FIRENZE – Prima della proiezione di “Cobweb” il regista Kim Jee-woon e l’interprete principale del film Song Kang-ho, due veri e propri amici del Festival, hanno incontrato la stampa.
Il film in sintesi è “il cinema che parla di cinema”. E’ la storia di un regista in Corea negli anni ’70 convinto che il suo film diverrebbe un autentico capolavoro se solo potesse rigirarne il finale. Ci sono però problemi dettati da diversi fattori e per il regista inizia quindi una corsa contro il tempo e i suoi imprevisti. E’ essenzialmente un atto di amore verso chi fa cinema.

Nell’incontro molte le domande fatte sia al regista che all’attore.
Com’è per voi ritrovarvi a Firenze dopo tanti anni?
Il regista dice: “E’ la quarta visita che faccio a Firenze, la prima volta ho avuto un impressione molto positiva di questa città, e mi sono detto facciamo subito un altro film così da poterci tornare. Sono rimasto ammaliato dalla bellezza della città e dei suoi monumenti. Ogni luogo ha un suo fascino ma Firenze è un posto molto desiderato dai Coreani”.
Poi la parola passa all’attore: “Dodici anni fa sono venuto qui, il luogo dove era ospitato il Festival era diverso, tutto sembrava più piccolo e grazioso. Sono onorato di esserci potuto tornare, l’importanza del festival è cresciuto così come l’interesse e l’attenzione del pubblico”.

Com’è stato ritornare a lavorare insieme?
Regista: “Ci vediamo per collaborare ogni otto anni mi sembra, per questo film avevo bisogno di un attore che fosse in grado di rappresentare una grande presenza in scena perché il ruolo del regista nel film richiede tanta presenza e responsabilità, lui l’età giusta ce l’ha, io l’ho chiamato per tempo perché avesse modo di prepararsi. Il suo ruolo in scena è quello principale e ha sempre l’ultima parola sul posto. L’unico attore in grado di farlo era proprio lui”.
Attore: “Ci siamo incontrati la prima volta nel 1997, in questi 27 anni abbiamo collaborato in cinque film diversi, non sembrano molti in tutto questo periodo ma è come se me lo trovassi sempre accanto, lo vedo sempre, c’è una sorta di continuità nell’averlo accanto, affinità, fiducia in lui. Siano molto affini”.

Il suo è uno stile di recitazione normale, semplice.
Attore: “Ho avuto modo di collaborare con nomi importanti della cinematografia coreana e per me è stata una fortuna lavorare con loro che mi hanno educato e formato dandomi uno stile di recitazione di qualità, quello che cerco di offrire al pubblico”.
Regista: “Parlo anche io al posto dell’attore perché credo che lui sia troppo umile, non credo sia obiettivo sotto questo punto di vista. L’attore che ho visto io ho notato che durante le riprese abbia la capacità di immergersi nel personaggio e crederci in maniera strabiliante. Ritengo che lui cambierà il paradigma della recitazione in Corea, la maniera di recitare, tutto. Se io andassi ad elencare tutte le qualità che lo rendono unico non ci sarebbe abbastanza tempo. Anche il tempismo che usa nelle battute, la maniera e il senso che gli dà sono eccellenti. L’altra qualità che gli riconosco è di come sia capace di cambiare il “clima” nella stanza, dal raffreddare tutto in un secondo per poi riuscire a farla rilassare. Gioca con la tensione ed il rilassamento e lo fa perché lo vuole lui, riesce a gestire dell’aria, della tensione, del clima, un fascino ed un attrazione che lui possiede”.
C’è qualcuno in Italia a cui si ispira o qualcuno con cui piacerebbe lavorare?
Regista: “Ho visto molti film della cinematografia classica: Visconti, Rossellini, Pasolini, Bertolucci, Marco Ferreri. Uno tra i miei film preferiti è “Il buono il brutto ed il cattivo” a cui mi sono ispirato con il mio “Il buono, il matto, il cattivo”. Ho un sogno nel cassetto, realizzare un film di spionaggio ambientato in Europa”.

Ci sono tracce di Tarantino, è meglio il presente o il passato degli anni Settanta?
Regista: “Abbiamo più o meno la stessa età, siamo una generazione cresciuta fin da bambini guardando film. Una generazione quindi che ha già una comprensione maggiore dei generi rispetto alla generazione precedente. Comprenderli e giocarci questo forse l’aspetto comune.
Il film in generale credo sia una maniera per andare a scoprire e capire le nostre paure. Nei film di fantascienza è una paura che riguarda il futuro, per gli horror è una paura verso qualcosa che non si conosce, per i film romantici è la paura di perdere la persona che si ama, il thriller la paura verso la criminalità.
I film sono mezzi con cui poter parlare delle paure che l’essere umano può provare, in base alla forma si possono dividere in generi”.










