mercoledì, Settembre 9, 2026

Il gruppo di Monte Sabotino e l’orto di Pasquale

PISTOIAAlessandro Guidi aveva iniziato a collaborare con Reportpistoia nell’estate dello scorso anno. Ci conoscevamo da metà degli anni ’70 e conoscevo la sua bravura nella scrittura. Gli proposi di scrivere alcune storie di luoghi e personaggi della zona in cui era cresciuto, accettò con gioia e mi chiese: “Posso scrivere anche di politica?”. Benvenuto a bordo, Alessandro, risposi. Perché lui era uno spirito critico e libero che poteva solo arricchire il giornale.

Iniziò a mandarmi alcune storie che pensavamo di raccogliere, insieme ad altre, nel libro “La via della seta” di prossima uscita. Intanto vi proponiamo in anteprima alcuni di questi racconti. (a.v.)

Via Monte Sabotino

di Alessandro Guidi
PISTOIA – Quando cominciai le Medie, mi regalarono la prima bici col cambio, una Radar color rosso fiammante di cui fui perdutamente innamorato; qualche volta, tempo permettendo, convincevo i miei a farmela portare a scuola.

Ricordo d’aver provato il mio primo dolore, un senso di perdita irrimediabile, quando la sua breve vita miseramente finì, dopo uno sprint allo spasimo proprio vicino al “campone”, dentro un tombino aperto, nascosto dietro una curva: io me la cavai con un braccio rotto ed escoriazioni multiple, ma la bici era talmente malridotta che non si poté salvare.

Tutte le mattine prima delle 8 il folto gruppo del Monte Sabotino si metteva in marcia e si infilava sullo sterrato che costeggiava la Brana, per separarsi solo alla fine del percorso, nel piazzale della scuola, ciascuno coi suoi compagni di classe. Non avevamo più le cartelle, ma portavamo i libri legati coi lacci di gomma, e ci sentivamo grandi, finalmente liberi dal controllo delle famiglie.

Il giorno più desiderato finiva con l’ora di educazione fisica: nella palestra altissima e luminosa, rimbombante di voci e di palloni che volavano sbattendo alle pareti, si dava libero sfogo alle energie represse dalle lunghe ore trascorse nei banchi. Ogni volta il professor Generali ci schierava, prima degli esercizi, in ordine alfabetico: ne veniva fuori una curiosa fila dal profilo irregolare, come era inevitabile che fosse, visto che il Noci era alto un metro e mezzo e il Tamburini quasi due.

Intanto via Monte Sabotino si allungava e chiudeva il cerchio diramandosi nella parallela via Montello: da tutte le parti si scavavano fondamenta, e quell’immenso cantiere aperto diventò il nuovo regno dei nostri giochi, un vero campo di battaglia con trincee, monti di sabbia, ponti di tavole e quant’altro.

Dentro gli scavi e le case in costruzione, nonostante le proibizioni d’obbligo, si svolgevano vere e proprie battaglie a colpi di zolle di terra, che non di rado facevano qualche vittima, con relativo spargimento di sangue, paternali e punizioni corporali. Ma niente poteva arrestare quella sete di novità, quella vitalità senza freni: sui carretti di legno coi cuscinetti a sfere ci lasciavamo andare lungo le discese per provare l’ebbrezza della velocità o ci facevamo trainare dal più grandi coi motorini. Ogni tanto se ne ribaltava uno, insieme al suo carico di temerari, che finivano , nella migliore delle ipotesi, a buscarne a casa proprio durante la medicazione delle dolorose abrasioni.

Fu probabilmente per toglierci un po’ dalla strada, oltre che per la sua innata vocazione di educatrice e organizzatrice, che Maria Matassi ci mise a disposizione il grande scantinato della sua nuova casa: lì ci potemmo riunire e organizzare senza avere addosso occhi indiscreti, per la prima volta maschi e femmine insieme.

Avevamo tutto quello che ci serviva, compresi libri e giradischi, e uno spazio tutto nostro, ma ci avanzava più di tutto, come mai più nella vita, l’immaginazione. Con Andrea, chiusi in un sottoscala semibuio di casa sua, cominciammo addirittura la stesura di un romanzo cavalleresco alla Walter Scott, emozionandoci e facendoci coinvolgere per pomeriggi interi, fino a che fummo sviati verso altre imprese dal gusto più forte e immediato.

Era rimasto, sul confine che divideva l’orto semincolto della Maria da quello coltivatissimo del vecchio Pasquale, un grande cespuglio di rovi: riuscimmo con pazienza e molti graffi a scavarci un tunnel e poi a svuotarlo tutto dall’interno, in modo da ricavare una caverna invisibile, dove ci si poteva stringere in quattro e che divenne la sede delle nostre riunioni segrete.

Ma il vero segreto fu che proseguimmo il tunnel dalla parte opposta, fino alla rete di recinzione di Pasquale, dove un buco abbastanza grande ci consentì di penetrare in territorio nemico, con conseguenti scorpacciate di piselli crudi, pomodori, ravanelli e quant’altro.

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