PISTOIA – Bandi comunali per l’erogazione di fondi per le attività culturali, un teatro che sperimenta nuovi spazi, un Blues fondato su identità e alta qualità, una rete di connessioni culturali capace di mettere Pistoia in dialogo con il suo territorio.
Sono alcune tra le linee programmatiche dell’assessorato pistoiese alla Cultura, che dall’insediamento della giunta Capecchi, avvenuto poco più di tre mesi fa, è guidato da Marica Setaro (indipendente di centrosinistra). Abbiamo avuto occasione di intervistarla in esclusiva per Report Cultura per conoscere meglio gli intenti e gli obiettivi della nuova amministrazione nei riguardi delle politiche culturali, della promozione, organizzazione e gestione degli eventi culturali, del rapporto tra cultura e comunità, della possibilità di un dialogo anche con realtà esterne al territorio pistoiese.

Assessora Setaro, come avrà notato Pistoia è una città estremamente vivace dal punto di vista culturale, visto anche l’alto numero di associazioni, enti e realtà che a vario titolo operano nella cultura. Spesso però se ne lamenta il carattere dispersivo, con potenzialità inespresse e la difficoltà a fare rete e a dare vita a un “sistema” culturale: come pensa di muoversi il Comune in questo senso e quale ruolo vorrà ricoprire?
Questa considerazione, che trovo molto interessante, è alla base di un ragionamento su come strutturare un “sistema cultura” e una politica culturale.
È vero, a Pistoia c’è una potenzialità enorme che è espressa dall’associazionismo culturale, c’è una vivacità culturale che intesse la vita quotidiana della città e che si esprime a diversi livelli: c’è un livello istituzionale, c’è un livello cittadino di natura anche informale, c’è un’abitudine, una pratica quotidiana ad alimentarsi di una certa vita culturale. Sono una vivacità e una potenzialità che tuttavia non sono state ancora capaci di esprimersi a livello sistematico, e questo rappresenta uno stimolo e un pungolo per un assessorato alla cultura e per chi deve governare questo sistema e portarlo a compimento.
Negli incontri con individui e associazioni che ho avuto in questi ultimi tre mesi ho spesso registrato questa considerazione, di una generale mancanza di coprogettazione di iniziative culturali a partire da una riflessione sui bisogni, sulle esigenze e sulle richieste della città. Bisogna che più soggetti culturali siano chiamati e stimolati a riunirsi attorno a un tavolo e progettare insieme individuando dei temi, che ovviamente sono espressione della domanda culturale di un territorio: questa domanda può essere anche di natura generazionale, in questi primi cento giorni ho potuto cogliere la necessità di dare un’attenzione particolare alla fascia d’età che va dai 18 ai 35 anni, che pone una sfida non di poco conto in quanto è una fascia anagrafica in cui non è più presente la mediazione scolastica e a cui l’offerta culturale molte volte fatica ad arrivare.
Quale ruolo può ricoprire un’amministrazione comunale in tutto ciò? Esiste una buona pratica, che io ritengo vada tenuta come risultato di Pistoia Capitale del Libro, un piccolo segnale iniziale che noi abbiamo da subito potenziato, ovvero come strutturare un bando di erogazione di fondi dedicati alle associazioni e ai soggetti che fanno cultura sul territorio. Nel bilancio ministeriale di Pistoia Capitale del Libro erano stati individuati, dalla precedente amministrazione, circa 24mila euro per un bando dedicato a nuovi progetti delle associazioni, a fronte di una risposta molto positiva di più soggetti: quel fondo però non sarebbe stato sufficiente a coprire proposte molto valide che hanno ricevuto una valutazione da una commissione e abbiamo così deciso di raddoppiarlo, nei limiti del possibile del bilancio non più ministeriale, ma comunale. Questa può diventare una pratica che si consolida e vorrei poter dire e poter sperare che per il prossimo anno, con i tempi necessari e non certo calati dall’altro, ma anche in una costruzione efficace del rapporto e delle relazioni con le associazioni, possiamo immaginare un bando che strutturi in aperture diverse durante l’anno una soglia di fondi in erogazione per progetti culturali.
L’idea per il futuro non è delegare la cultura a uno o a pochi soggetti operanti in città, ma strutturare un rapporto di rete, di costruzione, di progettazione con le associazioni culturali.
A proposito di enti culturali, non possiamo non citare il fondamentale ruolo di Teatri di Pistoia e delle sue stagioni. Quella che si aprirà a breve sarà una stagione di transizione e rinnovamento, in cui la chiusura del Teatro Manzoni, come è stato più volte ripetuto, non deve essere vista come una perdita, una mancanza irrimediabile o un fattore di ridimensionamento, ma può diventare un’occasione per sviluppare nuove reti e portare la cultura in nuovi spazi pubblici.
L’ho ribadito più volte e in più occasioni: l’assenza dei Manzoni, che richiamiamo più volte quasi come “il fantasma dell’opera”, rivela la nostra paura della perdita, che non è solo la perdita di uno spazio fisico, ma soprattutto la paura di perdere un pubblico che in questa città è diventato una vera e propria comunità.
Abbiamo davanti circa tre anni di lavori che ci restituiranno un teatro nel suo massimo splendore, ma abbiamo un compito fondamentale che è stato un elemento centrale della riflessione portata avanti insieme alla Fondazione Teatri di Pistoia: come convertire una mancanza in una risorsa? È necessario ripensare l’offerta culturale anche in termini di linguaggi e spazi diversi: è chiaro che ciò che un teatro come il Manzoni ti consente di fare da un punto di vista della produzione artistica non può avvenire nelle stesse forme in un teatro diverso come il Bolognini, però ti consente di capire che tipo di produzione – di teatro, musica, danza, laboratori – è possibile fare in altri spazi della città, anche spazi inediti e un po’ irregolari.
Un esempio lo vedremo a breve: sarà la sperimentazione della musica e della concertistica alla Cattedrale ex Breda, una grande sfida in cui crediamo per adattare eventi culturali entro uno spazio “nuovo” ma capace di garantire certi numeri e un certo tipo di produzioni artistiche.
Dall’altro lato dobbiamo curare e consolidare il collante con il territorio che abbiamo accanto: penso al ruolo fondamentale che continueranno ad avere i piccoli teatri come quello di Popiglio, autentici presìdi culturali in aree più “periferiche” rispetto alla città a cui dobbiamo guardare con rinnovata attenzione. Solo questo dimostra una capacità di fare sistema e di fare comunità al tempo stesso, non è solo il problema di fare sold out in uno spazio, ma è come costruisco, mantengo, fidelizzo il rapporto con il pubblico e con la città attraverso la diversificazione delle attività, come faccio comunità, come la allargo e come creo anche un nuovo pubblico.
Questa è la sfida e l’obiettivo: creare un nuovo pubblico attraverso la sperimentazione anche di altri linguaggi.
Parlando di collaborazioni e sinergie, un’altra sollecitazione è arrivata quest’estate da parte di Graziano Uliani, storico direttore artistico del Porretta Soul Festival, che ha lanciato la proposta di un dialogo con il Pistoia Blues Festival: due manifestazioni ormai consolidate e pluridecennali, due centri, Pistoia e Porretta, che possono essere messi in una connessione anche attraverso la musica, con Francesco Guccini e la sua Pavana a fare da tramite ideale fra queste due città ma anche due comunità culturali. Pistoia ha le capacità per accogliere questo stimolo?
Non solo lo deve accogliere, ma lo deve rendere possibile, lo deve sostanziare, per dare vita a un dialogo fra due grandi tradizioni musicali, quella del blues e del soul, che hanno plasmato l’anima musicale di Pistoia e Porretta.
Però questa sollecitazione di Uliani ci impone prima di tutto una riflessione sul “nostro” festival Blues, una manifestazione antesignana dei festival musicali che si sono poi affermati nei decenni successivi, con un genere musicale che ha trovato a Pistoia la sua prima sperimentazione storica, nella sua forma più genuina, vera, quasi in purezza, in una fase in cui il blues toccava vette altissime con figure artistiche che ne hanno segnato la storia e che qui sono passate e sono restate.
Io credo che l’anima e l’identità del Pistoia Blues abbiano bisogno di tornare a vivere in maniera più forte, abbiano cioè bisogno di non stemperarsi soltanto nel titolo di una manifestazione, ma di tornare ad avere una connessione molto forte tra il suo nome e la produzione musicale che offre.
Quindi per noi è una scommessa, una sfida, già a partire dalla prossima estate, per poter garantire un’offerta musicale in cui il blues torni ad essere centrale, senza dimenticare che il blues come ogni genere ha un’evoluzione, si contamina, dialoga con altri generi musicali come soul e jazz, e dovremo essere in grado di mettere insieme un programma e quindi una manifestazione musicale in cui l’identità e la qualità di questi aspetti musicali tornino a essere protagonisti. Io penso che, rispetto ai festival musicali italiani più importanti, anche nostri “vicini di casa”, la vera sfida diventi puntare sulla qualità: non è tanto la quantità dei concerti o la corsa al “grande nome”, quanto riaffezionare un pubblico non solo di questo territorio, ma anche più lontano, a tornare a vedere in Pistoia l’appuntamento fondamentale, unico per quel genere.
Ciò consentirebbe alla nostra città di dialogare in maniera rinnovata e di sostanziare il rapporto con le realtà vicine: c’è Porretta con la sua rassegna già consolidata e dal respiro internazionale, c’è la chicca musicale del Serravalle Jazz, che sta crescendo anno dopo anno. Intorno a noi abbiamo una musica di qualità, una musica che salvaguarda generi e ricerca, e che deve trovare anche nel Pistoia Blues la cornice in cui riconoscersi e con cui dialogare.
Un’ultima riflessione su Pistoia Capitale italiana del Libro. Ricordando il dibattito e le discussioni di nove anni fa a conclusione di Pistoia Capitale italiana della Cultura, non c’è un po’ il rischio che tutto tenda a esaurirsi con il chiudersi della rassegna e con la fine dell’anno? Che cosa, secondo lei, può e soprattutto deve rimanere di concreto a Pistoia come eredità tangibile di questo anno?
Rispondo con una battuta: rafforzare ancora di più e consolidare i servizi che ruotano intorno al libro e alla lettura.
E ciò è ancor più importante in un contesto generale in cui la velocità, la rapidità dello sviluppo del mondo tecnologico e digitale, in particolar modo gli effetti enormi che ha e avrà quotidianamente l’intelligenza artificiale, modificano il nostro rapporto con la scrittura e la lettura. Allo stesso tempo è cambiato il rapporto tra il libro e il soggetto che legge, nel senso che il libro e la lettura stanno sempre di più diventando esperienze condivise e collettive. È impressionante se si considera la nascita di gruppi informali, di circoli di lettura, di club di lettura, in cui leggere insieme diventa un modo di tenere e fare relazioni.
Ma questo non è sufficiente: una buona politica culturale deve strutturare meglio i propri servizi, deve trovare le risorse per irrobustirli, deve comprendere le richieste e le esigenze del pubblico in un’epoca di rapidi e radicali mutamenti, deve sapersi adattare a un mondo che si evolve, deve guardare a determinate fasce d’età.
Dobbiamo ripensare che cosa significhi, che valore e che ruolo possa avere nella Pistoia di oggi e dei prossimi anni un centro culturale a tutto tondo come la San Giorgio oppure una biblioteca storica come la Forteguerriana, che possiede un patrimonio straordinario che deve poter dialogare ed essere conosciuto, forse anche in modi e forme diverse da come l’abbiamo conosciuto nel passato.
Questa è una domanda aperta, non è una risposta, nel senso che interroga anche una politica culturale proprio perché io sono convinta che in questo momento, in questa fase storica, siamo chiamati a ripensare e immaginare come questo grande patrimonio possa essere messo a disposizione e non rimanere impolverato o sconosciuto. È una questione aperta per tutti e che va affrontata, non va messa nel cassetto.







