mercoledì, Settembre 9, 2026

Il ritorno al Blues, il nuovo album, il sogno degli States: intervista ai Black Banjo

PISTOIA – Il ritorno per la seconda volta sul palco del Blues, il nuovo album, il legame con la grande tradizione rock, blues e country dell’America, l’invito a vivere ogni momento come lettere scritte sulla sabbia presto destinate a scomparire.

Il prossimo 10 luglio, in occasione di una serata all’insegna di blues e classic rock, a condividere il palco del Pistoia Blues Festival in piazza Duomo accanto a Blackberry Smoke, Paul Gilbert e Roommates ci saranno anche i Black Banjo, che tornano al Blues per la seconda volta dopo l’esibizione del 2022 in cui furono tra le band di apertura del concerto dei Gov’t Mule.

I Black Banjo sono una rock ‘n blues band formata da Alex Alessandrini (voce solista e chitarra), ex leader e co-fondatore degli “EZ Riders”, con i quali ha pubblicato quattro album, suonando negli Stati Uniti e nel Regno Unito e aprendo i concerti in Italia per i Deep Purple e Slash, e da Francesco Caporaletti (basso) che ha collaborato in passato con Ian Paice e Don Airey (Deep Purple), Uli Jon Roth (Scorpions), Vinnie Moore, David Grissom e Andrea Braido.

Il debutto discografico dei Black Banjo risale al 2021 con il loro primo album “Out of the Skies”, che ha visto la partecipazione di Nathaniel Peterson e Blue Lou Marini, in un anno caratterizzato da un tour europeo in apertura dei concerti della leggendaria band britannica The Animals.

Nel 2022 esce il secondo album della band, “The Beauty and The Burst”, a cui fanno seguito varie tournee nazionali e internazionali che vedono i Black Banjo prendere parte a concerti solisti o come band di apertura e di supporto nei concerti di Ozzy Osbourne, Gov’t Mule, Rowan Robertson, Steve Bolton, Corky Laing e Vinnie Moore.

A maggio del 2025 esce il loro terzo album in studio, “Letters in The Sand”. Proprio in previsione della loro esibizione sul palco del Blues, abbiamo avuto modo di intervistare i Black Banjo su alcuni aspetti legati alla loro musica e ai contenuti dell’ultimo album.

I Black Banjo (foto profilo Facebook ufficiale della band)

Il vostro è un gradito ritorno al Pistoia Blues: tre anni fa avete aperto il concerto dei Gov’t Mule, mentre il prossimo 10 luglio sarete tra i protagonisti di una serata unica e speciale all’insegna di blues e classic rock insieme a Blackberry Smoke, Paul Gilbert e Roommates. Che cosa significa per voi tornare a esibirvi sul palco del Blues e quali sono le emozioni che cercherete di trasmettere al pubblico?

Suonare su quel palco è per noi un sogno divenuto realtà; lo è stato la prima volta tre anni fa e forse oggi lo è ancora di più: il colpo d’occhio dal palco e l’emozione che ne consegue sono qualcosa che non immaginavamo ci colpisse così profondamente. Gli stessi Gov’t Mule tre anni fa lo definirono “the best venue in the world”.

Noi siamo “cresciuti” con il Pistoia Blues Festival, avendo partecipato per tanti anni da spettatori. La mia prima esperienza risale al 1994 quando assistei al concerto di Rory Gallagher. Francesco Caporaletti, il bassista, addirittura era presente al mitico concerto di Stevie Ray Vaughan del 1988. E poi, nel corso degli anni, in quella piazza ho visto artisti leggendari come Johhny Winter, Dickey Betts, Gregg Allman, John Hiatt e molti altri.

Al pubblico cercheremo di trasmettere l’emozione di chi, come me, è un inguaribile sognatore, di chi ha inseguito quei sogni per quasi quarant’anni, suonando ovunque e per chiunque a prescindere da soldi, successo o consenso della critica e del pubblico, mantenendo intatta la stessa voglia di macinare migliaia di chilometri in un Van per portare la propria musica alla gente.

Al Blues presenterete il vostro ultimo e recentissimo album “Letters in the Sand”, fresco di pubblicazione a maggio: che cosa rappresenta questo terzo disco nel percorso di evoluzione e di crescita della vostra band, e quali sono le “lettere scritte sulla sabbia” che danno il nome all’album?

È un disco di maggiore maturità e consapevolezza per la band. Un disco che viene dopo tanti concerti in giro per l’Europa, durante questi quattro anni passati, con il nuovo batterista che ci ha accompagnato “on the road” per almeno la metà di questo tempo, Alessio Palizzi, e con Fabio Verdini all’organo e pianoforte che finalmente ha potuto suonare su tutti i brani, riuscendo a svincolarsi dai “Tiromancino”, tra un impegno e l’altro.

È un disco che ho avuto la “presunzione” di suonare, per la prima volta, con tutti strumenti “vintage” (chitarre e amplificatori) e di questo si parla con ironia nel brano di apertura dell’album “All About Mojo”, che è appunto un atto d’amore verso gli strumenti d’epoca.

“Letters In The Sand”, poi divenuta la title track, è nata in realtà in Giamaica circa tre anni fa. Dovete sapere che da più di venti anni ormai sono uno tra i fan più devoti di Warren Haynes e dei Gov’t Mule, seguendoli un po’ ovunque in giro per il mondo, ogni volta che posso. Negli ultimi tre anni, a gennaio, ho partecipato al cosiddetto “Island Exodus” che è un festival organizzato dai Gov’t Mule sulla spiaggia in Giamaica, dove si ritrovano alcune delle migliori jam bands al mondo, con qualche centinaia di fans tra i più fedeli del pianeta, per condividere quattro giorni di grande musica dal vivo, controcultura, umanità, tolleranza e spirito di fratellanza.

Ero con il mio amico Steve Johannsen (storico grafico americano che ha lavorato con Grateful Dead, Gregg Allman, Gov’t Mule, Bob Weir, Duane Betts e molti altri e che ha anche disegnato tutte le copertine dei nostri album) e condividevamo il ragionamento per cui tutti i dispiaceri, preoccupazioni, illusioni e disillusioni che spesso ci limitano, come anche le gioie e i bei momenti, sono passeggeri e svaniscono come lettere scritte sulla sabbia.

Per cui bisogna cercare di vivere appieno ogni momento e godersi il viaggio di questa vita. Questo è lo spirito cui si ispira la canzone anche se, nello specifico, parla di un rapporto di coppia.

I Black Banjo in concerto

Il nome della vostra band si ispira alla cantante e musicista statunitense Rhiannon Giddens: che cosa vi ha contaminati della sua musica, capace di spaziare tra generi diversi come rhythm and blues, soul e country?

Ho amato il lavoro di Rhiannon Giddens fin dai tempi dei “Carolina Chocolate Drops”; trovo eccezionale la sua riscoperta artistica del blues delle origini e della tradizione musicale afroamericana. Secondo me la sua proposta artistica è di una fedeltà a quella tradizione e di una autenticità con pochi uguali.

Quello che ho provato a riprendere dalla sua musica è l’utilizzo, anche in un contest elettrico e più moderno, di elementi tecnico musicali del blues acustico delle origini; l’uso del finger picking, combinato anche con l’utilizzo dello slide, sulla chitarra elettrica, e la scelta di un suono molto “roots”. Il tutto mescolato con melodie e aperture armoniche si avvicinano al “country rock”, al “roots rock” e all’ “Americana”.

La vostra seconda partecipazione al Pistoia Blues indica che c’è ancora spazio per band italiane ed emergenti all’interno di festival nazionali che nell’arco di più date ospitano artisti di vari generi musicali e con un pubblico generalista: siete d’accordo oppure secondo voi si tratta di un’eccezione, e un progetto artistico come il vostro è destinato per forza di cose ad un pubblico più di “nicchia”?

Siamo assolutamente d’accordo. Pensiamo che avere un pluralismo di proposte musicali all’interno di un festival, tanto più se si tratta di un festival tra i più antichi e importanti d’Italia, come quello di Pistoia, sia essenziale per la qualità e il valore culturale del festival stesso. Riteniamo che si faccia cultura proponendo certamente grandi artisti del panorama “mainstream” internazionale, ma anche avendo il coraggio e la fantasia di valorizzare quelle proposte che vengono dal panorama indipendente, o da contesti sconosciuti, di provincia o di “nicchia”.

Ridiamo ai giovani (o meno giovani) il sogno di suonare dal vivo al Pistoia Blues Festival, piuttosto che lasciarli nelle camerette a cercare di acchiappare followers con dei video (più o meno realistici) da caricare su Youtube.

Qual è un vostro sogno nel cassetto che vi piacerebbe realizzare nel prossimo futuro a livello artistico?

Un sogno nel cassetto, dopo diversi tour in Europa, è quello di poter vivere per una volta l’eperienza di un tour negli Stati Uniti e magari suonare in qualcuno dei grandi festival all’aperto che spesso ho frequentato da spettatore nel corso degli anni.

Un mio personalissimo sogno, inoltre, è di poter incidere un nuovo disco avendo come ospite su un mio brano Warren Haynes, così come nei primi due dischi abbiamo avuto il piacere e l’onore di avere come ospiti “Blue Lou” Marini (Blues Brothers, James Taylor) e il compianto Johnny Neel (Allman Brothers Band, Dickey Betts Band).

Related Articles

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI