che ricordava una ragnatela, o un labirinto; i bimbi, oltre ad aiutarla nel tenderli, si fecero “catturare” immediatamente da quell’opera, entrando e uscendo, percorrendo gli stretti percorsi, ora scavalcandoli, ora passando di sotto, rasentando il terreno. Uno spettacolo divertente anche per gli spettatori.
Gloria Campriani ha continuato producendosi sia in queste performance sia nella sua attività artistica di Fiber Art, presentandola in mostre collettive e personali in varie gallerie d’arte, ma anche università e musei.
Ciao artista Campriani, buon lavoro da tutti i lettori di Report e a presto.










